La strage di Corinaldo

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“Hey troia! Vieni in camera con la tua amica porca. Quale? Quella dell’altra volta. Faccio paura, sono di spiaggia. Vi faccio una doccia, pinacolada, bevila se sei veramente grezza, sputala, poi leccala, leccala, limonatevi mentre godo, gioco a bigliardo con la mia stecca, solo con le buche, solo con le stupide, ‘ste puttane da backstage sono luride, che simpaticone! Vogliono un cazzo che non ride, sono scorcia-troie…”.

Non voglio ulteriormente riportare il turpiloquio col quale il ventiseienne noto (così sembra almeno tra i giovanissimi) Sfera Ebbasta, cantante Hip hop, Trap, Pop rap, al secolo Gionata Boschetti di Sesto Milanese, intrattiene folle di ragazzi e adolescenti che per lui sembrano andare in delirio, e che tanti accomodanti genitori si fanno obbligo di accompagnare per farli assistere a tali educativi canti di questo astuto “artista”.

Era proprio per partecipare a un concerto di questo personaggio che circa millequattrocento persone, la maggior parte giovanissime, si trovavano nella discoteca La Lanterna Blu di Corinaldo nel momento della tragedia la notte di venerdì 9 dicembre scorso.

Né intendo essere poco rispettoso per le vittime; per “fortuna” sono solo sei i morti tra i quali una mamma che aveva accompagnato la figlia, ma sono numerosissimi i feriti, e, per come sonno andate le cose, quella serata poteva concludersi con una strage; ma sembra legittimo chiedersi come sia possibile che tanti genitori non si facciano scrupolo di accompagnare i loro figli, alcuni appena adolescenti, ad un concerto di un personaggio che ha basato la sua fortuna sul turpiloquio, e che magari anch’essi pagano il biglietto per ascoltare quelle turpitudini.

Non riesco a capacitarmi come tantissimi genitori, magari timorati di Dio (tanto per dire), che magari vanno a Messa la domenica col codazzo dei figli adolescenti, che insieme ad essi si accostano forse anche al sacramento dell’Eucarestia, che probabilmente fino a qualche anno fa, nell’accompagnare i figlioli a letto e dare loro la buona notte, avevano insegnato loro che prima di addormentarsi si doveva rivolgere al Creatore del mondo una preghiera di ringraziamento per averci dato la vita, per averci conservati sani, per averci dato la possibilità del cibo, della casa, del lavoro ai genitori e dei quattrini per poter campare, improvvisamente dimentichino tutto ciò e vadano ad accompagnare i figlioli, ripeto appena adolescenti, allo spettacolo di uno che li apostrofa con quei termini di “gratuito” (anche se il furbo canzonettista si fa ben pagare) turpiloquio, e magari anche essi genitori entrano nel locale e stanno ad ascoltare senza batter ciglio.

Una domanda: ma non provano, essi genitori, un tantino di vergogna, non per quello che il tizio canterino urla nel microfono, che ad essi genitori, oramai adulti e probabilmente avvezzi a sentire tali ”amenità” in colloqui tra adulti, può non fare più specie, ma nel constatare che quelle scurrilità giungono alle orecchie dei loro figlioli?

Io ho una figlia adulta, oramai sposata e madre; ma se dovessi accompagnare mia figlia, donna matura più che quarantenne, ad ascoltare qualcuno che profferisce quelle frasi, io proverei molto imbarazzo e grande vergogna nei suoi confronti.

Mi chiedo: ma com’è che i genitori di questi adolescenti non provano la stessa vergogna e lo stesso imbarazzo?

Il problema esploso a Corinaldo è proprio questo; al di là della capienza o meno della discoteca, della efficienza o meno delle uscite di sicurezza, dei controlli effettuati o meno da parte di chi di competenza, dell’avvenuto utilizzo o meno dello spray urticante da parte di non si è capito bene chi (un figlio di papà che voleva solo divertirsi? un ladro che intendeva distogliere l’attenzione per poter sottrarre borse o portafogli? un ubriaco cui erano venuti meno i freni inibitori?), a Corinaldo è ancora una volta emerso il mancato esercizio del ruolo genitoriale da parte di centinaia di genitori che certamente sapevano cosa avrebbero ascoltato i loro pargoli, e se non lo sapevano è ancora più grave in quanto la funzione genitoriale, almeno fino ad una certa età, comporta anche il dovere di informarsi di cosa culturalmente si nutrano i loro figlioli, come trascorrano i loro momenti di libertà, di quali valori si alimentino.

Vecchia cultura? Belle parole oramai senza più senso e senza più valore?

Può darsi: ma non è proprio il venir meno dei concetti espressi da queste belle, ma ormai superate, parole che sta in parte l’origine della crisi profonda che la nostra società sta vivendo?

 

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