A colloquio con Antonio Palumbo: “Palazzo di Città sembra un club esclusivo per pochi eletti o per gli amici della prima ora”

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“Nell’attuale compagine consiliare vi è qualche elemento di valore, ma, temo, dovrà fare molta fatica per non rimanere travolto da uno straripante qualunquismo amministrativo e dalla devastante logica del “tirare a campare””

 

Il viaggio di Ulisse alla ricerca della buona politica continua incontrando un ex amministratore comunale metelliano: Antonio Palumbo.

Docente di Disegno e Storia dell’arte, laureato in Architettura presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, dove ha poi conseguito il Dottorato di Ricerca in Progettazione Architettonica e Ambientale, Antonio Palumbo è dal 2010 autore, per la rivista Arpa Campania Ambiente, di articoli sui temi della bioarchitettura e dell’architettura del paesaggio. Nel 2014 ha pubblicato il testo “Il progetto sostenibile in area parco”. Dal 1996 al 2002 è stato Presidente della Gioventù Francescana di Cava de’ Tirreni. In ragione del suo impegno sociale e politico, è stato eletto Consigliere Comunale per tre mandati consecutivi, ruolo che ha ricoperto ininterrottamente dal 2006 al 2020.

Un giudizio sereno e spassionato sull’attuale Amministrazione in questi primi mesi del secondo mandato del Sindaco Servalli.

Mi pare che non abbiano ancora acquisito la piena consapevolezza di essere stati eletti (o rieletti) per amministrare la città.

 

“La rappresentanza politica, particolarmente nella nostra città, sembra ai più essersi distinta negli ultimi anni soprattutto per mediocrità ed assenza di prospettive”

 

 

E un giudizio nel suo insieme sulla classe politica cittadina emersa dalle ultime elezioni comunali?

Come sa, alle ultime elezioni amministrative non mi sono ricandidato. Questo non perché si sia esaurito il mio impulso a dare un contributo per Cava e per la nostra comunità. Tutt’altro.

Ritengo, però, disdicevole (quanto inutile) il candidarsi unicamente per tentare di occupare uno scranno consiliare: quando acquisisci consapevolezza, anche alla luce delle negative esperienze passate – ovviamente non riferibili soltanto alla scorsa Amministrazione- che, comunque e nuovamente, non ti sarebbe data l’opportunità di partecipare alla costruzione di un progetto di città e che, di conseguenza, le tue idee, ancora una volta, non avranno alcuna possibilità di affermarsi né le tue proposte di essere prese in considerazione, ti convinci che potrai fare di più e meglio grazie all’impegno civico e associativo, rinunciando nondimeno a far parte di una rappresentanza – quella politica, intendo – che, particolarmente nella nostra città, sembra ai più essersi distinta negli ultimi anni soprattutto per mediocrità ed assenza di prospettive.

Similmente, non ho mai pensato che il fine possa giustificare, in ogni caso, i mezzi: ancor peggio agisce chi si candida esclusivamente per un proprio tornaconto, chiedendo la fiducia degli elettori con il solo obiettivo di andare poi a ricoprire una posizione in giunta o in altri ruoli.

Tuttavia, è sempre un errore generalizzare o, come suol dirsi, “buttare via il bambino con l’acqua sporca”: nell’attuale compagine consiliare vi è qualche elemento di valore, dotato di umiltà, equilibrio e di una certa visione politica, ma, temo, dovrà fare molta fatica per non rimanere travolto da uno straripante qualunquismo amministrativo e dalla devastante logica, di giorno in giorno più evidente, del “tirare a campare”.

 

“L’impegno politico non attrae più: in particolare, purtroppo, non attrae più le menti migliori e le professionalità più qualificate”

 

 

Se la classe politica non brilla non è che poi in città quella che un tempo si chiamava società civile sembra dare segni di vita. Un tempo l’associazionismo, di qualsiasi tipo, da quello ambientale a quello culturale o sportivo, si faceva sentire, ora è calato un preoccupante silenzio e l’emergenza pandemica ha accentuato un fenomeno che era già presente da tempo.

Aggiungerei l’associazionismo religioso. Nel corso degli anni Novanta ho guidato la Gioventù Francescana cavese e ricordo molto bene il fermento e le tante iniziative, ad esempio, dell’Azione Cattolica così come dei vari gruppi scout e delle numerose associazioni che operavano a scopo solidale e missionario:per Cava e per la nostra collettività l’attivismo, ambientale, culturale, sportivo e religioso- come lei ci ha giustamente ricordato -rappresentava non solo un decisivo apporto e una preziosa occasione per la crescita delle nuove generazioni ma anche un elemento di costruttivo dibattito e di continuo stimolo con cui la classe politica della città era costantemente (seppur, a volte, suo malgrado) chiamata a doversi confrontare.

In ogni caso- e sarebbe ingeneroso il non sottolinearlo -non credo che il “preoccupante silenzio” da lei richiamato dipenda esclusivamente dall’attuale “torpore” di una comunità che ha, certo, da parecchio tempo abbandonato il campo della partecipazione e del confronto.

L’impegno politico non attrae più: in particolare, purtroppo, non attrae più le menti migliori e le professionalità più qualificate, tra le quali, ne sono certo, esistono a tutti i livelli persone che potrebbero dare un notevole contributo, ma che, alle attuali condizioni, preferiscono tenersene a debita distanza.

Purtroppo, come si sa, un’inversione di tale tendenza e il ritorno alla politica del meglio della società civile, nelle sue diverse componenti e declinazioni, dipende dal mutamento di fattori di ordine generale a cui sono ovviamente legate anche le dinamiche e le sorti della nostra comunità e, in gran parte… non est id in nobis.

La crisi dei partiti e della politica è evidente, ma sembra in tilt l’intera società civile che si rifugia sempre più nell’agorà virtuale dei social, i quali hanno sì un ruolo e una loro indubbia forza, ma che alla lunga si limitano a dare voce alla protesta rivelandosi così spesso autoreferenziali, se non scadono addirittura in vomitatoi di inusitata violenza verbale…

Nel nostro Paese il sentimento di appartenenza politica e l’impegno partitico sono morti da un pezzo, penso, prima assassinati da coloro che s’inventarono Tangentopoli e poi seppelliti da un becero populismo, gradualmente intrufolatosi nelle istituzioni,caratterizzato da ottusa cecità e pericoloso pressapochismo; la triste vicenda di Mani Pulite, concretizzatasi con il linciaggio di un’intera classe dirigente (l’ultima che, a mio parere, potesse definirsi davvero “politica”), ha cambiato – e molto in peggio – l’Italia e gli italiani.

Quel drammatico collasso repubblicano ha visto la politica progressivamente soppiantata dalla tecnocrazia e dall’illusione della società civile: un processo che ha minato dalle fondamenta, anno dopo anno, la nostra democrazia e ha drasticamente ristretto le libertà costituzionali, mentre nuovi sedicenti “partiti” e “movimenti” sono stati arruolati dal regime bancario europeo e dalle multinazionali per svuotare di potere i luoghi della rappresentanza popolare e, nel contempo, rendere la crisi (o, meglio sarebbe dire, le tante crisi odierne) lo strumento più efficace per governare le dinamiche di questi tempi particolarmente duri: e, di fatto, come ci ricorda acutamente Dario Gentili, il dispositivo neoliberale dell’attuale crisi, che ha trasformato la crisi stessa da “eccezione” in “regola”, viene sistematicamente adoperato come «randello sociale» ed è diventato la più efficace arma per il«disciplinamento di massa» ai fini della conservazione dell’ordine costituito.

I social e la community, recidendo il sottile filo che ancora legava istituzioni e società, non hanno fatto che peggiorare la situazione: le persone, private ormai di ogni concreto e reale riferimento, in una sorta di follia collettiva, si sono incollate alle tastiere di pc e smartphone lanciando “monetine” a valanga non più solo contro quel che resta della politica ma contro chiunque sia portatore, a torto o a ragione, di un pensiero o di un’idea diversi.

Ricondurre le cose allo status quo ante appare, purtroppo, impresa quasi impossibile. Gli assetti consolidatisi – tanto di natura politica quanto, molto di più, di tipo turbocapitalistico ed economico-finanziario – hanno innescato spietati meccanismi di autoconservazione e dinamiche finalizzate ad accrescere, di giorno in giorno, la povertà di molti e la ricchezza e i privilegi di pochi ed il perpetuarsi di un tale ordine, evidentemente, è possibile solo in presenza di una società “virtualizzata”, “anestetizzata” e scollegata dalla realtà.

Null’altro ritengo di poter dire al riguardo: mi produrrei in vane acrobazie verbali.

 

“Occorre riaprire, in tutti i sensi e senza mezze misure,  le porte della casa comunale. Non si può continuare con il metodo del “chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori””

 

 

Nella nostra città come si può portare la politica, la buona politica, nuovamente al centro del dibattito cittadino e come strumento di confronto e di costruzione? Ammesso che questo sia possibile…

La percezione diffusa che si ha attualmente delle stanze e degli uffici che contano a Palazzo di Città è quella di un club esclusivo per pochi “eletti” o per gli amici della prima ora: tale impressione (che si va, purtroppo, progressivamente consolidando) rischia di alimentare un clima, già insostenibile, di rabbia e risentimento, di livore antipolitico e di crescente avversione nei confronti delle istituzioni e rende arduo riannodare i fili con una comunità i cui cittadini, in numero sempre maggiore impoveriti ed esasperati segnatamente dalla vicenda pandemica, si sono ormai calati nelle trincee dei megagruppi social, dalle quali quasi esclusivamente, attraverso lo schermo di un computer, spesso inveiscono e raramente interloquiscono; non diversamente da essi, Sindaco ed amministratori a vario titolo “rispondono per le rime” o fanno proclami sempre attraverso lo schermo di un computer. Così non si va da nessuna parte.

Occorre riaprire, in tutti i sensi e senza mezze misure (e ben diversamente da una “scatoletta di tonno”!), le porte della casa comunale. Soprattutto in tempi come questi urge ritornare a discutere e a progettare il futuro insieme ai cittadini e con tutte le loro aggregazioni. Non si può continuare con il metodo del “chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori”: molto spesso le idee migliori fioriscono proprio in seno alla società civile, lontano dall’assise consiliare e dalle stanze del potere cittadino.

Ecco, le tante anime e le diverse rappresentanze di una comunità devono percepire che quanto di buono si ha da dire e da proporre verrà quantomeno preso in considerazione da chi amministra: se così si operasse, specie in un’epoca di quasi cronica disaffezione nei confronti delle istituzioni, sono convinto che la politica potrebbe tornare, gradualmente, al centro del dibattito diventando nuovamente strumento di confronto e di comune e condivisa costruzione del futuro.

Per quanto ci riguarda, con il decisivo apporto dell’ingegnere Massimo Mariconda e di tanti altri amici e simpatizzanti, abbiamo voluto dar vita all’associazione “Cava Avanti”, segnatamente per impegnarci nel realizzare progetti che riteniamo importanti ai fini di un decisivo rilancio: su tutti tengo a citare laproposta di costituzionedi un “Comitato civico per la promozione di iniziative culturali comuni tra la città di Cava de’ Tirreni e New York City (USA)”, una mia vecchia idea (e, peraltro, un progetto immateriale) grazie alla quale, ne sono convinto, la nostra città potrebbe costruirsi occasioni di portata storica, consentendoci di conseguire risultati e raggiungere mete che, ahinoi, chi non ha un minimo di coraggio né di visione del futuro fa fatica anche solo ad immaginare.

E, impresa forse ancora più ardua, come favorire l’emergere di una classe politica cittadina che abbia un livello medio di maggiore competenza, preparazione, lungimiranza…

In tempi in cui il pressapochismo, il populismo in salse varie,  l’improvvisazione e l’impreparazione e la conservazione ad ogni costo delle posizioni raggiunte sembrano essere le uniche caratteristiche e l’avvilente immagine di quel che resta della politica -anche e soprattutto a ben altri livelli rispetto a quello di un’amministrazione comunale – questa mi pare una domanda particolarmente difficile.

La competenza e la preparazione non si possono acquistare al mercato… ma la lungimiranza ancor meno. E meno ancora la capacità di sognare e di saper inseguire i sogni: ecco, credo che principalmente questo manchi e sia mancato a chi amministra ed ha amministrato la nostra collettività in un passato anche non troppo recente.

Professionalità, competenza e preparazione sono requisiti indispensabili per governare, specialmente  in tempi di crisi, ma se non vi sono, nel contempo, coraggio, visione del futuro e, in primo luogo, qualche sogno da inseguire, essi non basteranno a far ripartire una comunità e a darle una vera prospettiva d’avvenire.

Secondo lei, quali requisiti di base, irrinunciabili, dovrebbe avere chi si propone come amministratore della nostra città, soprattutto in questi tempi bui e di vacche magre, dove c’è poco da distribuire e molto da chiedere alla comunità?

Come ci ricorda Callicrate, nella Grecia antica chi si proponeva per governare la più importante delle città elleniche assumeva, con il giuramento «Vi riconsegneremo Atene più bella di come l’abbiamo trovata», un impegno sacro e inderogabile nei confronti della comunità.

Forse sono andato un po’ troppo indietro ma credo che quelle parole possano assumere un grande significato particolarmente in tempi “bui” e “di vacche magre” come i nostri. Chi si candida per amministrare deve necessariamente essere animato e sostenuto da tale motivazione: donare, senza interessi o secondi fini, molto del proprio tempo e sacrificare parte della propria vita per costruire una città migliore da consegnare in eredità alle nuove generazioni. (foto Aldo Fiorillo)

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