Autonomie come antidoto al centralismo maldestro

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Dire che la questione delle autonomie differenziate vada affrontata senza i cori delle curve Nord e Sud non è una semplice ripetizione retorica (repetita iuvant) per tenere vivo il dibattito politico; viceversa, è la precondizione per tornare su un tema dietro il quale si prefigura un nuovo assetto delle istituzioni e si celano, nella dialettica corrente, intenzioni e doglianze che chiamano in causa qualità e capacità delle rappresentanze politiche attuali e del passato.

L’interrogativo, al momento, si intreccia con le diatribe che hanno per protagonisti i partner del Governo gialloverde, ma ha origini remote e richiamano alla memoria i contesti in cui sono state concepite le Regioni, intese ed attuate come “prerogativa degli apparati politici e burocratici” (espressione del costituzionalista Giuseppe Verde) piuttosto che come autonomie partecipate dalla società nelle diverse realtà territoriali.

Per 30 anni, fino all’elezione diretta dei loro Presidenti, la formazione dei governi regionali è stata appannaggio delle segreterie nazionali dei partiti ed i Consigli regionali erano considerati palestre per spiccare il volo verso i palazzi romani della politica ritenuta di serie A. Era la prassi prevalente nella prima Repubblica, in cui é prevalso il centralismo della partitocrazia sullo autonomismo delle istituzioni locali che ha avuto caratteristiche differenziate: clientelare ed assistenzialista al Sud, imprenditoriale ed autoreferenziale al Centro/Nord.

Come dire che la differenziazione viene da lontano ed é documentata da dati di attualità sulla spesa pubblica assorbita per il 72% dal Centro/Nord rispetto al 65% di abitanti contro il 27% delle risorse destinate al Sud a fronte del 34% di abitanti.

Si tratta di un andazzo vissuto e praticato nella prima e nella seconda Repubblica a dispetto del nominale intervento speciale per il Mezzogiorno, peraltro cancellato dall’articolato della riforma del Titolo V della Costituzione, dal quale prendono le mosse le attuali richieste di autonomie differenziate.

Nella formulazione delle Regioni Lombardia e Veneto è in uso  l’aggettivo “rinforzate” più vicino al concetto di federalismo che non è l’anticamera della secessione, come qualcuno paventa, perché prefigura una diversa forma di Stato, già oggetto di dibattito in seno alla Costituente della Repubblica italiana, e se ne ha una esemplificazione con lo Statuto della Regione Sicilia, nonostante sia stato depotenziato dalla bulimia di poteri dell’alta burocrazia statale e della partitocrazia centralizzata. Le attuali rivendicazioni, formulate da più Regioni in maniera più o meno simmetrica con l’idea di unità nazionale configurata nella Costituzione, hanno il merito di avere svegliato il mondo accademico su una materia finora sottovalutata sotto il profilo scientifico.

L’iniziativa della Federico II di Napoli di dare vita ad un Osservatorio sul regionalismo coglie nel segno di un approfondimento interdisciplinare sulle proiezioni di un dettato costituzionale che dopo la riforma del 2001 oscilla tra regionalismo e federalismo. Un equivoco che riprodotto nelle proposte di Lombardia e Veneto “spacca i territori” e può rappresentare una “mina” per l’attuale forma di Stato, osserva il costituzionalista Sandro Staiano, coordinatore del citato Osservatorio. Perciò, se c’è un disinnesco da porre in essere non sembra conducente né leale la strada degli accordi bilaterali tra Governo e singole Regioni intrapresa dal precedente Governo presieduto da Paolo Gentiloni e pretesa dal governatori di Lombardia e Veneto.

La posta in gioco non è quella di piazzare una bandiera su una riforma che ha portata costituzionale. Va affrontata in Parlamento per dare una risposta ad un “busillis” che le forze politiche della prima e della seconda Repubblica non hanno avuto la sufficiente determinazione per scioglierlo: non tanto per incultura, ma per ragioni di gestione e controllo centralizzato dei centri di potere.

Si tratta di dare corso ad una svolta storica al di là dei cori accesi dai nordisti che si ritengono “derubati” e dai sudisti “scippati”, il cui “malfattore” per gli uni e per gli altri albergherebbe nello Stato. C’è qualcosa che non va e non convince la tesi dei sostenitori dello statu quo solo per ragioni di bottega elettorale. Sarebbe un sabotaggio rispetto ad un appuntamento destinato a cambiare il volto politico ed istituzionale dell’Italia.

Con buona pace per i laudatores temporis acti.

 

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