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La questione meridionale: il lungo filo che tiene insieme l’Italia

Da Gramsci a Dorso, da Romeo a Levi: un secolo di analisi mostra come il divario Nord‑Sud non sia solo economia o politica, ma il nodo irrisolto della costruzione nazionale, oggi riaperto dall’emigrazione dei giovani e dalla perdita di futuro del Mezzogiorno

La questione meridionale: il lungo filo che tiene insieme l’Italia

Prosegue la pubblicazione della quarta ed ultima parte del mini saggio del professore Giovanni Santoriello sulla questione meridionale la cui terza parte è stata pubblicata lo scorso 23 ottobre clicca qui per leggere.

 

Gramsci: la questione meridionale diventa nazionale

Gramsci non arriva alla questione meridionale da osservatore esterno. Nasce ad Ales, in Sardegna, nel 1891, e l’esperienza della sua terra contribuisce alla sua attenzione verso le popolazioni rurali e le aree periferiche del Paese.

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Ma il punto decisivo è un altro: Gramsci rifiuta di considerare il Mezzogiorno semplicemente come una parte arretrata dell’Italia da modernizzare.

Nel 1926, poco prima del suo arresto, scrive Alcuni temi della quistione meridionale. Il testo rimane incompiuto e sarà pubblicato soltanto nel 1930, ma contiene una delle interpretazioni più importanti del problema italiano

Gramsci vede l’Italia come un Paese caratterizzato da un forte dualismo strutturale: da una parte un Nord industriale e urbano, dall’altra un Mezzogiorno prevalentemente agricolo e contadino.

Nella sua celebre formulazione, il Nord appare quasi come una «immensa città», mentre il Sud è una «immensa campagna».

Ma Gramsci non sta semplicemente dicendo che il Nord sfrutta il Sud. Il suo ragionamento è più complesso. Nel Mezzogiorno, secondo Gramsci, si è formato un blocco sociale e politico nel quale grandi proprietari e ceti dirigenti conservano il proprio potere, mentre una parte degli intellettuali contribuisce a mantenerne l’influenza.

Qui entra in gioco uno dei concetti centrali del pensiero gramsciano: l’egemonia.

Il potere, infatti, non si mantiene soltanto attraverso la forza. Si mantiene anche attraverso il consenso e attraverso la capacità di far apparire determinati rapporti sociali come normali e inevitabili. Per questo gli intellettuali hanno un ruolo decisivo: possono contribuire a conservare l’ordine esistente oppure a metterlo in discussione.

La questione meridionale, dunque, non è soltanto una questione economica o agraria. È anche una questione culturale e politica.

Ed è qui che Gramsci compie il passo più importante.

Salvemini aveva mostrato il peso delle clientele, delle élite e degli equilibri politici locali.

Gramsci sostiene che non basta modificare i rapporti di potere nel Mezzogiorno. Occorre costruire un’alleanza tra operai del Nord e contadini del Sud.

Il problema, quindi, non è: «Come può il Nord aiutare il Sud?» Diventa: «Come possono Nord e Sud cambiare insieme una struttura sociale che produce il loro stesso squilibrio?»

È una vera inversione di prospettiva.

Il contadino meridionale non è più visto come un destinatario passivo di riforme, ma come un possibile protagonista della trasformazione dell’intero Paese. E l’operaio del Nord deve comprendere che la propria emancipazione non può essere separata da quella dei contadini meridionali.

Per Gramsci, infatti, la frattura Nord-Sud rischia di impedire proprio quell’alleanza tra le classi subalterne che potrebbe modificare gli equilibri dell’intera società italiana.

Ed è qui la grande novità della sua lettura: la questione meridionale non è una questione del Sud. È una questione nazionale. Non esistono semplicemente un Nord «avanzato» e un Sud «arretrato». Esiste una storia comune, fatta di sviluppo diseguale, rapporti di classe, interessi economici, istituzioni, cultura e consenso.

E allora possiamo lasciare Gramsci con una domanda: se la questione meridionale riguarda l’intera società italiana, chi può diventare protagonista del cambiamento?

La risposta di Gramsci è l’alleanza tra operai del Nord e contadini del Sud.

Ma proprio qui si apre il capitolo successivo perché Guido Dorso porrà una domanda diversa, ma altrettanto radicale: e se il problema fosse anche la classe dirigente? Chi deve guidare la trasformazione del Mezzogiorno?

 

Guido Dorso: la rivoluzione meridionale

Guido Dorso, irpino di Avellino, arriva a questa domanda negli anni della crisi dello Stato liberale e dell’avvento del fascismo. Nel 1925 pubblica a Torino, presso l’editore Piero Gobetti, La rivoluzione meridionale. Saggio storico-politico sulla lotta politica in Italia.

Il punto di partenza è netto: il problema del Sud non è soltanto la povertà o l’arretratezza economica. È anche il problema di una classe dirigente incapace di produrre una vera trasformazione politica.

Qui Dorso si avvicina a Gramsci, pur seguendo una strada diversa. Entrambi rifiutano l’idea di un Mezzogiorno semplicemente arretrato, da amministrare dall’alto, e vedono nella questione meridionale una questione di potere.

Ma mentre Gramsci punta sull’alleanza tra operai del Nord e contadini del Sud, Dorso concentra l’attenzione sulla formazione di una nuova classe dirigente meridionale, capace di rompere con i vecchi gruppi di potere e con il tradizionale sistema trasformistico.

Ecco allora il significato della sua espressione più famosa: «rivoluzione meridionale».

Non dobbiamo pensare necessariamente a un’insurrezione. Per Dorso si tratta soprattutto di una trasformazione profonda della classe politica e dei rapporti di potere.

La sua critica investe lo Stato accentrato, il trasformismo della classe dirigente liberale e una borghesia agraria meridionale che aveva saputo conservare il proprio potere senza favorire la nascita di una moderna classe dirigente.

Senza una nuova classe dirigente, nessuna trasformazione può diventare stabile.

E questa classe dirigente, nella sua prospettiva, dovrebbe nascere soprattutto dagli intellettuali e dai ceti urbani, quella che egli chiama «borghesia umanistica», distinta dalla borghesia agraria.

Dorso scrive mentre il fascismo sta conquistando il potere. E proprio per questo la sua analisi assume un significato particolare.

Il fascismo, nella sua interpretazione, non risolve la crisi dello Stato liberale: rappresenta piuttosto una risposta autoritaria a una crisi politica e sociale che il sistema liberale non aveva saputo affrontare. Dorso lo considera una soluzione provvisoria, incapace di risolvere le contraddizioni profonde della società italiana.

La questione meridionale, dunque, torna a coincidere con una questione più ampia: che tipo di Stato e quale classe dirigente servono per costruire una democrazia realmente moderna?

Ed è qui che Dorso arriva alla sua celebre conclusione: «La rivoluzione italiana sarà meridionale o non sarà».

Non significa che l’Italia debba essere governata dal Sud. Significa qualcosa di più profondo: se l’Italia non riesce a trasformare il Mezzogiorno, la sua stessa costruzione nazionale rimane incompiuta.

E a questo punto la nostra storia cambia ancora prospettiva. Perché dopo Dorso bisogna chiedersi non soltanto chi governa, ma anche come lo sviluppo economico dell’Italia abbia contribuito a creare, e forse a perpetuare, il divario tra Nord e Sud.

 

Rosario Romeo: sviluppo e sacrificio del Mezzogiorno

  • Abbiamo iniziato con Villari, che si chiedeva perché il Sud fosse così povero.
  • Abbiamo visto Franchetti e Sonnino scendere dentro la realtà sociale siciliana.
  • Salvemini ci ha mostrato il rapporto fra Mezzogiorno e potere politico.
  • Gramsci ha trasformato la questione meridionale in una questione nazionale, fondata anche sul rapporto fra Nord industriale e Sud contadino.
  • Dorso ha aggiunto un’altra domanda: può una società cambiare senza cambiare la qualità della sua classe dirigente?

Passiamo ora a Rosario Romeo, storico siciliano nato a Giarre nel 1924, che nel 1959 pubblica Risorgimento e capitalismo.

La sua domanda è scomoda: e se lo sviluppo economico italiano non fosse stato possibile senza un trasferimento di risorse dall’agricoltura verso l’industria?

Gramsci aveva sottolineato ciò che nel Risorgimento non era avvenuto: una vera rivoluzione agraria, capace di coinvolgere le masse contadine e modificare i rapporti di proprietà.

Romeo interpreta invece il problema da un’altra prospettiva. L’Italia del 1861 era ancora prevalentemente agricola e, per avviare l’industrializzazione, aveva bisogno di accumulare capitale. Una parte importante di questo capitale poteva provenire proprio dall’agricoltura.

Attraverso la fiscalità, la tassazione della proprietà fondiaria, la vendita dei beni ecclesiastici e demaniali e il trasferimento di risorse verso lo Stato, si crearono condizioni che contribuirono alla costruzione delle infrastrutture e al successivo sviluppo industriale.

Ma qui sta il punto decisivo: Romeo non nega che il Mezzogiorno abbia pagato un prezzo.

Anzi, parla esplicitamente del «sacrificio del Mezzogiorno».

La sua tesi è che quel sacrificio, per quanto pesante e socialmente ingiusto, fosse collegato a un processo di accumulazione che contribuì alla modernizzazione dell’economia italiana.

La sua interpretazione ci costringe a una domanda più difficile: può un processo di modernizzazione essere storicamente necessario e, nello stesso tempo, produrre costi enormi e disuguaglianze per una parte del Paese?

Per Romeo, in una certa misura, sì.

Ma proprio qui nasce un’altra questione. Se quel sacrificio era funzionale allo sviluppo nazionale, perché il divario tra Nord e Sud non è stato successivamente colmato, quando l’Italia è diventata più ricca e industrializzata?

È una domanda che Romeo lascia aperta e che diventa fondamentale per comprendere il Novecento.

Perché ciò che in una prima fase può aver contribuito allo sviluppo nazionale può trasformarsi, nel lungo periodo, in un ostacolo allo sviluppo stesso.

Il divario meridionale, quindi, non è più soltanto un problema del Sud: diventa un problema dell’Italia nel suo complesso.

 

Carlo Levi: quando il Sud diventa esperienza umana

Prima di arrivare ai nostri giorni, manca ancora una voce completamente diversa da quelle che abbiamo ascoltato finora.

Non quella dello storico, dell’economista o del politico.
Quella dello scrittore che entra nel Sud e scopre che dietro le statistiche, le strutture economiche e le classi dirigenti ci sono uomini, donne, contadini, paesi e una distanza quasi fisica fra lo Stato e chi dovrebbe sentirsi parte dello Stato.

È qui che incontriamo Carlo Levi.

Torinese, nato nel 1902, medico, pittore e scrittore, Levi arriva nel Mezzogiorno non per scelta, ma per condanna. Antifascista, viene arrestato nel 1935 e mandato al confino in Lucania, prima a Grassano e poi ad Aliano, che nel libro chiamerà Gagliano. Vi rimane fino al 1936.

Da questa esperienza nascerà uno dei grandi libri italiani del Novecento: Cristo si è fermato a Eboli, pubblicato da Einaudi nel 1945. Non è un semplice diario del confino, ma la rielaborazione letteraria e morale di quell’esperienza.

Levi non si chiede soltanto perché il Sud sia povero, né soltanto chi possieda la terra o chi eserciti il potere. La sua domanda diventa più radicale:

che cosa significa vivere in un mondo che appartiene formalmente allo Stato italiano, ma nel quale lo Stato viene percepito come lontano, estraneo, quasi appartenente a un’altra storia?

Levi scrive una frase che, a mio avviso, dice più di molti libri di storia: «Per i contadini, lo Stato è più lontano del cielo, e più maligno, perché sta sempre dall’altra parte».

Scopre una società poverissima, segnata dalla malaria, dalla fame, dall’emigrazione e dalla mancanza di servizi. Ma scopre anche qualcosa di altrettanto importante: un mondo dotato di una propria cultura, di una propria visione della vita e di una propria dignità.

I contadini lucani non sono semplicemente persone da «civilizzare». Sono uomini che vivono dentro una cultura costruita nei secoli attorno alla terra, alla famiglia, al paese, alla religione, alla magia e alla sopravvivenza. Ed è questo uno degli aspetti più profondi del libro: Levi non vuole soltanto documentare la miseria, ma restituire un mondo umano nella sua interezza.

“Sono passati molti anni, pieni di guerra, e di quello che si usa chiamare la Storia. Spinto qua e là alla ventura, non ho potuto finora mantenere la promessa fatta, lasciandoli, ai miei contadini, di tornare fra loro, e non so davvero se e quando potrò mai mantenerla. Ma, chiuso in una stanza, e in un mondo chiuso, mi è grato riandare con la memoria a quell’altro mondo, serrato nel dolore e negli usi, negato alla Storia e allo Stato, eternamente paziente; a quella mia terra senza conforto e dolcezza, dove il contadino vive, nella miseria e nella lontananza, la sua immobile civiltà, su un suolo arido, nella presenza della morte.
– Noi non siamo cristiani, – essi dicono, – Cristo si è fermato a Eboli –. Cristiano vuol dire, nel loro linguaggio, uomo: e la frase proverbiale che ho sentito tante volte ripetere, nelle loro bocche non è forse nulla piú che l’espressione di uno sconsolato complesso di inferiorità. Noi non siamo cristiani, non siamo uomini, non siamo considerati come uomini, ma bestie, bestie da soma, e ancora meno che le bestie, i fruschi, i frusculicchi, che vivono la loro libera vita diabolica o angelica, perché noi dobbiamo invece subire il mondo dei cristiani, che sono di là dall’orizzonte, e sopportarne il peso e il confronto. Ma la frase ha un senso molto piú profondo, che, come sempre, nei modi simbolici, è quello letterale. Cristo si è davvero fermato a Eboli, dove la strada e il treno abbandonano la costa di Salerno e il mare, e si addentrano nelle desolate terre di Lucania. Cristo non è mai arrivato qui, né vi è arrivato il tempo, né l’anima individuale, né la speranza, né il legame tra le cause e gli effetti, la ragione e la Storia. Cristo non è arrivato, come non erano arrivati i romani, che presidiavano le grandi strade e non entravano fra i monti e nelle foreste, né i greci, che fiorivano sul mare di Metaponto e di Sibari: nessuno degli arditi uomini di occidente ha portato quaggiú il suo senso del tempo che si muove, né la sua teocrazia statale, né la sua perenne attività che cresce su se stessa. Nessuno ha toccato questa terra se non come un conquistatore o un nemico o un visitatore incomprensivo. Le stagioni scorrono sulla fatica contadina, oggi come tremila anni prima di Cristo: nessun messaggio umano o divino si è rivolto a questa povertà refrattaria. Parliamo un diverso linguaggio: la nostra lingua è qui incomprensibile. I grandi viaggiatori non sono andati di là dai confini del proprio mondo; e hanno percorso i sentieri della propria anima e quelli del bene e del male, della moralità e della redenzione. Cristo è sceso nell’inferno sotterraneo del moralismo ebraico per romperne le porte nel tempo e sigillarle nell’eternità. Ma in questa terra oscura, senza peccato e senza redenzione, dove il male non è morale, ma è un dolore terrestre, che sta per sempre nelle cose, Cristo non è disceso. Cristo si è fermato a Eboli.” (Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli, Einaudi, 1981, pagg 3-4).

È una metafora potente.

Eboli rappresenta il confine simbolico oltre il quale sembrano non essere arrivati lo Stato, la modernità e la storia nazionale.

Ma attenzione: il Sud di Levi non è una fotografia sociologica, ma una costruzione letteraria, filtrata attraverso la memoria, la pittura e la sua sensibilità.

Ed è proprio questo a rendere il Cristo così potente: non un trattato sulla questione meridionale, ma la questione meridionale diventata esperienza umana.

 

A questo punto possiamo accostare Levi a Gramsci.

Gramsci aveva cercato di comprendere le strutture che dividevano il Paese e aveva indicato nella collaborazione fra Nord operaio e Sud contadino una possibile via di trasformazione.

Levi compie qualcosa di diverso: entra fisicamente in quel mondo e lo ascolta. Gramsci analizza le strutture. Levi ci mostra le persone.

Sono due linguaggi diversi, ma si incontrano in un punto fondamentale: il Sud non può essere compreso da lontano.

E qui Levi ci lascia una lezione che completa il percorso fatto finora.

Dopo Villari, Franchetti, Sonnino, Salvemini, Gramsci, Dorso e Romeo abbiamo accumulato molte spiegazioni economiche, politiche e sociali.

Ma Levi ci ricorda che nessuna di queste spiegazioni è sufficiente se dimentichiamo le persone.

Prima di essere un problema economico, politico o istituzionale, la questione meridionale è una questione di uomini.

Uomini con una memoria, una cultura, proprie forme di solidarietà e di sopravvivenza. Uomini che spesso hanno percepito lo Stato non come una presenza vicina, ma come qualcosa che arriva da lontano per chiedere tasse, mandare soldati, imporre leggi e amministrare senza conoscere davvero la loro vita.

E torna così, in una forma nuova, la domanda da cui eravamo partiti: l’Italia è riuscita davvero a diventare una comunità nazionale?

Levi sembra suggerirci che una nazione non si costruisce soltanto con un Parlamento, una legge uguale per tutti e una frontiera comune. Si costruisce quando lo Stato diventa concretamente presente nella vita delle persone e quelle persone sentono quello Stato come proprio.

C’è un altro scrittore che, qualche anno prima di Levi, ha trasformato la povertà del Mezzogiorno in una potente esperienza letteraria: Elio Vittorini.

In Conversazione in Sicilia, il protagonista incontra sul treno dei contadini che portano con sé arance invendute. Non sono semplicemente arance che «mangiano perché non hanno altro»: in quelle immagini apparentemente semplici si condensa un mondo di miseria, fame e lavoro senza sbocchi. È ciò che Vittorini chiama l’«offesa al mondo», un’espressione che mi è rimasta dentro e che non ho mai più dimenticato: non soltanto la povertà materiale, ma la ferita inferta alla dignità umana.

E oggi? Dopo più di un secolo e mezzo, il Mezzogiorno non è più quello di Villari, di Franchetti e Sonnino, di Gramsci o di Carlo Levi. È cambiato profondamente. Ma una cosa continua a colpire: il Sud continua a perdere una parte del suo futuro.

Non sono più soltanto contadini che partono con una valigia di cartone. Sono ragazzi e ragazze che hanno studiato, si sono laureati, hanno competenze, sogni, energie. Partono per Milano, Bologna, Torino, per l’estero. E spesso non perché non amino la propria terra, ma perché non riescono a trovare lì lo spazio per costruire la propria vita.

E accanto alla questione del lavoro e delle opportunità rimane un altro problema: la qualità delle istituzioni e dei rapporti di potere. In alcune realtà continuano a pesare clientele, reti personali e forme poco trasparenti di intermediazione del consenso. Quando l’accesso alle opportunità dipende più dalle relazioni che dalle competenze, una società rischia di allontanare proprio le energie di cui avrebbe bisogno.

E così interi paesi si svuotano lentamente. Chiudono scuole, negozi, servizi. Invecchiano le comunità. E ogni giovane che parte non porta via soltanto una persona: porta con sé una possibilità, un talento, una storia che quel territorio rischia di perdere.

Probabilmente è questo il volto più doloroso della questione meridionale oggi. Non più soltanto la povertà di chi non ha, ma la partenza di chi avrebbe qualcosa da dare.

E forse, dopo tutte le domande che abbiamo incontrato lungo questo viaggio, è proprio il presente a consegnarci l’interrogativo più difficile: quanto futuro può perdere una terra prima di accorgersi che sta perdendo se stessa?

professor Giovanni Santoriello

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Redazione Ulisseonline

Rivista on line di politica, lavoro, impresa e società fondata e diretta da Pasquale Petrillo - Proprietà editoriale: Comunicazione & Territorio di Cava de' Tirreni, presieduta…

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