Le Madri della Repubblica

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La “prima volta” non si scorda mai, specialmente se, per giungere a quella prima volta, si sono dovuti aspettare tempi biblici. E quella prima volta del 2 giugno 1946 deve essere stata proprio speciale per 13 milioni di donne italiane che finalmente potevano esercitare il diritto di voto. In realtà una sorta di prova generale già ci fu il 10 marzo dello stesso anno quando, in una Nazione semidistrutta dalla guerra, si svolsero le prime elezioni amministrative in 436 comuni di alcune Regioni italiane dall’avvento della dittatura fascista e, per la prima volta in Italia, donne di qualsiasi estrazione sociale ebbero facoltà di votare. Se quello fu un rodaggio parziale, seppur entusiasmante giacché l’affluenza femminile fu dell’89%, il battesimo di fuoco, l’entrata ufficiale delle Italiane nel diritto di votare e di essere votate fu il 2 giugno 1946.

Fin dalle prime ore di quella mattina soleggiata i seggi furono presi d’assalto e le file per apporre quella croce e quel nome erano lunghissime, alcune testimoni ricordano che dal primo pomeriggio aspettarono fino a mezzanotte; chiazze di colori sgargianti, vestitini leggeri delle più giovani, si confondevano con i tanti abiti a lutto delle donne più anziane, tutte stringevano le schede al petto come biglietti d’amore, con in tasca uno spuntino per ingannare l’attesa e nel petto tanta emozione e tanto entusiasmo: si votava, si doveva decidere tra repubblica e monarchia, si doveva eleggere l’Assemblea Costituente.

C’era molta confusione, l’organizzazione della macchina elettorale lasciava a desiderare ma nulla scalfiva la gioia di queste donne in attesa con la chiara percezione che quello era un evento storico che avrebbe portato un cambiamento epocale. Moltissime casalinghe non avevano documenti personali e dovevano votare con la testimonianza di qualcuno che le conoscesse. Documenti d’identificazione, modo di rendere nota la propria identità, certificato elettorale suo valore e suo uso, espressione del voto di lista e del voto di preferenza, chiusura e riconsegna della scheda al Presidente. Queste varie operazioni, furono spiegate e illustrate con parole e con disegni. La mancanza di mezzi di trasporto, le strade ancora interrotte o comunque impraticabili potevano essere un deterrente, però così non fu, si temeva l’astensionismo femminile, ma l’89,2% delle aventi diritto si recò alle urne.

All’Assemblea costituente furono elette ventuno donne, nove per la Dc, nove per il Pci, due per il Partito socialista e una per l’Uomo qualunque. Si trattava per lo più di donne della media borghesia, provenienti in prevalenza, ma non esclusivamente, dal centro nord. Quasi tutte laureate, molte di loro insegnanti, qualche giornalista-pubblicista, una sindacalista e una casalinga, molte avevano preso parte alla Resistenza.

Le Madri della Costituzione, è doveroso ricordare i loro nomi: Adele Bej, Nadia Gallico Spano, Nilde Jotti, Teresa Mattei, Angiola Minella, Rita Montagnana, Teresa Noce, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi, Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Filomena Delli Castelli, Maria De Unterrichter Jervolino, Maria Federici, Angela Gotelli, Angela Guidi Cingolani, Maria Nicotra, Vittoria Titomanlio, Angelina Merlin, Bianca Bianchi e Ottavia Penna Buscemi.

Il 2 giugno 1946, sole nel segreto della cabina elettorale le Italiane, professioniste, contadine e operaie, donne di diverse generazioni e classi sociali furono libere di decidere da solo e di poter dire la loro dopo tanto silenzio imposto.

All’indomani delle elezioni, un noto fotografo, Federico Patellani, affidò al volto di una giovane donna il messaggio: «È nata la Repubblica». Un volto sorridente, pieno di luce, incorniciato da capelli neri ondulati. È una giovane come tante, indossa un vestito di cotone stampato di poche pretese. La giovane donna bruna (il suo nome è Anna Iberti, futura moglie di Franco Nasi, uno dei giornalisti de Il Giorno) guarda fiduciosa in avanti, volge lo sguardo al futuro, incarnando così le speranze riposte nel nuovo Stato Italiano.

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