Terremoto del 1980: morte, distruzione, terrore e tanta umana solidarietà

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Esattamente quarant’anni fa, alle ore 19,34, ci fu la prima scossa del terribile terremoto che colpì la Campania, il Molise e il potentino e giunse fino alla Puglia, causando la morte di 2.914 persone e il ferimento di altre 8.848, e circa 280.mila sfollati.

L’epicentro fu localizzato a Castelnuovo di Conza, in provincia di Salerno ma al confine con l’Irpinia, che risultò la zona maggiormente danneggiata, unitamente alle province di Salerno e di Potenza.

Ben 679 Comuni vennero toccati, nelle Province di Avellino, Benevento, Caserta, Foggia, Matera, Napoli, Potenza e Salerno.

Le abitazioni distrutte furono tantissime, interi paesi vennero rasi al suolo, la Protezione civile non esisteva e i soccorsi furono lenti e caotici, e ciò fu evidenziato anche dal Presidente della Repubblica Sandro Pertini, e per tali disfunzioni parecchi funzionari pubblici, tra i quali anche il Prefetto di Avellino, vennero rimossi.

Ricordo la prima pagina de “Il Mattino” di Napoli che nella edizione del 25 successivo lanciò il drammatico messaggio “Fate presto”.

Solo nel 1982, col Presidente della Repubblica Sandro Pertini e del Consiglio Giovanni Spadolini, l’Italia diede avvio alla organizzazione della Protezione Civile, nominando Giuseppe Zamberletti Ministro per il coordinamento della Protezione Civile; ma Zamberletti aveva già avuto precedenti esperienze, quale Commissario straordinario, nei terremoti del Friuli del 1960 e poi di quello del 1980.

Possiamo certamente dire che Giuseppe Zamberletti può essere considerato il padre della moderna Protezione Civile italiana che oggi è considerata una delle migliori in Europa.

Ma non è del terremoto che voglio parlare, del quale sono pieni i giornali dell’epoca, degli anniversari successivi e i siti Web, e del quale vi sono numerose pubblicazioni.

Voglio, invece, parlare della mia esperienza personale dal momento della prima scossa.

All’epoca abitavo a Nocera Inferiore, in un fabbricato di nove piani al centro della città.

Il 23 novembre 1980 era domenica, la giornata era stata bella, l’avevamo trascorsa in casa ed avevamo avuto a pranzo alcuni parenti.

Mia figlia aveva compiuto qualche mese prima 5 anni, e in serata eravamo usciti per andare a Messa.

All’epoca avevo un’Alfa-sud arancione, e al momento della prima scossa mi trovavo sotto il grattacielo di Via Amato, il fabbricato dove oggi vi è l’Ufficio Postale; all’improvviso il cielo sembrò diventare rosso, ricordo che il lampione issato su un alto palo incominciò a oscillare, ebbi l’impressione che il fabbricato si piegasse, e nell’aria intravidi qualcosa come lampi rossi, l’autovettura, in quel momento quasi ferma per il traffico, ebbe un sussulto e il grido di mia figlia “mammina mia bellissima, che sta succedendo?!” mi risvegliò da un attimo di smarrimento e mi resi conto del terremoto.

Il traffico impazzì, riuscii a districarmi e vidi che la maggior parte delle auto si dirigeva sul cavalcavia Dodecapaoli Etrusca che da Via Canale, alle spalle dell’ex Cinema Diana, ora teatro, porta a Via Domenico Rea, di fronte alla vecchia Caserma Tofano delle Forze Armate, l’edificio Rosso costruito nel 1751, voluta dal Re di Napoli Carlo III,  che ancora oggi fa bella mostra di se, purtroppo inutilizzata.

Il cavalcavia è di cemento armato, e tutti pensarono che la struttura fosse la più adatta a resistere alle scosse telluriche, e anch’io mi fermai lì senza più alcuna possibilità di muovermi; mia moglie e mia figlia erano terrorizzate, non volli lasciarle nemmeno per andare a casa dei miei genitori per vedere come stavano, fortunatamente poco dopo li rividi, anche loro sul ponte, insieme a mia sorella e ai nipoti, nessuno di essi avevano avuto danni, ma erano tutti impauriti e prostrati.

Non ricordo quanti giorni passammo in macchina su quel cavalcavia, giorno e notte; durante la giornata si poteva resistere, anche perché il clima lo consentiva, ma di notte era freddo, e riuscimmo a resistere grazie alle coperte che riuscimmo a prendere nelle abitazioni, nelle quali ci recammo con molta paura.

La casa dei miei genitori quasi non aveva subito danni, era al primo piano ed aveva ben resistito alle numerose scosse oltre la prima.

Ma io abitavo al settimo piano del fabbricato alle spalle del Bar Nasti, e confesso che la prima volta che mi azzardai a salire avevo paura, anche perché lo stabile aveva subito danni che già all’esterno si vedevano; le facciate avevano lesioni, e altre si vedevano anche all’interno delle gabbie delle scale.

L’energia elettrica fu ripristinata dopo qualche giorno, e anche gli ascensori erano funzionanti, ma preferimmo farli disattivare per evitarne l’uso nel timore che potessero bloccarsi per ulteriori scosse che si continuavano ad avvertire.

Quindi per la prima esplorazione, come pure in seguito, utilizzai le scale, e quando col fiatone giunsi al mio piano aprii la porta con circospezione e qualche timore; all’interno mi resi conto che qualche danno c’era stato, specialmente alle pareti; ma le cose che più mi fecero impressione furono la constatazione che una parte dei mobili della cucina, che erano sospesi alle pareti, si era spostata, e nel soggiorno un pesante divano accostato alla parete era stato scaraventato al centro della stanza, ed era stato fermato dal tavolo da pranzo. Tutto il resto era quasi al suo posto, e la cosa mi rincuorò.

La prima volta portai via le coperte utilizzate di notte per non soffrire troppo il freddo in macchina, quelle successive per prendere altri indumenti da tenere a portata di mano.

Non ricordo bene quanti giorni rimanemmo su quel ponte, giorno e notte, e anche i miei genitori, ancora impauriti, ci facevano compagnia; ma col passare dei giorni essi incominciarono a stancarsi e, superato il trauma delle scosse, che frattanto erano rallentate, decisero di tornarsene a casa, e invitarono tutti noi a far loro compagnia.

L’abitazione dei miei genitori era su Corso Vittorio Emanuele, nel vecchio fabbricato dove c’era la tabaccheria Guarnaccia, all’altro lato del portone c’era la datata salumeria di Pietro Amato, che noi chiamavamo “don Pietro”, fratello dell’altro Amato, Giovanni, il quale aveva un’altra salumeria, molto più moderna, all’inizio del Corso, di fronte alla panetteria e biscottificio di Izzo Ciro, poco prima che sbucasse su Piazza Amendola, nota come Piazza Santa Monica.

La casa dei miei genitori era abbastanza grande per ospitare tutti i figli e i nipoti, e, ovviamente ci fece piacere stare tutti insieme; ricordo che nella grande stanza da pranzo spostammo il tavolo e sistemammo tante reti in maniera da poter dormire tutti insieme, ovviamente sempre vestiti e pronti a scappare se fosse stata avvertita qualche scossa; fortunatamente non ce ne fu bisogno.

Di quel periodo, tanto drammatico, ho ricordo anche piacevoli, tutti avevamo ritrovato il calore della famiglia, il fatto di mangiare e dormire tutti insieme sotto lo stesso tetto ci fece riscoprire la gioia delle monellerie fatte quando eravamo bambini, ragazzi, adolescenti e giovani, e mi fece ricordare i tormenti che io davo alle mio sorelle; ero un discolaccio, ma ero l’unico maschio, il cocco di mamma, e anche delle mie sorelle, che subivano le mie birbanterie e me le ricambiavano.

Dopo i primi giorni iniziammo le esplorazioni per la città, per constatare i danni che il sisma aveva provocato, e una delle scene che mi è rimasta impressa nella memoria è il cumulo di macerie di una vecchissimo fabbricato al centro del Corso, proprio di fronte all’antica Gioielleria De Chiara; era impressionante vedere cosa fosse rimasto.

Iniziarono quasi subito le azioni di sciacallaggio, gente che entrava nelle abitazioni danneggiate per portare via ciò che trovava, e qualche sera mi unii a ronde volontarie che avevano lo scopo di individuare i delinquenti che commettevano tali atti, e confesso che portavo anche un revolver che avevo acquistato anni prima per difesa personale e che potevo portare in giro perché avevo il Porto d’armi.

Scattò immediatamente anche un altro tipo di sciacallaggio, quello dell’accaparramento del materiale che il Governo e i soccorritori mettevano a disposizione dei più bisognosi, e non solo indumenti, ma anche cibo e bevande; nella confusione che accompagnava la disgrazia si pensò solamente a dare a chi si assiepava accanto ai distributori, senza alcun controllo, e non erano pochi i furbi che, ricevuta la prima razione o il primo indumento, si rimettevano in fila per avere altro.

Ma vi furono anche gesti di grande generosità e solidarietà, come quello del quale sono stato direttamente protagonista.

All’epoca ero cliente della rinomata Macelleria Villani nella frazione Pareti di Nocera Superiore, ancora attiva, nella stradina a lato del Mobilificio Martorelli; qualche giorno dopo la sistemazione a casa dei genitori andai da Villani per fare un buon approvvigionamento di carni, salsicce e salumi; quando alla fine chiesi il conto, i proprietari non vollero essere pagati: “tenetevi i soldi –mi dissero–vi possono servire, alla fine di in questo periodo di emergenza mi pagherete”.

Confesso che quel gesto di grande solidarietà mi commosse: è un ricordo indimenticabile.

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