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Opinioni

Autunno caldo: in piazza contro carovita, riarmo e precariato

Il corteo blocca per qualche ora la città, la sensazione è che, anche chi non sciopera, come i commercianti, dall’uscio dei propri negozi, si unisca idealmente allo sciopero

Autunno caldo: in piazza contro carovita, riarmo e precariato

Sull’ondata degli scioperi delle ultime settimane, anche Salerno ieri mattina è scesa in piazza. Alle proteste indette dai sindacati di base dei settori trasporti – poi precettato – istruzione e sanità si sono uniti i lavoratori di molte altre categorie (chiuso l’ufficio postale di via Roma), e, in particolare, i portuali che portano la loro istanza contro il trasporto di armi che transita per il porto di Salerno.

Il corteo blocca per qualche ora la città, la sensazione è che, anche chi non sciopera, come i commercianti, dall’uscio dei propri negozi, si unisca idealmente allo sciopero. “Fanno bene”, “Dovremmo scioperare tutti” sono le dichiarazioni raccolte in giro.

La manifestazione, con la polizia in cima al corteo, si svolge in maniera completamente pacifica.

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Osservando il serpentone che si snoda lungo la strada con lentezza, mi colpiscono dell’immagine tre aspetti principali:

La folla è una macchia rossa. Gli sfilanti portano bandiere con falce e martello, di potere al popolo, della Palestina. Tra i sindacati, vedo la bandiera dei Cobas. Penso a mia figlia che durante il suo primo anno di liceo mi raccontò che nella sua scuola si diceva che le manifestazioni le fanno i comunisti e mi chiese un parere. Corrisponde alla realtà questa narrazione? È realistico sostenere che questa protesta sia una protesta comunista? La sofferenza e l’insofferenza, già subite dalla gente e ora aggravate da inflazione e salari bloccati da anni, sono avvertite solo dai “comunisti”? Sottrarre soldi a sanità, istruzione, infrastrutture per destinarli al riarmo è davvero una scelta che una parte della popolazione approva quando poi in Italia ci sono cinque milioni e mezzo di poveri e una percentuale sempre più alta di persone che rinuncia alle cure mediche? Ma soprattutto: è opportuno connotare la protesta come “comunista”? Giova davvero alla causa?

Il coro dei giovani intona “non c’è rassegnazione ma rabbia”.  Qualcosa in questi anni è cambiato. C’è una nuova generazione di venti-trentenni che ha consapevolezza dei propri diritti e non intende rinunciarvi. Leggo ogni tanto che questi giovani non sarebbero disposti al sacrificio, che vantano diritti ma non accettano i doveri. Credo piuttosto che questi giovani abbiano capito che sacrificio non è accettare salari che non consentono una vera indipendenza economica, che costringono ad un sussidio da parte dei genitori per mantenersi e che dietro la retorica della flessibilità nel lavoro – mirabolante operazione legislativa del governo Renzi – si cela la voragine della precarietà. Questi giovani soprattutto hanno capito che la loro dignità come persone passa dalla richiesta di un lavoro dignitoso e quindi di salari congrui. La rabbia di questi giovani è una rabbia composta, consapevole, incanalata in maniera costruttiva e, proprio per questo, è la loro forza.

Tra gli striscioni, spunta un manifesto per Ciccio Collina, il portuale, sindacalista Cobas, licenziato dalla Logiport che reclama “non si licenzia chi lotta”. Ci sono diritti che diamo per scontati in uno Stato di diritto tra cui quello di manifestare e di esprimere la propria opinione. Non sono diritti antichi, hanno iniziato ad essere enucleati e promulgati in epoca illuminista, neanche tre secoli fa in effetti. Durante la rivoluzione industriale nacquero le prime organizzazioni di lavoratori e, se pian piano i lavoratori hanno ottenuto dei diritti, il merito è dell’unione degli stessi, delle contestazioni, dei sindacati. Sempre più spesso incontro persone sfiduciate che credono che il sindacato non serva a niente, che preferiscono contrattare individualmente con la controparte perché magari riescono a spuntare qualche condizione migliore rispetto al resto dei propri pari. Ci si dimentica che, per quanto si possa contrattare buone condizioni individuali, non si passa mai dal lato del contraente forte: il lavoratore resta tale anche quando è in una posizione apicale. Se è vero che non sempre i sindacati riescono a fare trattative soddisfacenti, è pur vero che senza non ci sarebbe neanche quella base di diritti che consideriamo acquisiti. Il diritto di sciopero, represso dal fascismo, è oggi garantito dall’articolo 40 della Costituzione. Ma che ne è se chi esercita quel diritto viene licenziato o se, come è successo per la protesta – giusta – dei trasportatori, la polizia interviene per identificare i manifestanti? Per queste persone protestare, perdere giornate lavorate, ha un costo pesante. Se ci si aggiunge anche una segnalazione penale, l’intimidazione potrebbe aver la meglio sulla legittima richiesta di ascolto.

In breve, manifestazione finita, ordine riportato e le tutele? Le tutele rimaste inascoltate. Può ritenersi garantito in questo modo il diritto di manifestare? È questa l’Italia che vogliamo? È questa la risposta matura di un governo alle richieste dei suoi cittadini?

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Foto di Angela Senatore

Angela Senatore

Giornalista pubblicista, collabora con Ulisse online dal 2021 occupandosi principalmente della pagina culturale e di critica letteraria. È stata curatrice della rassegna letteraria Caffè letterari metelliani…

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