Shakespeare a teatro di Lucia Gallo

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Il teatro nasce dove ci sono delle ferite, dove ci sono dei vuoti…  William Shakespeare, il più grande drammaturgo di tutti i secoli, ci racconta le epidemie di peste del passato e la pandemia di oggi

Era il 1348 quando l’Yersinia pestis, il terribile batterio della peste, fece il suo ingresso in Inghilterra.  Arrivò inaspettatamente  dalla lontana Cina, celandosi tra i ratti che infestavano le navi o tra le vesti lerce dei marinai.

Non risparmiò paesi e città, nobili e plebei, ricchi e mendicanti.

Da allora, le epidemie di peste sono state parte integrante della mia vita. Quando nacqui nel lontano 23 aprile del 1524 a Stratford, una cittadina  della contea di Warwicksh, essa dilagava in gran parte dell’Inghilterra. Fu la prima volta che riuscii a evitarla. A questa ondata se ne aggiunsero molte altre.

Il fumo acre di rosmarino, essiccato con foglie di alloro e bruciato negli scaldavivande agli angoli delle strade per allontanare l’epidemia, me lo sono sentito addosso per sempre. Così come per sempre conserverò intatta nella mia mente l’immagine delle persone che camminavano con un arancia punteggiata di chiodi di garofani nella bocca.  Anche nei momenti in cui la peste rallentava, anche quando la vita sembrava riprendere il suo corso normale.

Pochi anni di tranquillità e poi ricominciava. Arrivava in sordina, senza preavviso, scuotendo i corpi con brividi di febbre, vomito, diarrea.

Tante volte sono stato costretto a chiudermi in casa,  ad avere paura dei miei amici, perfino dei miei cari. Tutti potevamo essere contagiati, correre un pericolo. Ognuno difendeva con feroce determinazione il suo spazio, calpestando ogni forma di convivenza e di aiuto reciproco.

Era la vita a fermarsi. Niente scambi commerciali, niente funerali, niente cerimonie. Solo lunghe file davanti a chiese e conventi per implorare un pezzo di pane.

Tutti peccatori. L’ira di Dio che si riversava sul mondo. Era questo quello di cui ci incolpavano gli uomini di chiesa. Ricevere il perdono e guarire era tutt’altro che facile, chi ci riusciva era un eletto del Signore. Ho visto morire intorno a me uomini donne, bambini. Per questo ci sentivamo tutti responsabili della sopravvivenza nostra e di quella degli altri.

La cosa che più mi faceva soffrire era la chiusura dei teatri. Lo ricordo quel 28 di gennaio del 1593. La peste ancora una volta era arrivata con il suo carico di sofferenze e di morte. “Riteniamo conveniente che ogni genere d’incontro e pubblica riunione per il teatro, i combattimenti degli orsi, le bocce e altri simili affollamenti sportivi siano proibiti.” Recitava l’ordinanza  emessa dal sindaco .

Per chi avesse violato l’ordine, si disponevano l’arresto e la prigione.

Non erano solo i teatri a chiudersi ma  la vita con tutte le sue sfumature, con le sue avventure, disavventure, con  gli amori e i tradimenti, con i dolori e le gioie, a essere negata. Troppo pericoloso il teatro. Troppo pericolosi  gli attori, le compagnie teatrali: «la causa della peste è il peccato, e la causa del peccato le commedie».

Eppure sul legno, sulle tavole bucate del palcoscenico, si sono rappresentate  tutte le storie del mondo. Storie antiche e moderne, lieti e tristi. Perché le storie hanno il loro tempo,  sono senza tempo.

Varcare la soglia di un teatro  significava addentrarmi in un’altra dimensione. Lo spegnersi delle luci, il silenzio della sala, diventavano una sorta di rito che mi permetteva di stabilire un contatto con un altro da me, entrare in sintonia con i personaggi, con la vicenda, la storia.

Potere del teatro. Nascondere dietro la finzione verità profonde, lasciare intravedere la  vita desiderata, sognata, colmare i vuoti che  le donne e gli uomini di tutti i tempi hanno scoperto intorno a sé.

Forse era per questo che quando il sipario calava a causa della peste io sentivo urgere forte in me il bisogno di scrivere, di continuare a far muovere i personaggi su quelle tavole, a farli parlare per infrangere il silenzio di morte che soffocava ogni voce e ogni forma di creatività.

Tanti trovarono rifugio a un così grande dolore nelle verdi campagne inglesi. Io scappai in quello che da sempre ho considerato il paese più bello del mondo: l’Italia. Mi accolse il lago di Garda con le sue acque tranquille e le sue erbe rare che mi guarirono dai bubboni che inesorabili invasero anche il mio corpo.

E ora nelle città che hanno fatto da sfondo alle mie opere regna un silenzio irreale. Ecco Venezia. Mi aggiro incredulo tra calli e vicoli. Pochi e frettolosi i passanti. Anche in piazza San Marco, il silenzio è profondo, ma io riesco ugualmente ad ascoltarne le voci, la vita, il passato, la storia.

Non abbiamo più un posto dove andare per raccontarci– mi ripetono in coro i personaggi del Mercante di Venezia. Bassiano, Antonio, Porzia, Shylock. Procedono insieme tenendosi per mano. Tutti, che siano giovani o vecchi, mercanti, usurai, ebrei, belle ereditiere o servi deformi, superando divisioni e vendette,  reclamano a gran voce il loro diritto a continuare a vivere nella mente, nel cuore degli spettatori perché il silenzio della voce nei teatri corrisponde anche al silenzio del cuore.

Silenzio a Verona. Vuoti la Casa di Giulietta, lo slargo dove Romeo uccise Tebaldo in duello, la porta duecentesca da cui Romeo lasciò la città verso l’esilio.

Tutti i protagonisti sembrano caduti in un sonno profondo, straziati da un indicibile dolore.  Su questa città che è una lode al teatro  è calato improvvisamente il sipario. Tutto è lento, fermo, sospeso. L’Arena,  il Teatro romano.

Vago per Roma, città eterna. Nella notte buia, rischiarata solo dalla luce fredda della luna, mi vengono incontro  figure  evanescenti, avvolte in bianche  tuniche. Mi prendono per mano e mi fanno entrare in un teatro. Mi travolge una grande emozione. Tutto mi è familiare. I ricordi si affastellano e mi riportano indietro nel tempo. Al Globe Theatre di Londra dove si esibiva la mia compagnia. Come allora, la platea  si erge sotto il cielo, niente stucchi, poltrone, broccati.  Sul palcoscenico una voce: Nobili romani! Amici, concittadini romani! Prestatemi orecchio. Sono venuto a seppellire Cesare, non a farne l’elogio. Il male che un uomo fa, gli sopravvive, il bene, spesso,  resta sepolto con le sue ossa. E così sia di Cesare.

E’ Marcantonio che in questo luogo  desolatamente vuoto recita l’orazione funebre in onore di Cesare. Non ci sono spettatori ad ascoltare le sue dure  parole contro la tracotanza del potere.

E’ arte effimera quella del teatro, da non praticare in periodi di pandemia, dove c’è spazio solo per la sofferenza, il dolore, la morte.

Eppure “non nasce teatro laddove la vita è piena, dove si è soddisfatti. Il teatro nasce dove ci sono delle ferite, dove ci sono dei vuoti… E’ lì che qualcuno ha bisogno di stare ad ascoltare qualcosa che qualcun altro ha da dire a lui”.

Il teatro per vivere ha bisogno di tuffarsi nella vita. Esso è nell’aria che respiriamo, nei gesti che compiamo, nelle parole che usiamo perché: Tutto il mondo è un palcoscenico, e gli uomini e le donne, tutti, non sono che attori. Hanno le loro uscite e le loro entrate; e un uomo nel suo atto interpreta diverse parti.”

Rincorro i mie pensieri. Mi guardo intorno.  Di nuovo  vuoto, silenzio.  I personaggi sono ritornati  a loro posto. Nelle pagine dei libri che li hanno accolti per secoli. Li lascio lì. Soli a riflettere e a piangere sulla vita, sugli errori commessi. Non voglio disturbarli.  Verrà il momento in cui potranno tornare a raccontare   le loro storie perché nessuno potrà far tacere a lungo il teatro, che mette uomini di fronte ad altri uomini scuotendo loro  testa e  cuore, smuovendo energie e coscienze.

Una folata improvvisa di vento  mi riporta a Stratford- Upon- Avon. La pietra si solleva lentamente e io riprendo il mio posto. Non sono solo, mi tengono compagnia le numerose opere teatrali che custodisco con me nella mia  tomba in attesa di un tempo nuovo che certamente verrà e che altri immortaleranno nelle loro opere.

Lucia Gallo

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