scritto da Eugenio Ciancimino - 25 Maggio 2024 11:54

Libertà di stampa, il giornalista non è legibus solutus

Nella mappa dei condizionamenti dell’attività giornalistica gli episodi più diffusi riguardano intimidazioni riconducibili, prevalentemente nel nostro mezzogiorno, ad ambienti malavitosi. Ne sono più esposti coloro che operano nelle realtà locali e che non godono della copertura di testate di prestigio

Nella classifica mondiale sulla libertà di stampa stilata da Reporters sans frontieres, l’Italia è posizionata al 46° posto: perde 5 punti rispetto all’anno precedente e ne guadagna 17 sul 2022.

In questo saliscendi sono argomentabili, da destra e da sinistra, più e diverse narrazioni da attingere da un vasto campionario di luoghi comuni politicamente orientati. Perché, non sempre si tengono in conto le variabili di contesto territoriale ed ambientale, culturale ed editoriale.

Nella mappa dei condizionamenti dell’attività giornalistica gli episodi più diffusi riguardano intimidazioni riconducibili, prevalentemente nel nostro mezzogiorno, ad ambienti malavitosi. Ne sono più esposti coloro che operano nelle realtà locali e che non godono della copertura di testate di “prestigio”.

Nel triennio 2022/24 l’European centre for press and media freedom ha censito 175 casi di minacce fisiche e verbali, aggressioni, censure, azioni legali e denunzie temerarie. Sul punto il consorzio Media freedom rapid response, finanziato dalla Commissione europea, tra i suggerimenti rivolti all’Italia, pone la depenalizzazione del reato di diffamazione, su cui, in verità una spinta l’ha già avviata, a proposito della cancellazione del carcere, la Consulta dichiarando, con la decisione del 22 Luglio 2021, la illegittimità costituzionale dell’art. 13  della legge sulla stampa del 1948 e dell’art. 30, comma 4, della legge 4 agosto 1990 sul sistema televisivo.

Sulle intimidazioni civilistiche il Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha in cantiere una specifica iniziativa legislativa: “non sparate sul cronista” ha detto in un’intervista al Sole24Ore. Tuttavia, la questione resta in piedi nell’ambito di un contesto normativo in cui la verifica del fatto raccontato e la configurazione della diffamazione sono affidate  alla valutazione ed al convincimento del magistrato giudicante, perché il giornalista non è legibus solutus. E se va a giudizio, dovrà rispondere di una presunta carica offensiva delle parole da lui usate, del cui peso non può non avere conoscenza e coscienza, come dovere professionale nel rendere un racconto rispettoso della dignità dell’altrui personalità e della verità sostanziale dei fatti. Viceversa, fa discutere la diversità di approccio praticato, da un tribunale all’altro, nel discernere offese da suggestioni letterarie contenute nei testi scritti da firme di successo sui comportamenti di uomini e donne della nomenclatura politica e delle istituzioni.

In questi casi cambia il paradigma mediatico da giudiziario a politicante, in barba a codici e sentenze.

Altra cosa sono le censure ricorrenti all’interno delle redazioni ed in funzione di opzioni editoriali assunte dalle singole testate, piuttosto che calate o imposte dall’esterno.

Imputarne la fonte ad un clima autoritario destato da sintomi di regime politico sa di alibi ideologico in un contesto di pluralità di testate e nell’era dei social in cui la mediazione giornalistica non è più esclusiva nei circuiti delle informazioni. Sarebbe più appropriato parlare di autocensura personale per dissenso, legittimo, verso una linea editoriale (e se ne possono trarre le opportune conseguenze). Mentre cambia il paradigma per chi, condividendo la fabbrica di fantasmi politicamente configurati, li eleva a mostri e se ne ritiene potenziale vittima.

Sarebbe uno dei casi in cui Mark Twain direbbe che “il giornalista sa distinguere il vero ed il falso e pubblica il falso”. E’ un aforisma, ma rende l’idea di quando, dove e perché la libertà di stampa possa essere assunta come valore universale o un punto di vista di liberali o progressisti: dipende da chi la racconta o la interpreta per farne una bandiera di espressione in tutti i contesti o una  visione intellettuale di pochi illuminati maestri del tempio.

 

 

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