La sentenza Zullo tra diritto e umanità

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“La vicenda Polichetti: inutile girarci attorno, qualche problema sulla legittimità morale dell’amministrazione e del sindaco eletti insieme a lui è naturale porselo”

 

Aveva dunque ragione il procuratore dott. Vincenzo Senatore, a Cava la camorra c’era. C’era e, a mio parere, c’è ancora, ancorché ridimensionata dopo la sentenza di ieri della Corte d’Appello che ha condannato i componenti del clan Zullo ai sensi del 416-bis del C.P.

In prima istanza erano sì stati condannati, ma per il mero reato associativo, senza l’aggravante mafiosa. La differenza è spiegata con precisione dal Codice Penale:  “L’associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri”.

Questo è stato il clan Zullo di Cava de’ Tirreni. La città deve tanta gratitudine alla Procura ed al piemme Senatore per aver smantellato questa pesante minaccia alla serena convivenza.

Non si abbassi la guardia però. Ci sono ancora altri clan che continuano ad operare. Sono attivi nell’usura, la piaga delle piaghe a Cava, nello sfruttamento della prostituzione, nello spaccio, nelle estorsioni  e nel cemento illegale.

Io, senza sapere chi fossero i camorristi cavesi e senza avere né le competenze né il ruolo per poter indagare sul fenomeno, ne avvertii netta la presenza durante gli anni della mia sindacatura. Ricordo bene quel tormentato 2009 e le elezioni del successivo marzo 2010, le intimidazioni, il presidio dei seggi, specie nelle frazioni, da parte di ceffi inquietanti, le provocazioni. Ed ancora le minacce perpetrate nei miei confronti negli anni della mia consiliatura dai banchi dell’opposizione. Come pure sento ancora nella carne le ferite dell’ostracismo decretato nei miei confronti dalla mia stessa parte politica. Avevo osato imperniare l’azione della mia amministrazione sulla legalità ed avevo innervosito i detentori di pacchetti di voti senza i quali a Cava le elezioni non si vincevano.

Dentro questa vicenda c’è poi quella personale, umana di Enrico Polichetti, condannato ieri a cinque anni di reclusione e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici in base al 416-ter del C.P.: “Chiunque accetta, direttamente o a mezzo di intermediari, la promessa di procurare voti da parte di soggetti appartenenti alle associazioni di cui all’articolo 416 bis o mediante le modalità di cui al terzo comma dell’articolo 416 bis in cambio dell’erogazione o della promessa di erogazione di denaro o di qualunque altra utilità o in cambio della disponibilità a soddisfare gli interessi o le esigenze dell’associazione mafiosa è punito con la pena stabilita nel primo comma dell’articolo 416 bis.

In pratica la pena è equivalente a quella dei membri del clan, ma Polichetti – ai sensi della sentenza – non ne era membro, bensì aveva chiesto allo Zullo sostegno elettorale promettendo di mettersi poi a sua disposizione una volta eletto. A prova dell’impegno assunto dal candidato Polichetti verso il clan, a parere della pubblica accusa, ci sarebbe stato un abuso di ufficio finalizzato a favorirne i componenti per la realizzazione e gestione di una festa della pizza a Cava. Il giudice ha però assolto con formula piena l’imputato da tale reato. In prima istanza lo stesso Polichetti era stato assolto anche per lo scambio elettorale in quanto al clan Zullo non era stata attribuita la natura mafiosa. Non essendo mafioso non poteva esserci stato scambio elettorale politico-mafioso. Una volta che agli Zullo è stata ascritta la natura di clan mafioso, giocoforza Polichetti è stato condannato per avergli chiesto i voti.

Ai sensi della sentenza dunque, Enrico Polichetti non è un camorrista, bensì un politico che ha stretto un patto col clan Zullo pur di ottenerne i voti. Ma lui, come persona, chi è?

Lo conosco da quando era bambino, anche se fino alle elezioni del 2006 non lo avevo mai frequentato. I suoi genitori gestivano una bancarella di giocattoli con la quale giravano per sagre e feste patronali. Tra queste quella della Madonna dell’Olmo, che si è da sempre svolta sotto casa mia. Enrico a volte dormiva di notte sotto il banco, che non poteva essere lasciato incustodito. Poi i suoi hanno messo su un negozio, quindi due, anche una piccola impresa edile ed Enrico, superata l’adolescenza, ha maturato per parte sua una forte aspirazione al riscatto dalla sua condizione sociale e culturale. Voleva salire di scala sociale ed entrare a far parte della classe dirigente della città.  L’ascensore giusto gli parve la politica e nel 2006 si candidò nella liste dell’UDEUR che faceva parte della coalizione che esprimeva me come candidato sindaco.

Cominciò da lì la nostra frequentazione. Lo osservai attentamente, era un consigliere comunale dinamico, molto attivo, pronto a seguire le pratiche che gli affidavano i suoi elettori, ma ancora grezzo, superficiale. Decisi di seguirlo personalmente, lo correggevo e accompagnavo il suo percorso di crescita. Fu per me quasi un figlio, così quando, volendosi sposare, mi chiese di fargli da padrino di cresima, lo feci volentieri.

Dopo la mia sconfitta elettorale del 2010 prese le distanze da me, prima con cautela, poi apertamente, finché mi parve che volesse addirittura ostentare platealmente in pubblico non solo di non avere più a che fare con me, ma anche di essermi ostile.

Nel 2015 si candidò col Pd ottenendo un notevole consenso elettorale – primo della lista – e fu poi un leale collaboratore del sindaco Servalli, prima da assessore, poi da vicesindaco. Il giudice d’appello oggi sostiene che quel suo successo elettorale fu inquinato. Inutile girarci attorno, qualche problema sulla legittimità morale dell’amministrazione e del sindaco eletti insieme a lui è naturale porselo.

 

“L’inaudita leggerezza di andare raccattando voti anche nella fogna della camorra si spiega solo con la sua incontenibile voglia di emergere”

 

Ma torniamo ad Enrico. Ammesso che effettivamente abbia chiesto i voti al clan Zullo – l’ultima parola non è stata ancora detta, c’è l’esame della Cassazione – l’inaudita leggerezza di andare raccattando voti anche nella fogna della camorra si spiega solo con la sua incontenibile voglia di emergere, di conquistare un ruolo di rilievo nella classe dirigente della città.

Ancora recentemente dopo l’assoluzione del primo grado, aspettava con ansia e fiducia la sentenza di appello per rientrare nell’agone politico. Intanto si era messo a studiare e si era laureato in Economia e Commercio. Voleva far parte della gente che conta.

Ora la via della politica gli è interdetta per sempre. Non solo quella, anche la via di un eventuale lavoro da pubblico dipendente, per il quale stava sostenendo varie prove concorsuali. Non potrà più assumere funzioni pubbliche, niente da fare. Cosa potrà fare? Certo, tenterà la via giudiziaria, il ricorso in cassazione e nel caso un nuovo giudizio in appello. Se però la sentenza finale, passata in giudicato, confermerà la condanna, la via legale dell’inserimento nella borghesia cittadina gli sarà preclusa.

Attenzione. Nel codice della malavita cinque anni di condanna per fiancheggiamento di un’associazione mafiosa fanno punti. In quell’ambiente una condanna pesante è un titolo che fa prestigio. Forse ora Enrico dovrà passare molti mesi in carcere e lì sarà rispettato. Il pericolo maggiore è che – Dio non voglia – possa cedere alla lusinga di poter assurgere ad un ruolo di potere diventando organico alla delinquenza organizzata.

Spero che tutti a Cava vogliano aiutarlo a tenersene lontano, ad accettare la pena ed a fidarsi solo dell’onesto lavoro di commerciante o di professionista privato che potrà intraprendere una volta che l’avrà scontata. Il padre, la sorella, la famiglia, gli amici facciano la loro parte. Io gli sono stato vicino in questi anni, spesso mi sono incontrato con lui e continuerò a farlo. Chiedo a chi gli vuole davvero bene di non abbandonarlo alla tentazione.

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