Le paranze dei bambini

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C’è chi dice che film come “La paranza dei bambini”, tratto da uno degli ultimi romanzi di Roberto Saviano, da pochi giorni nelle sale cinematografiche, sia un danno per molti aspetti: il messaggio che dà della città di Napoli, il messaggio che dà dei giovani e ai giovani per la realizzazione facile e immediata di sogni di potere, prestigio, consumismo, il messaggio di una quasi giustificazione e condivisione delle violenze perpetrate dai “bambini” delle paranze per la loro giovane età, ecc. ecc.

Io non sarei così “tranchant” nel giudicare e condannare opere cinematografiche che, indipendentemente dal valore artistico più o meno valido e condivisibile, costituiscono comunque la testimonianza di un periodo sociale e storico.

Il film racconta la storia di un gruppo di quindicenni del Rione Sanità di Napoli, affamati di potere e soldi facili, che si fa largo sulla scena criminale della città. Nell’incoscienza della loro età, vivono tra il bene e il male, pensando che il crimine possa essere la loro unica possibilità di vita: e probabilmente non hanno tutti i torti.

Esso si inserisce in questo periodo che definire complicatissimo è un eufemismo: prima perché la presa di coscienza della complicazione è già il sintomo di approccio alla individuazione della soluzione di un problema, che ancora nessuno si sente di avviare; e poi perché, per le purtroppo famose “stese” che quotidianamente si verificano a Napoli, al momento non si può fare altro che prenderne atto, fermarsi ad esaminare e approfondire il problema sia dal lato sociale che legale e, con la collaborazione di esperti -criminologhi, sociologhi, educatori, e anche imprenditori- preferibilmente partenopei, oltre che delle Istituzioni rappresentate preferibilmente da meridionali, cercare di individuare strategie tendenti a circoscriverlo anche per evitare che esso, come tutte le male piante, attecchisca sempre di più e contamini anche altre zone.

Non possiamo illuderci, infatti, che esso rimanga circoscritto solo all’ambiente partenopeo in quanto nessuno può garantire che non possa estendersi altrove: ed è proprio questo uno dei pericoli del dilagante fenomeno, e pochi mesi fa, proprio qui a Cava, e poi a Nocera Inferiore e a Sarno, abbiamo avuto qualche avvisaglia da parte di un solitario pistolero il quale, per fortuna, ha fatto danni limitati perché nessuno è finito al cimitero e la ragazza cavese colpita davanti al bar in Piazza Abbro se l’è cavata senza eccessivi danni, a parte la circostanza che non è stato possibile rimuovere la pallottola che la colpì per evitare danni seri, e pertanto con la stessa dovrà convivere. Qualcuno dirà che il caso specifico ha poca attinenza con le “stese”, ma nessuno può garantire che non alimenti un sentimento di emulazione e da lì ad un fenomeno delinquenziale vero e proprio il passo può essere breve.

Tornando al film di Giovannesi e Saviano c’è da dire che un’opera cinematografica non è solo un fatto imprenditoriale e commerciale, ma anche un fatto artistico e storico ed in tale ottica va inquadrata: non mi stanco di citare, tra i tanti esempi, il memorabile film di Federico Fellini dal titolo “La dolce vita” il quale, all’epoca, sembrava solo una fortunata iniziativa cinematografica che aveva dato all’Italia e ai produttori prestigio e guadagni, ma poi si è rivelata una pietra miliare della decima musa, quale è stata definita la cinematografia.

Indipendentemente dalle caratteristiche tecniche e scenografiche e dalle scelte fatte dal regista Giovannesi in merito alla individuazione dei protagonisti, tutti giovanissimi arruolati dalle strade napoletane e portati sul set (sono solo due, infatti, gli attori di carriera, il primo è Renato Carpentieri che ha interpretato il ruolo di un boss della camorra che dà fiducia alla “paranza” che ad esso si è rivolta per essere introdotta nel mondo della malavita di strada napoletana, e fornisce loro anche le armi con le quali i “bambini” si fanno largo nell’affollato mondo della criminalità di strada, l’altro il poco conosciuto Gennaro Giordano), il film rappresenta una pietra miliare nell’attestazione delle deformazioni dell’ambiente partenopeo, e fa seguito all’altro noto film pure tratto dal romanzo di Saviano dal titolo “Gomorra”, il quale diede al pubblico la cognizione e il dimensionamento del fenomeno camorristico in Campania, e non solo dal punto di vista della organizzazione dello stesso e della esatta terminologia con la quale è individuato (il termine “sistema”, che ne indica il modus operandi, è stato reso noto a tutti proprio grazie al romanzo e al film).

Rispetto al libro, molto più crudo e violento, il film “La paranza dei bambini” ingentilisce i personaggi, li rende quasi “angelici” pure nelle loro quotidiane violenze, li descrive più umani, con quei volti quasi fanciulleschi che si fa fatica a collegare alle azioni spietate di sparatorie e omicidi che eseguono; evidentemente il regista e gli sceneggiatori hanno voluto non traumatizzare eccessivamente gli spettatori, come sarebbe avvenuto riportando i crudi fatti raccontanti nel romanzo, che certamente sarebbero stati oggetto di censura; ma l’operazione di scrematura non ha reso bene né il contesto urbano, né il carattere spietato dei personaggi, e questo, a mio avviso, è una contraddizione che sconcerta e porta fuori strada.

Tornando al titolo di queste mie considerazioni, la scena finale del film è illuminante; tutti i componenti della “paranza”, abbondantemente armati e ben piantati sui loro motorini, che si avviano a sostenere la spedizione punitiva contro un’altra paranza è una specie di atto finale che porterà o alla sua supremazia, o alla sua disfatta.

In entrambi i casi è una spedizione che, comunque si concluderà, relegherà i protagonisti in un mondo senza futuro: quello dell’aldilà, oppure quello della criminalità, nel quale sarà quasi impossibile sopravvivere e dal quale sarà difficile poter uscire, proprio un mondo senza futuro.

Rimane comunque una considerazione finale da fare, vale a dire la distinzione tra il film e la produzione di successivi filmati prodotti per serie televisive; pensiamo ai vari filmati televisivi della serie “Gomorra”, i quali hanno invaso i canali televisivi imperversando sul mercato e invadendo case e famiglie, con le varie conseguenze derivanti dall’assuefazione di ragazzi e adolescenti, bersagliati dalla violenza tramite i canali televisivi. Infatti, mentre la sala cinematografica presuppone una volontà e decisione specifica di assistere allo spettacolo, la tv invade le case in maniera indiscriminata e spesso incontrollata; il cinema è una scelta che il singolo compie, la tv è una sopraffazione che ti invade la tua sfera personale, spesso senza che tu possa averne la percezione.

Talché, nel mentre non sono mai da condannare le opere cinematografiche come “Gomorra” e “La paranza dei bambini”, sono assolutamente da evitare le serie televisive che ad esse fanno seguito, visibili sui canali televisivi in chiaro, che diventano solo un fatto commerciale e nulla più: un discorso a parte può farsi se queste serie vengono programmate solo sui canali a pagamento, cosa che salverebbe capre e cavoli.

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