Marcello Murolo attacca Servalli: “La città è ferma, appiattita sull’esistente. Nulla è stato messo in cantiere per il futuro”

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Il viaggio di Ulisse on line alla scoperta dei protagonisti delle prossime comunali prosegue oggi con l’intervista a Marcello Murolo, avvocato e portavoce del movimento civico “Responsabili per Cava”, già assessore comunale nella precedente consiliatura nella giunta guidata dal sindaco Marco Galdi, tra le personalità politiche più quotate come candidato sindaco di uno schieramento alternativo all’attuale primo cittadino Servalli.

 

E’ ancora presto, ma di sicuro lei viene dato tra i possibili candidati alternativi al sindaco Servalli. Facciamo l’ipotesi che lei sia davvero il candidato sindaco. Di quale schieramento, del centrodestra, di un centrodestra o parte del centrodestra con formazioni civiche, o uno schieramento tutto civico, o della Lega con una spruzzatina di civici?

Destra, sinistra, centro … Queste definizioni servono ancora a qualificare qualcosa o sono solo il segno di un’abitudine, di una sorta di pigrizia mentale?  Oggi le linee di frattura non sono più quelle di trent’anni fa, e la società si divide su problemi diversi, molto meno ideologici di una volta: di questo bisogna prendere atto una volta per tutte. Se questo è vero in termini generali, è ancora più vero al livello locale, dove bisogna misurarsi con problemi concreti, che spesso assumono i contorni dell’emergenza. Voglio dire che, secondo me, uno schieramento politico si costruisce innanzitutto in relazione all’identificazione di questi problemi e delle energie che si è disposti ad impegnare per affrontarli. Ciò premesso, io sono il portavoce di un movimento civico, e credo che in questo ambito ci sia molto spazio per costruire.  I partiti nazionali sono ovviamente i benvenuti, ma sul presupposto che nulla di quanto è di interesse della città deve essere sacrificato a logiche esterne.

In tutta onestà, come si costruisce politicamente ed elettoralmente un’alternativa politico-programmatica?

Partendo innanzitutto dall’analisi accurata dei bisogni e delle necessità del territorio e proponendo soluzioni e linee di azione fattibili ed efficaci. Non servono programmi pieni di belle idee copiate e a destra e a sinistra che poi rimarranno sulla carta. Bisogna sapere che non si può fare tutto. Occorre individuare di comune accordo le priorità, concordare le risorse da impiegare, impegnarsi seriamente a fare le cose e a farle bene e per l’intero. Se c’è accordo su questo, e se queste linee di azione nascono dalla conoscenza dei bisogni e delle richieste della comunità, l’alternativa politica e programmatica si costruisce da sola.

Un giudizio sull’attuale Amministrazione in poche battute…

Credo che una larga maggioranza della città sia profondamente delusa da questa amministrazione, che in campagna elettorale aveva saputo veicolare un’immagine molto accattivante di se stessa e che alla prova dei fatti si è rivelata del tutto inadeguata rispetto alle responsabilità che la attendevano. Si è parlato di grigiore, di incapacità di visione programmatica, di pura e semplice gestione dell’ordinario… Tutto vero, ma c’è qualcosa di più grave da un punto di visto amministrativo. La città è ferma, appiattita sull’esistente e sui progetti lasciati in eredità dalle amministrazioni precedenti. Nulla di valido e di duraturo è stato messo in cantiere per il futuro. La nave si è arenata, tirarla fuori dalle secche e rimetterla in moto non sarà facile.

Se Atene piange, Sparta non ride… l’opposizione sta messo molto peggio dell’attuale maggioranza, in pratica non esiste nel palazzo o è poca cosa, fuori del palazzo neanche si vede un granché, ma soprattutto appare una nebulosa con difficoltà ad addensarsi da un punto di vista politico-elettorale…

Non sono del tutto d’accordo. L’opposizione consiliare, nell’attuale ordinamento, ha poco più di un diritto di tribuna, cioè di far sentire la propria voce in consiglio, e ogni volta che ce ne era la necessità lo ha fatto, anche con durezza. Per il resto, l’attuale amministrazione, forte della propria maggioranza numerica, ha tirato avanti dando ben poco ascolto alle critiche ed insistendo nelle proprie impostazioni. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Anche fuori del palazzo è cresciuto un profondo malcontento per le scelte o per le mancate scelte dell’Amministrazione, malcontento che si è espresso nelle iniziative di associazioni, movimenti, comitati spontanei. Penso a un caso per tutti, che è quello del movimento nato a difesa del nostro ospedale, una delle grandi partite chiuse, purtroppo, con un risultato negativo.

La gestione dell’ordinario nella vita complessa di un Comune è di sicuro cosa buona e giusta. Quel che manca alla classe politica in generale è, però, un progetto, un’idea di città. Lei ha qualche proposta al riguardo per far sì che l’elettorato cavese possa intravedere un disegno di sviluppo credibile? Insomma, secondo lei cosa andrebbe messo in campo per andare dallo straordinario grigiore dell’ordinarietà di questa Amministrazione ad una gestione più lungimirante, vivace, coraggiosa e intraprendente?

La gestione efficace dell’ordinario è il presupposto imprescindibile per qualsiasi azione amministrativa che voglia realizzare qualcosa di alto e di duraturo. Non sottovaluterei il problema, visto che, negli ultimi anni, anche questo settore ha fatto registrare degli arretramenti cui occorre opporre rimedio. Buone strade, buoni servizi, buona qualità dell’ambiente, riduzione del carico tributario: credo che questo sia ciò che i cittadini chiedono prima di ogni altra cosa. Non è un caso, del resto, che sono queste le cose che noi meridionali invidiamo alle città del nord o al resto d’Europa: quindi è da qua che bisogna partire, anche per il progetto futuro di città. Storicamente Cava ha sempre avuto una propria peculiarità, che è quella di essere una città “attrattiva” rispetto alle altre, perché contraddistinta da una posizione privilegiata, da una migliore qualità urbana, da un livello culturale e civile particolarmente avanzato che dipende anche dal particolare radicamento dei cittadini nelle proprie tradizioni e nella propria storia. Si tratta di “assets” importanti, di veri  e propri vantaggi competitivi che, non a caso, in passato hanno permesso a Cava di affermarsi come centro civile, città turistica e commerciale, come centro manifatturiero e produttivo con proprie specifiche specializzazioni. Io ripartirei da qui, dalla esaltazione di queste peculiarità, e le sfrutterei innanzitutto lungo due linee direttrici.

La prima: Cava oggi è piena di contenitori culturali (mi si passi il brutto termine) come il complesso di San Giovanni, l’ex convento di Santa Maria al Rifugio, lo stesso Marte, inutilizzati o poco utilizzati perché gestiti in maniera approssimativa, senza volontà di impegnare risorse. L’unica preoccupazione dell’Amministrazione è quella di cercare un privato qualsiasi che se ne faccia carico  per poter dire “l’ho data in gestione, non è più una mia responsabilità”. Io invece penso che mettendo insieme queste strutture e tutti fattori di competitività che prima ho elencato, si possa provare a lanciare un’industria culturale fatta di iniziative valide, per esempio di mostre, di concerti o di rassegne di qualità, che sia in grado di generare un reddito così come accade in tantissime altre città. Certo, come in ogni altro settore per iniziare servono risorse da investire, ma ancora prima occorre uscire dalla mentalità provinciale, avere in testa un progetto degno di questo nome, perseverare nel tempo, chiamare a collaborare persone e organizzazioni di risonanza nazionale. Un secondo percorso di sviluppo deve riguardare le attività produttive. Anche se si tende a dimenticarlo, Cava è ancora un centro industriale, con una propria tradizione e con proprie specifiche eccellenze, per esempio nel settore ceramico, della banda stagnata, della stampa. La crisi ha inciso negativamente (soprattutto sull’industria ceramica) ma chi è sopravvissuto  si è ristrutturato e ne è uscito rafforzato. Le attività ci sono ancora, ma spesso gli imprenditori lamentano la mancanza di cooperazione da parte dei poteri locali, non si sentono rappresentati, a volte si sentono addirittura osteggiati, e qualcuno già è andato via, si è trasferito in altre aree industriali della provincia. Non sono solo pezzi di economia che lasciano Cava, ma anche competenze e professionalità che si perdono. Occorre invertire questa tendenza, costruire a livello locale un modello di economia integrata, fare in modo che Cava continui a risultare attrattiva anche per gli operatori di questi settori.

Parafrasando un’affermazione attribuita a De Gasperi, che però parlava di statisti, “Un Sindaco guarda alle prossime generazioni e non alle prossime elezioni”, lei come immagina la nostra città da consegnare fra una decina di anni a quelli che oggi sono solo dei ragazzi o dei bambini? E da Sindaco in questa prospettiva come governerebbe la città?

La città da consegnare a tutti, a chi oggi è giovane e a chi è adulto, è una città con la quale identificarsi e della quale essere fieri. Da noi è spesso presente una nota di scetticismo programmatico che tende a divenire una vera e propria caratteristica culturale. Che questo accada però non è un caso. Dipende dai troppi esempi negativi, dalle inefficienze amministrative, dalle carenze storiche delle classi dirigenti alternatesi alla guida della città e del paese. Se la pubblica amministrazione funziona male, se fa favoritismi, se fallisce e non risolve i problemi della collettività, si adotta come orientamento l’individualismo, il pensare solo agli affari propri, quali che ne siano le conseguenze. Gli economisti sanno benissimo che scetticismo e individualismo sono fattori specifici di sottosviluppo: la fiducia e la cooperazione reciproca sono i presupposti sociali dello sviluppo economico. Allora bisogna favorire in ogni modo la crescita sociale e civile della società, essere trasparenti, promuovere un ceto politico che sappia ispirare e meritare fiducia, incentivare il coinvolgimento e il senso di appartenenza alla comunità, il senso di responsabilità reciproca che nasce da questa appartenenza. Come accade in tutti i paesi sviluppati, io non deturpo la mia città, non abbandono i rifiuti per strada, non parcheggio in doppia fila non perché ho paura della sanzione, ma innanzitutto perché so che la città e l’ambiente in cui vivo sono un bene comune, in cui devo vivere io con i miei figli e con i miei vicini. Secondo me oggi è possibile invertire la tendenza, raggiungere il risultato. Lo testimoniano le tante associazioni di volontariato che operano ogni giorno, i cittadini che danno il loro apporto e che si impegnano per migliorare le cose. E’ da questo spirito di servizio e di appartenenza che secondo me bisogna partire per costruire il futuro. 

Facciamo un giochino. Immaginiamo che lei sia candidato sindaco alle prossime comunali. Quale potrebbe essere il suo slogan elettorale?

Mi collego a quello che ho appena detto e direi: Cava bene comune!

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