Caso Bonafede, un cerotto sulla fronte pentastellata

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il ministro Alfonso Bonafede (foto tratta da profilo Fb)

La bocciatura delle mozioni di sfiducia contro il Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede è una stella o un cerotto sulla fronte del M5S?

Il risultato del voto espresso dal Senato é rimasto in bilico fino allo scioglimento della riserva di Matteo Renzi. Perciò, ci sono presupposti per motivare un secondo interrogativo dal momento che il leader di Italia Viva, il cui voto sarebbe stato determinante in un senso o nell’altro, ha precisato di ritenere corretto il contenuto delle mozioni ma di non poterle votare per non mettere in crisi il Governo Conte.

Il che suona come un tiratina di orecchie per Bonafede o un scudisciata per il mondo pentastellato? In entrambi i casi a soffrirne il vulnus è l’ethos delle istituzioni dal momento che la questione portata in Parlamento ha avuto origine da un incrocio di dichiarazioni divergenti rese da figure rappresentative emblematiche del sistema giustizia: il titolare del relativo Dicastero ed un autorevole membro del CSM.

Le loro parole restano sospese, senza risposta fino a quando non si avranno chiarimenti dal parte dell’altro protagonista dopo quelle declinate dal Ministro nell’impegno contro il malaffare. La chiarezza che ci si attende non riguarda tanto le interpretazioni di norme e relative falle che hanno aperto le porte a causa del coronavirus a boss  di alto e media rango mafioso, quanto la gestione di nomine di figure  apicali per il governo delle carceri.

Sul punto si configurano responsabilità oggettive che, come ha detto l’ex ministro di lungo corso Paolo Cirino Pomicino, appartengono al livello politico, ricordando che in altre epoche più di un ministro non ha aspettato il voto del Parlamento per fare un passo indietro: fra questi il caso di Vito Lattanzio che mise a disposizione il suo Dicastero della Difesa a seguito della fuga dall’ospedale militare del Celio dell’ex tenente colonnello delle SS Herbert Kappler, responsabile della rappresaglia delle Fosse Ardeatine.

L’allora Presidente del Consiglio dei Ministri Giulio Andreotti, Agosto/Settembre 1977, non aprì alcuna crisi di Gabinetto e procedette ad uno scambio di incarichi con Attilio Ruffini titolare dei Trasporti. Il confronto potrebbe non reggere data la particolare situazione di crisi che sta attraversando il Paese.

La domanda è: il coronavirus che fa da scudo sul piano politico alla tenuta del Governo Conte può essere usato contro la trasparenza delle responsabilità di ciò che accade dentro un Ministero?

Il dibattito svoltosi al Senato lascia più di un dubbio sulla strumentalizzazione della vicenda, giustificabile se posta in essere dalle opposizioni, ricattatoria se argomentata nell’ambito della maggioranza in chiave garantista da chi ha fatto del giustizialismo il proprio DNA, il M5S, o nella forma di garantismo usa e getta a secondo che i sospetti vengano sollevati nei confronti di avversari o sodali.

E’ stato questo uno degli argomenti di attacco di Matteo Renzi per criticare il vissuto di Bonafede anche se alla fine ne ha salvato la permanenza al Palazzo di Arenula, in nome e per conto del bene del Paese.

Tutto nella trasparenza? Ad usum Delphini? Absit iniuria verbo. O è meglio la manzoniana locuzione ai posteri l’ardua sentenza? Sperando in “omnia munda mundi”.

 

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