Burocrazia, in Italia è burofollia

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E’ da poco iniziata su Radio 24, al mattino, la trasmissione di Alessandro Milan, Alino per gli amici, dal titolo “Uno, nessuno, 100.Milan”, che parla di tante cose e, spesso, di follie burocratiche, definite con il neologismo “burofollia”, riguardanti quelle pazzie della burocrazia italiana che si fa fatica a comprendere e a tollerare, come, ad esempio, quella di un pubblico ente che per recuperare 0,15 centesimi di euro non pagati, ha emesso una ingiunzione di pagamento di qualche centinaia di Euro; o i 65 adempimenti in 26 sportelli per aprire un’attività; o le centinaia di giornate che si debbono attendere per ottenere una autorizzazione per la edificazione di un capannone.

Che la burocrazia in Italia sia un danno irreparabile non è solo una ipotesi oggetto di satira, ma una realtà incontrovertibile, oramai certificata a livello europeo, come è attestato da statistiche recentemente pubblicate.

Trattasi di una elaborazione, riferita al 2017, della Cgia, l’Associazione di artigiani e piccole imprese, su dati della Commissione europea; sulla base dei quali è stata compilata una statistica della qualità dei servizi offerti dai pubblici uffici nei 19 paesi che utilizzano la moneta unica.

Esaminando la quale si apprende che l’Italia si classifica al 18.esimo posto su 19 paesi, quindi al penultimo posto, peggio di noi fa solo la Grecia; al Belpaese è stato assegnato l’indice 24,7 (alla Grecia 19,1), mentre la palma del paese con la burocrazia più efficiente è stata assegnata alla Finlandia (80,5), seguita dai Paesi Bassi (75,6), Lussemburgo (75,5), Germania (71,4), Irlanda (67,7), Austria (66,9), Belgio (62,8), Francia (58,3), Estonia (54,4), Portogallo (50,1).

La burocrazia, in senso lato, è l’insieme di regole, di apparati e di persone alle quali è affidata, a diversi livelli, l’amministrazione di uno Stato e anche di enti non statali.

E’ uno dei pilastri di una democrazia, in quanto elimina le disparità tra le persone, che si presentano in condizioni di parità dinanzi alla pubblica amministrazione per ottenere, indipendentemente dalla condizione sociale, lo stesso trattamento.

In teoria è così ma, purtroppo, per l’accavallarsi di norme, spesso in contraddizione tra loro, o di incerta interpretazione, da strumento di democrazia la burocrazia si trasforma in strumento di disparità sociale e, pertanto, diviene anche strumento di corruzione: più complesse, poco chiare, contraddittorie sono le regole, maggiormente i vari uffici, funzionari e addetti hanno facoltà di intervenire per risolvere i tanti problemi, e l’intervento personale alimenta, ovviamente, la corruzione; l’Italia ha maturato un indice di corruzione del 26,9, contro l’82,2 della Finlandia: l’assenza di corruzione è valutata con l’indice 100,0.

“Sarebbe comunque sbagliato generalizzare, non tutta la nostra amministrazione pubblica è di bassa qualità. La sanità al Nord, molti settori delle forze dell’ordine, diversi centri di ricerca e istituti universitari -afferma il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia, Paolo Zabeo- assicurano delle performance che non temono confronti con il resto d’Europa. Ciò nonostante, il livello medio complessivo è preoccupante. La incomunicabilità, la mancanza di trasparenza, l’incertezza giuridica e gli adempimenti troppo onerosi hanno generato una profonda incrinatura, soprattutto nei rapporti tra le imprese e i pubblici uffici, cha ha provocato l’allontanamento di molti operatori stranieri che, purtroppo, non vogliono più investire in Italia anche per l’eccessiva ridondanza del nostro sistema burocratico”.

Anche l’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, è recentemente intervenuta per confermare che per il paese è imprescindibile avere una macchina statale che funziona bene. Secondo questa organizzazione la produttività media del lavoro delle imprese italiane è più elevata nelle zone con una più efficiente amministrazione pubblica.

Sarebbe interessante, a questo punto, esaminare in dettaglio, all’interno del nostro paese, quali sono le regioni o le zone nelle quali la burocrazia funziona meglio e andarne ad analizzare i motivi; al momento l’unico dato disponibile, derivante sempre dalle elaborazioni della Cgia, è quello relativo al presunto costo della “mala burocrazia” italiana che grava sulle imprese, soprattutto al sud: circa 31.miliardi di euro all’anno: questo dato è tratto dall’ultima rilevazione effettuata dal Dipartimento della Funzione Pubblica presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri.

«Una cifra spaventosa – dice Paolo Zabeo – in parte imputabile anche al cattivo funzionamento della macchina pubblica che ormai sta diventando la principale nemica di chi fa impresa. Sempre più soffocate da timbri, carte e modulistica varia, questa Via Crucis quotidiana costa a ognuna di queste Pmi (piccole e medie imprese) mediamente 7.000 euro all’anno».

E sempre la Cgia cita l’ultima indagine condotta dalla Commissione Europea sulla qualità della Pubblica Amministrazione su 192 territori dell’Ue, realizzata nel 2017, in cui le principali regioni del Centro-Sud d’Italia compaiono per otto volte nella classifica dei peggiori 20, con la Calabria che si classifica al 190.esimo posto. Il territorio italiano migliore, relegato comunque al 118.esimo posto a livello europeo, è il Trentino Alto Adige, seguito a pari merito da altre due regioni del Nordest, l’Emilia Romagna e il Veneto al 127.esimo e al 128.esimo posto, poi la Lombardia al 131.esimo posto e il Friuli Venezia Giulia al 133.esimo; comunque relegate nei posti medio-bassi della classifica.

In particolare, siamo all’ultimo posto per quanto riguarda il costo per avviare un’impresa (13,7% sul reddito pro capite), per l’entità dei costi necessari per recuperare i crediti nel caso di un fallimento (22% del valore della garanzia del debitore), al terzultimo posto per quanto riguarda il numero di ore annue necessarie per pagare le imposte (238), per il numero di giorni indispensabili per ottenere una sentenza commerciale (1.120 giorni). Occupiamo il quart’ultimo posto per giorni necessari per ottenere il permesso per la costruzione di un capannone (227,5 giorni), e ci collochiamo al sestultimo posto per le spese in una disputa commerciale (23,1% del valore del valore della merce).

Altre indagini, effettuate da fonti diverse, pubblicate recentemente sul quotidiano Avvenire, evidenziano che per recuperare un credito in Italia occorrono in media oltre 1100 giorni, contro i circa 650 della Polonia, i circa 480 della Spagna, i circa 450 della Germania e i circa 400 della Francia. I tempi processuali in Italia per aree geografiche confermano un notevole divario tra nord, centro e sud per la risoluzione delle controversie civili in genere: al nord occorrevano 256 giorni nel 2013, 251 nel 2014, 252 nel 2015; al centro occorrevano 378 giorni nel 2013, 393 giorni nel 2014, 375 giorni nel 2015; al sud, invece, occorrevano 552 giorni nel 2013, 538 giorni nel 2014, 537 giorni nel 2015. Se paragoniamo il sud al nord rileviamo che i tempi del sud sono più che raddoppiati.

Questa è la preoccupante realtà della burocrazia in Italia che la freddezza e l’aridità dei numeri evidenzia in tutta la sua drammaticità.

Allora, in attesa che qualcosa cambi, ma seriamente, e non come fece Calderoli con il falò delle 375.mila leggi inutili, o Renzi, il quale pure aveva promesso fuoco e fiamme contro questo serpente che aggroviglia e soffoca tutto, non possiamo fare altro che ascoltare quotidianamente le notizie di “burofollia” di Alino Milan, e sorridere amaramente.

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