La trama dei ragni

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Mentre le colorate farfalle catturano gli occhi, le allegre cicale calamitano l’udito ed i baldanzosi grilli innervosiscono con i loro repentini scatti, i silenti ragni tessono la ragnatela.

Chi sono codesti ragni-tessitori? Gianni Letta su tutti, e poi Crosetti, Giorgetti, la Boschi, Bettini e Franceschini, chissà, oggi forse anche D’Alema.

Sono quelli che a Roma, negli anni trascorsi, mentre i leader primattori incrociavano le lame sui social e nei duelli rusticani dei talk show televisivi, hanno intrecciato rapporti solidi con l’alta burocrazia dello Stato.

In Italia, senza o contro la burocrazia, non si va oltre il primo miglio. Meno che mai può andarci un governo impopolare e minoritario nel Paese. Lo sa bene Giuseppe Conte, capo del governo tutt’altro che disattento a tali rapporti.

Valentina Fico, sua moglie separata e madre di suo figlio, è un autorevole avvocato dello Stato. Egli stesso, docente alla Sapienza – della scuola e sotto l’egida di Guido Alpa – è stato componente laico del Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa per nomina parlamentare. Insomma, Conte viene dallo stesso milieu da cui vengono reclutati i capi di gabinetto e degli uffici legislativi dei ministeri. Un ambiente dunque di sua diretta conoscenza e frequentazione, ben da prima che diventasse capo del governo. Ha anche ottimi rapporti col Quirinale, da cui riceve un supporto costante e una bussola per orientarsi nella giungla politica parlamentare e nei meandri della burocrazia di Stato. Insomma, il nostro capo del governo non è uno sprovveduto, ha le sue fiche e se le sa giocare.

Per la tenuta di una maggioranza non bastano però il feeling con l’alta burocrazia dello Stato e quello col Quirinale. Occorrono altre componenti, quali la benevolenza o quanto meno la non ostilità della magistratura – con la quale, grazie al sostegno della trimurti Travaglio-Davigo-Bonafede, il capo del governo ha in verità buoni rapporti – quello dei media ed il supporto dei corpi intermedi, prima di tutti dei partiti.

Partiti? Adesso si dice così? Ammesso e non concesso!” avrebbe chiosato Totò. Quelli che formalmente ancora esistono e resistono non sono che federazioni di comitati elettorali, i cui ‘militanti’ sembrano animati da un solo grande ideale, la propria collocazione. Dal punto di vista del consenso, i partiti oggi sono più un ostacolo che un aiuto. Fa tristezza, ma questa è la realtà. Il non avere un ‘suo’ partito perciò potrebbe essere addirittura un vantaggio per Giuseppe Conte.

Il vero problema è che gli manca il popolo e, in tempi di web-populismo, non è un dettaglio da poco.

Al cospetto delle annunciate tensioni sociali post pandemia, l’attuale compagine governativa non reggerà. Lo sanno tutti. Bisogna necessariamente attrezzarsi per fronteggiare questa certa prospettiva. Solo un’intesa nazionale forte potrebbe evitare il rischio che le attese proteste tracimino in sedizione violenta. Chiamatelo di salute pubblica, delle grandi intese, Grosse Koalition o governissimo, a questo sbocco stanno lavorando i ragni tessitori di cui sopra.

C’è però un problema non da poco, il M5S in questo scenario non reggerebbe. Di Maio e compagni, piuttosto che ingoiare un nuovo governo con Salvini, con l’aggiunta della Meloni e di Berlusconi, passerebbero all’opposizione. Se non lo facessero, esploderebbero. Peraltro per loro si configurerebbe uno scenario agognato fin dalla nascita: da una parte tutta la vecchia politica, dall’altra il M5S ad ammiccare al Paese in rivolta. Nessuno vuole concedere loro questo spazio.

Si spiega così il tentato blitz notturno di una decina di giorni fa di Giuseppe Conte. Voleva propinare furtivamente ai partner di governo una spartizione dei 209 miliardi del Recovery Fund in sessanta progetti, divisi in blocchi di dieci a seconda della materia ed assegnati per la gestione a sei ingolfatissime task force tecniche. Il governo reale di quei fondi sarebbe stato sottratto ai titolari dei dicasteri politici ed affidato sulla carta a tecnici, di fatto spartito tra tutte le forze parlamentari. Con duecento consulenti inquadrati nelle task force ci sarebbe stato spazio per tutti. Un governissimo de facto, mentre de jure avrebbe continuato ad apparire l’attuale governo giallo-rosa.

Non aveva fatto però i conti, il premier, con gli imprevedibili guizzi di Renzi. Non consultato, sotto-quotato nella spartizione delle task force, ha sorpreso tutti con un balzo improvviso: se ciò deve essere, che sia de jure ciò che si vuole de facto, cada Conte e si si dia vita ad un nuovo governo, espressione di una nuova maggioranza.

Denudati, stanati e costretti a venire allo scoperto, tutti i leader della destra e della sinistra si sono dichiarati ignari dell’inciucio. Il lodo contiano – governo legale di facciata-governo reale operativo – è saltato ed ora ci troviamo in un vicolo cieco.

Niente paura, i ragni non hanno mai smesso di tessere la loro ragnatela. Loro al potere ci sono stati, ci sono e ci resteranno. Guardano le farfalle, le cicale e i grilli che si sbattono e con Quasimodo si dicono : “Noi vivi ricorda dal suo arbusto già l’ultima cicala dell’estate”.

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