Meno male che Draghi c’è!

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Mario Draghi (foto di Francesco Ammendola - Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)

In questi giorni abbiamo avuto la riprova di come sia stata felice e quanto mai propizia per gli interessi del Paese la scelta di rieleggere Mattarella alla presidenza della Repubblica e la conseguente riconferma alla guida del governo di Mario Draghi.

Lo si è capito dopo che la maggioranza è andata sotto quattro volte nelle commissioni Bilancio e Affari Costituzionali della Camera. In pratica, i due partiti al governo di centrodestra, Forza Italia e Lega, si sono saldati con quello all’opposizione, Fratelli d’Italia. In un altro voto, invece, sono andati per la loro strada Pd e M5S.

Sia chiaro, le elezioni si avvicinano e i partiti entrano sempre più in tensione. In altre parole, è comprensibile che sentano per così dire il richiamo della foresta e questo si rifletta sul voto nelle aule parlamentari. E quindi che diventi quasi scontato far prevalere le convinzioni politico-programmatiche partitiche rispetto alle scelte compiute dal governo di cui si fa parte.

E’ altrettanto ovvio, però, che una maggioranza di governo non può vivere su binari diversi: a Palazzo Chigi decidere in un modo, in Parlamento in un altro.

Per fortuna, a Palazzo Chigi, ora c’è Draghi e non un politico. In altri tempi, si sarebbe cercato un compromesso, un rimedio onorevole, pur di far restare in vita l’esecutivo. Si sarebbe scelta quella che viene definita la linea di galleggiamento.

Mario Draghi non ci ha pensato su due volte. Ha chiamato i partiti e gli ha fatto la più classica delle strigliate, mettendoli di fronte alle loro responsabilità. Per farla breve, ha detto ai loro rappresentanti che così non si fa e che lui, come premier, non intende tirare a campare. In parole povere, ha detto loro: “se non serrate le file e vi comportate come una maggioranza solida e coerente, mi faccio da parte e così in primavera si va a votare”. Eventualità, quest’ultima, che i partiti al governo vogliono scongiurare più della peste bubbonica.

Speriamo che questa ramanzina dia i suoi frutti non solo nell’immediato, ma anche nel tempo. Il nostro Paese, purtroppo, non si può permettere una maggioranza governo con distrazioni elettorali. Ci sono da portare a casa i quattrini del PNRR, ma c’è anche da contrastare il caro bollette per la crisi energetica, la conseguente inflazione e i rischi che tutto ciò rappresenta per la ripresa economica e produttiva. Senza contare, poi, che la lotta alla pandemia sta dando buoni risultati, ma tuttora non consente di dormire sugli allori.

In conclusione, l’Italia ha bisogno di un governo stabile e coeso, che governi sul serio e non certo di un esecutivo che galleggi e tiri a campare. Se in quest’anno che ci separa dal voto politico per la naturale scadenza dell’attuale legislatura, siamo in grado come Paese di conseguire in tutto o almeno in buona parte gli obiettivi indicati dal presidente Mattarella, è un conto. Se, al contrario, bisogna assistere ad uno stillicidio di imboscate parlamentari e dalla conseguente paralisi politica, allora meglio andare al voto subito.

Un fatto, insomma, è una campagna elettorale di sessanta giorni. Altra cosa è restare in campagna elettorale per un anno e più. In ballo, c’è il futuro di tutti noi.

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