Non numeri non marchi ma persone: la verità sull’economia di stato
Dovremmo insegnare ai giovani a indignarsi ma non solo quello, anche a riflettere e cooperare per non permettere che ci tolgano la facoltà di decidere
Leggere la società del XXI secolo in chiave bipartita, e considerando l’avvento della tecnologia pop, è diventato talmente privo di margini di errore che si sta assistendo sempre di più ad una psicosi collettiva.
Le statistiche continuano a dirci che siamo educatissimi, poveri e marginalizzati; che la ricchezza viene detenuta da una lieve percentuale di persone ricchissime, che le mezze stagioni non ci sono più e che non esiste più nemmeno la classe media.
Prendendo in considerazione questi dati che ormai sono diventati il nostro primo e ultimo pensiero oltre che la molla su cui si basano tutti i talk show, le nostre iniziative e le opinioni oltre che l’opinionismo, adattarci a questo status quo con estrema attenzione per non essere manipolati, deve diventare prassi.
A chi non è capitato di sentire il detto che ormai si parla di tutto e del contrario di tutto? La stessa mancanza di libertà all’accesso alle fonti di ciò che fruiamo o ancora la manipolazione tecnologica a cui siamo soggetti distoglie spesso lo sguardo da questioni cogenti. Lo scroll sui social d’altronde ci ha resi fruitori passivi e anestetizzati: diamo più valore ad un gatto che si lecca i baffi che ad uno sterminio di massa, ormai argomento e non più degno di edizioni speciali in tv a un telegiornale, ma solo mero tema del giorno come se tutto fosse normale, normo-tipico e quasi oggettivo.
Dovremmo insegnare ai giovani a indignarsi ma non solo quello, anche a riflettere e cooperare per non permettere che ci tolgano la facoltà di decidere per riappropriarci del diverso e della validità del non essere tutti uguali, non da che parte stare, ma pensare quali siano i valori estemporanei da adottare nella società di oggi. Io propongo i valori della libertà, del senso mistico di vita, della operosità e della scelta non divincolata dalla presenza del prossimo, e infine della coscienza di essere individui e non numeri né marchi.
Il suono ha fatto nascere le parole, le prime parole la tecnica, la tecnica il mondo e il mondo si è appropriato delle parole. Le parole non sono più state viste come lapidarie e importanti per progredire ma oggetti di cui fare libero uso per sfogarsi, per determinare i mercati e decidere della vita delle persone orientandole. Ecco quindi le prime pubblicità ed ecco il marketing, il labeling, la propaganda fatta di numeri e loghi.
Purtroppo l’opinionismo è considerare l’infinito finito, ci ha fatto perdere di vista l’economia. Con Keynes abbiamo assistito ad una vera e propria finitudine della matematica e dei sogni e ad un mancato dissenso nelle policies interne del bel Paese ed anche a livello globale. Siamo diventati tutti data-driven ma dove, mi chiedo, è finita la voglia di creare, reinventare e reinventarsi? Oggi abbiamo facoltà di scegliere? Ma soprattutto scegliere di non scegliere non è forse diventato pericolosissimo?







