Cava de’ Tirreni e il talento sotterrato: la domanda che Sant’Adiutore consegna alla città
Una città senza coscienza morale si disgrega anche quando funziona. Una città senza speranza si spegne anche quando è illuminata
Ci sono omelie che finiscono insieme alla celebrazione. E ce ne sono altre che, se ascoltate davvero, restano addosso come una domanda scomoda. Durante la festa di Sant’Adiutore lo scorso 15 maggio, l’arcivescovo Orazio Soricelli, durante il pontificale in duomo, ha pronunciato una frase che la politica cittadina dovrebbe avere il coraggio di rileggere lentamente: “Una città senza coscienza morale si disgrega anche quando funziona. Una città senza speranza si spegne anche quando è illuminata”.
Dentro questa frase c’è probabilmente il punto più profondo della crisi che attraversa Cava de’ Tirreni. Perché il problema della città non è soltanto amministrativo. È spirituale nel senso più civile del termine. Riguarda il modo in cui una comunità immagina sé stessa, custodisce il proprio senso, decide se vuole ancora generare futuro oppure semplicemente amministrare il presente. Ed è qui che torna alla mente la parabola evangelica dei talenti. L’uomo che sotterra il talento non è un malvagio. È uno che ha paura. Non distrugge il dono ricevuto: lo immobilizza. Lo conserva. Lo mette al sicuro dal rischio della vita. E forse anche Cava, lentamente, rischia questo peccato urbano: sotterrare i propri talenti. Non perché manchino energie.
Anzi. La città possiede ancora intelligenze, associazioni, cultura diffusa, memoria storica, capacità di accoglienza, relazioni umane profonde. Possiede perfino una forte identità collettiva. Ma tutto questo troppo spesso resta bloccato dentro una politica che confonde la prudenza con la visione. L’arcivescovo ha detto un’altra cosa decisiva: “La vera grandezza di una comunità non si misura solo nelle sue opere, ma nella sua capacità di generare legami umani solidi, giusti, onesti”. E allora forse la domanda non è quale sindaco guiderà la città nei prossimi anni.
La domanda vera è se Cava voglia ancora essere una comunità oppure diventare soltanto un insieme di interessi che convivono nello stesso spazio urbano. Perché una città può continuare a funzionare anche mentre perde la propria anima. Può riempire le piazze e svuotare il futuro.
Può illuminarsi di eventi e spegnersi nel pensiero. Sant’Adiutore, straniero arrivato da lontano, ricorda a questa terra una verità quasi dimenticata: le comunità vive non sono quelle che si difendono continuamente, ma quelle che trasformano l’incontro, il rischio e perfino le fragilità in possibilità nuove.
Ed è impressionante che oggi sia forse la Chiesa, più della politica, a porre alla città le domande più radicali. Che cosa stiamo generando? Quale idea di uomo stiamo costruendo? Quale futuro stiamo consegnando ai giovani? Quale coraggio collettivo siamo ancora capaci di esprimere? Perché il contrario della vita non è il conflitto. È l’anestesia. E certe città non muoiono perché perdono ricchezza. Muoiono quando smettono di interrogarsi sul senso della propria esistenza comune.
E allora la domanda decisiva non è se Cava de’ Tirreni riuscirà a crescere ancora, a migliorare servizi, a riempire calendari e inaugurazioni. La domanda vera è un’altra, più nuda e più esigente: se questa città avrà ancora il coraggio di credere che la vita comune sia una vocazione e non solo una gestione. Perché arriva sempre un momento in cui una comunità deve scegliere se continuare a raccontarsi oppure iniziare a rigenerarsi; se limitarsi a custodire ciò che è stato oppure rischiare di far nascere ciò che ancora non c’è.
Ed è lì che si vede la differenza tra una città che si conserva e una città che vive.







