Dimissioni Draghi, ripicche, acrobazie e follie

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La solidarietà nazionale con Mario Draghi a capo del Governo è durata un anno e cinque mesi. Lui si è dimesso senza alcun voto di sfiducia espresso dal Senato e dalla Camera dei Deputati.

Si tratta di una anomalia, sul piano formale, rispetto  a prassi e consuetudini di una democrazia parlamentare. La sua rinunzia a completare il mandato, conferitogli per esigenze emergenziali, fino alla scadenza naturale della legislatura è maturata in tre battute

La prima ha riguardato le dimissioni rassegnate a seguito della non partecipazione dei rappresentanti del M5S al voto sulla commutazione del decreto “Aiuti”; la seconda è stata il rimando in Parlamento delle sue dimissioni respinte dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella; la terza si può definire come corollario di cinque giorni di ripicche, acrobazie e follie, dietro le quali si condensano le motivazioni della non partecipazione al voto dei senatori dello stesso M5S ed in più di FI e Lega su un OdG proposto da Pierferdinando Casini (PD) per l’approvazione delle spiegazioni rese dal Premier Draghi.

Esse, certamente argomentate e giustificabili sul piano tecnico per la prosecuzione del mandato, non possono dirsi concilianti rispetto alla risposte attese dal M5S che ha deciso di “togliere il disturbo”, né soddisfacenti per la forzatura di FI e Lega di cambiare lo schema di maggioranza politica in imminenza di scadenza elettorale.

Non è stato d’aiuto, anzi ha contribuito ad avvelenare le relazioni politiche, la campagna mediatica degli appelli di pezzi di società e di istituzioni locali a sostegno della permanenza di Mario Draghi a Palazzo Chigi. Legittima, per quanto si vuole commentare, ma non può non vedersi in essa una forzatura sul libero esercizio del mandato parlamentare.

Indurre Mario Draghi a mollare in questo particolare momento storico può essere stato anche un atto di “follia” secondo una reazione stizzita di Enrico Letta, ma non può essere attribuita dallo stesso leader del PD al “Parlamento che si è messo contro l’Italia”.

Ci sono da mettere in conto le campagne mediatiche su temi divisivi poste in essere a scopo puramente elettoralistico dalle Segreterie dei partiti e la stessa sindrome del Marchese del Grillo, absit iniuria verbis, dell’ex banchiere della BCE quando ha invocato “il sostegno che ho visto nel Paese mi ha indotto a riproporre un patto di coalizione”, dimentico dell’antica locuzione latina che appellava il Senato “mala bestia”.

Certo, risulta incomprensibile agli italiani ed alle cancellerie internazionali che si posa aprire una crisi di Governo per le rivendicazioni dei taxisti e dei balneari o per le controversie sulla realizzazione di un termovalorizzatore per la monnezza di Roma, a fronte di una crisi energetica mondiale e di pungenti fenomeni di inflazione.

Come si suol dire ormai il “dado è tratto”, non si può ingranare la retromarcia ed ogni decisione  è rimessa al corpo elettorale.

Al di là del teatrino dei partiti, si spera che si chiuda un ciclo, cosiddetto populista, ricordando  una nota metafora  come insegnamento per i politicanti: “quando cade l’acrobata in scena restano solo i clown”.

È stata usata ripetutamente a volte per gioco, ma farsi domande e darsi delle risposte può essere un modo di far politica che giova per le scelte del popolo degli elettori e non per le opzioni delle élite di potere che di risposte preconfezionate ne sono sempre attrezzate, ma non sempre confluenti con le funzioni degli istituti di democrazia rappresentativa.

C’è una crisi del sistema di esercizio della sovranità della politica da sottrarre agli umori ed alle conventicole partitocratiche e da trasferire a forme dirette di legittimazione elettorale per chi è chiamato ad esercitare funzioni di governo.

Si tratta di una riforma regina di carattere costituzionale, senza la quale le sceneggiate che hanno caratterizzato la vita della legislatura scaduta torneranno a ripetersi, sia pure con diverse facce e modalità qualunque siano gli esiti  usciti dalle urne.

Questo può dirsi il vero tema impegnativo per le alleanze ed i confronti da affrontare nella campagna elettorale in corso.

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