Fondi europei… il “brutto” arriva adesso

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Finalmente l’Unione Europea ha deciso in merito agli aiuti miliardari in favore dei paesi membri colpiti dalla pandemia, uno dei principali l’Italia che ha battagliato per mesi perché l’UE si decidesse e dimostrasse al mondo che, invece di essere solo una unione monetaria, si avviava anche a diventare una un unione politica, così come i padri fondatori avevano ipotizzato.

L’obiettivo della unione politica è purtroppo ancora lontano, e chi sa quanti altri anni dovranno trascorrere per conseguirlo, ma ormai la strada è tracciata, sta ora ai paesi fondatori, principalmente il nostro, combattere perché venga realizzato.

Come già comunicato da questo giornale in data 21 luglio, dopo una ulteriore, estenuante e lunghissima trattativa, nelle prime ore dell’alba dello stesso giorno il Presidente del Consiglio Europeo ha comunicato che era stato siglato l’accordo sui Recovery Fund (Fondi di recupero), necessari per il recupero economico dai danni provocati dalla pandemia ai sistemi sanitari e alle economie dei vari paesi, la maggioranza dei quali hanno chiuso il primo trimestre con preoccupanti flessioni del Pil.

Ad aprile il Premier Conte l’aveva definito una parte fondamentale della trattativa con l’UE, ma per giungere in porto è stato necessario vincere le resistenze dei cosiddetti “Paesi frugali”, Austria, Finlandia, Olanda e Svezia, che hanno condizionato anche la Francia, favorevole sin dall’inizio, e messo in crisi la stessa Germania e la Merkel che ha faticato non poco a vincere le resistenze interne dei membri del suo governo particolarmente critici nei confronti dell’Italia e degli altri paesi spendaccioni.

La caratteristica principale del Recovery Fund è la erogazione di danaro a fondo perduto; ovviamente i capitali dovranno essere reperiti sul mercato e nessuno avrebbe acquistato “bond” senza la garanzia dell’UE, ed è anche su questo che si è incentrato lo scontro con i “Paesi frugali” certamente più virtuosi di noi; non dobbiamo dimenticare, infatti, che il nostro debito pubblico è uno dei più alti al mondo, che tanta parte dello stesso sono risorse sperperate, che è difficile ipotizzarne una riduzione, e che si spera solo in una economia florida che possa quanto meno aiutarci a sostenere i gravosi interessi che esso comporta.

Le opposizioni dei “Paesi frugali” sono derivate proprio da tali considerazioni, che in coscienza non possiamo definire infondate, ed è comprensibile che nessuno di essi fosse disponibile ad accettare l’onere delle garanzie comunitarie a favore di paesi scialacquatori come noi veniamo considerati.

Riassumendo, alla fine il Consiglio europeo ha stanziato 750.miliardi di euro, 360.miliardi come prestiti, 390.miliardi come sovvenzioni, cifra ragguardevole se si considera che il bilancio comunitario è di 1074.miliardi di euro.

Quindi è certamente una vittoria, sulla quale pesano però alcune incognite: il freno di emergenza e i progetti per la utilizzazione dei fondi.

Il “freno di emergenza” è una clausola di salvaguardia che i “Paesi frugali” hanno preteso: l’UE concede fondi ai paesi membri, sotto forma di prestiti agevolati o di finanziamenti a fondo perduto, solo se i paesi destinatari mettono in campo riforme giudicate prioritarie dalla stessa Unione: i fondi sono destinati al servizio sanitario, alle imprese, all’occupazione, all’efficienza dei settori amministrativo/giudiziario, alla crescita sostenibile e alla trasformazione digitale.

E veniamo alla seconda incognita che grava sul nostro paese, vale a dire la possibilità di progettare in tempi brevi i meccanismi di riforma che l’UE si aspetta da noi.

Non è un mistero che l’Italia non abbia mai brillato nella capacità di progettare e poi realizzare le riforme a fronte delle quali l’UE eroga i fondi, anzi abbiamo sempre avuto la nomea di non saper fare progetti e in passato tanti miliardi a noi destinati sono stati poi dirottatati ad altri.

Saremo ora in grado di essere concreti e tempestivi?

E’ un gigantesco punto interrogativo che grava sul nostro futuro e molte sono le perplessità in quanto nei mesi passati il Governo Conte ha creato una miriade di organismi il cui fine era proprio quello di progettare il futuro del paese, che però spesso sembra si siano accavallati, evidentemente anche a causa delle diverse anime che agitano questo Esecutivo.

Non è uno sterile esercizio di memoria ricordare che, in pochi mesi, oltre alla pletora di organismi e commissioni dedicati specificamente all’emergenza sanitaria, per la riprogettazione del paese è stata istituito il team di esperti guidato da Vittorio Colao, manager stimato a livello internazionale, con l’incarico di stilare il programma per la ripresa economica nei prossimi due anni; Colao elabora ma a quel piano il Governo non mostra grande interesse e viene convertito in un decreto per la cui attuazione sembra dovranno essere scritti centinaia di decreti che lo insabbieranno.

Successivamente Conte convoca gli “Stati generali dell’economia”, con l’intenzione di coinvolgere tutte le forze politiche, di maggioranza e di opposizione, a dare il loro contributo, ma il convegno, a Villa Pamphili, è stata solo una passerella sulla quale hanno sfilato personalità che nulla hanno a che vedere con il nostro paese, e proprio le nostre forze politiche sembrano averlo disertato; in conclusione gli Stati Generali si sono conclusi con un nulla di fatto.

Frattanto gli stessi ed altri esperti del precedente team interessati a elaborare i decreti “Cura Italia”, “Liquidità” e “Rilancio”, vengono nuovamente interessati a elaborare il cosiddetto “Decreto Semplificazione”, vale a dire una ulteriore proposta finalizzata a semplificare i tre precedenti decreti; finora di questo ulteriore lavoro il testo è secretato, per cui nulla si conosce.

Comunque lascia molto perplessi l’uscita del Ministro degli Esteri Di Maio il quale ha detto che la prima cosa da fare con questi fondi è tagliare le tasse alle imprese, il che può essere pure una aspirazione sacrosante, ma in un piano organico di interventi a favore della economia.

In conclusione, l’unica cosa che sta funzionando (si fa per dire) sono i pieni poteri che Conte già aveva e che sono stati prorogati fino al prossimo 15 ottobre, grazie ai quali il Premier può continuare a governare il paese con i DPCM, il che non sembra tanto gradito dall’UE che spinge i vari paesi verso una normalità gestionale, almeno nel campo delle riforme, che non può avvenire con decisioni emergenziali.

Ora il premier ha annunciato: “Partirà presto una task force sul Piano di rilancio, avremo il quadro chiaro dopo il confronto con le opposizioni”: il che sta a significare prima di tutto che pure i tanto decantati Stati Generali sono andati a farsi benedire e si comincia daccapo con un altro team di super esperti.

In conclusione, il punto dolente è proprio questo: il governo non sembra nelle condizioni di poter varare i programmi per accedere ai finanziamenti in tempi brevissimi e vincendo le resistenze degli alleati, e coinvolgendo magari forze dell’opposizione più disponibili ad assumersi delle responsabilità.

Quindi non possiamo non condividere quello che argutamente Sergio Rizzo, sul settimanale Affari e Finanza ha scritto qualche giorno fa: “Il bello viene adesso, anche se sarebbe meglio dire il brutto”.

 

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