Zalone for President

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Il Nostro, lo sappiamo, è un Paese strano dove accade che le cose che ancora non sono successe vengono messe alla berlina o, peggio ancora, condannate, semplicemente per Partito (si fa per dire) preso.

L’ultimo film di Zalone, per esempio, è un caso scuola. Ancora prima che uscisse nelle sale, era appena uscito il trailer, è iniziata una bagarre mediatica. Da una parte tutti quelli che urlavano contro il “razzista” Zalone (qualcuno conosce realmente il significato della parola?). Dall’altra, quelli che, invece, ce l’avevano col complotto cattobenpensante teso a diffondere il valore dell’accoglienza senza se e senza ma.

Il Nostro è un Paese strano ma non per questo significa che sia da buttare, anzi. Per gli illuminati che la stranezza la riescono a capire e, soprattutto, a raccontare, tutto questo può significare divertimento.

Luca Pasquale Medici, in arte Checco Zalone, forse, è uno tra questi. Tutti i suoi film, per certi aspetti, hanno la capacità di ritrarre la stranezza unica del nostro Paese, esaltandone tutti gli eccessi possibili, trasformandola, in maniera semplice, in divertimento.

Possiamo essere radical chic quanto vogliamo e continuare a dire che Zalone è “troppo commerciale” ma un dato su tutti va considerato: la maggior parte dei film di Zalone, alle prime battute, esce sempre campione di incassi. E un motivo, concreto, ci sarà.

Zalone, semplicemente, riesce a rappresentare e ricreare il nuovo uomo medio italico: simpaticamente approfittatore, a tratti ingenuo e sinceramente incattivito e impaurito da una Pubblica Amministrazione sempre vessatoria.

Nel bene o nel male, che ci piaccia oppure no, Zalone ci rappresenta. Riesce a mettere in scena una parte di quello che siamo, oggi, come Paese. Con le nostre ignoranze e le nostre semplicità.

In quest’ottica, il suo ultimo lavoro “Tolo tolo” è la continuazione di questo percorso di rappresentazione del carattere italico. La storia è quella di un italiano che scappa dal Bel Paese perché vessato dall’Agenzia delle Entrate che gli pignora qualsiasi cosa. Si rifugia in Africa a lavorare in un villaggio turistico. All’improvviso questo villaggio viene attaccato da Boko Haram e nel mentre lui sta al telefono con i parenti che lo vogliono morto per intascare il risarcimento e ripagare i debiti che ha lasciato (tipicamente italica la storia).

Dopo varie peripezie decide di intraprendere il “grande viaggio” quello di partire dall’Africa e attraverso il mediterraneo. Si affida a scafisti, si trova sotto le bombe del generale Haftar in Libia e, alla fine, nolente del tutto (la scena del sorteggio per decidere dove i migranti devono essere assegnati è epica), ritorna in Italia.

Per chi ha visto anche gli altri lavori dell’attore pugliese, in “Tolo tolo” Zalone sembra essere nell’interpretazione, passatemi il termine, “forzato”: la scelta di un tema così importante come quello dell’immigrazione, clandestina, un tema a dir poco caldo nel nostro Bel Paese, domina tutto l’impianto del film e sembra quasi “pilotare” Zalone che solitamente è sempre stato libero di poter interpretare se stesso senza seguire una trama prestabilita.

Ma dopo la prima impressione si capisce che la scelta del tema è del tutto voluta: in questo momento storico in cui tutti ce l’hanno con l’immigrato, indipendentemente da se abbia colpe reali o meno, Zalone che conosce bene il suo Paese, ha voluto forse fare una fotografia. Rende leggere scene realmente tragiche, come quella del campo profughi prima di partire con un barcone per l’Italia, ed esaspera all’eccesso i luoghi comuni (uno su tutti è l’attacco di “fascismo” che ogni tanto subentra con tanto di canzoncina del ventennio).

In questo momento in cui l’ignoranza diviene saggezza e quest’ultima il suo contrario, “Tolo tolo” rimane un film da vedere. Guardando i film precedenti di Zalone si esce dal cinema delusi. Ma se la prospettiva si apre e si pensa, per un attimo, al momento storico che viviamo, allora ha un Senso.

Zalone, forse, riesce – e i botteghini gli danno ragione – più di chiunque altro, in questo momento a leggere quello che succede nel Paese. Non fornisce rimedi e soluzioni: ma non è manco compito suo.

Ciò che fa “Tolo Tolo” è un gesto semplice e necessario. Se Benigni con “La Vita è Bella” è riuscito, attraverso la comicità, a rendere in maniera ancora più tragica e cruda la storia dell’Olocausto, così forse (siamo su due livelli differenti ovviamente ma lo strumento, la comicità, rimane lo stesso per entrambi), affrontare con leggerezza un tema caldo e pesante come l’immigrazione, con tutte le infinite storie di dolore, apre, forse, alla comprensione di tante persone che non sono semplicemente “invasori” o “terroristi” ma, prima di tutto, esseri umani che cercano una nuova alternativa dignitosa, minima, di vita.

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