Michele, Robert e Seid, tre storie strazianti

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Tre storie hanno colpito, in questi ultimi giorni, la sensibilità delle persone, pure se totalmente diverse, salvo che per la giovane età delle vittime, due poco più che ventenni, quelle di Seid, il ventenne giovane etiope, che si è impiccato a Nocera Inferiore, dove viveva con i genitori adottivi, di Robert, della stessa età, che ha denunciato un clima di intimidazione e violenza, e di Michele, ventottenne cantante morto a causa di una leucemia fulminante che lo ha stroncato nel giro di pochi giorni.

Per Seid e Michele le vicende si sono concluse con la loro prematura morte, per Robert c’è stato solo un amaro sfogo per il clima di intimidazione che continuamente sopporta, e che è stato un incubo anche per Seid, e probabilmente è stato proprio questo che lo ha portato a togliersi la vita.

Indubbiamente il decesso di Seid e di Michele colpisce particolarmente, ma non è da meno lo sfogo di Robert, che fa ricordare il clima nel quale vivono tanti che, nonostante italiani per nascita o naturalizzazione, vengono continuamente additati, dileggiati, vittime di un razzismo già latente che negli ultimi anni alcuni nostri politici hanno alimentato.

È fuori dubbio che i tre episodi non sono affatto confrontabili, perché quelli di Robert a Seid sembrano simili, anche se con epilogo fortunatamente diverso per il primo; quello di Michele è completamente differente.

Diamo la precedenza a quello di Michele Merlo perché la sua spiegazione è abbastanza semplice, probabilmente non avrebbe dovuto essere accumunato agli altri due, e non avrebbe avuto il clamore suscitato se non fosse stato per la denunzia contro ignoti presentata dai genitori del giovane, colti dal sospetto che l’assistenza sanitaria fornita al giovane non sia stata completa ed efficiente, visto che, nonostante il malore denunciato quando si è presentato al pronto soccorso dell’Ospedale di Vergato (Bo) dopo qualche giorno di spossatezza che si sospetta dipendesse proprio dalla leucemia, è stato dimesso e rimandato a casa.

Probabilmente c’è stata qualche leggerezza da parte dello staff medico del soccorso, e su ciò è basata la denunzia dei genitori, a seguito della quale la Procura della Repubblica di Bologna ha aperto un fascicolo contro ignoti per omicidio colposo, e si vedrà come andrà a finire; probabilmente se i medici fossero stati più attenti avrebbero potuto diagnosticare la leucemia fulminante del giovane e fare qualcosa per fermarla in attesa di un trapianto di midollo: superficialità, incompetenza, mancanza di professionalità? Saranno i Giudici ad accertarlo.

Legati invece al razzismo gli altri due, e di questo diffuso sentimento di rifiuto dei diversi del quale sono infettati in tanti, e tutti dobbiamo essere attenti e vigili perché solo con la collaborazione e la denuncia di tutti lo si può arginare ed evitare che degeneri ai danni dei più deboli.

Il caso di Robert Della Croce, dallo stesso pubblicamente denunciato, riapre la finestra sulla emarginazione della quale tanti sono vittime e vengono relegati tra i diversi per colore di pelle, razza, provenienza, nonostante abbiano anche la cittadinanza italiana.

Robert, madre cubana e padre ligure, ha ventidue anni, è nato in Italia, a Genova, ed è stato adottato da una famiglia di La Spezia, dove risiede.

È bene inserito nella società, ha il diploma di cuoco, gioca una squadra di calcio; probabilmente, come tanti giovani, sogna un futuro da calciatore e si è trasferito a Siviglia dove ha giocato in una squadra calcistica, e per mantenersi ha fatto il “rider”, durane le partite veniva spesso apostrofato “negro di m…”; tra poco tornerà in Italia per prendere servizio in un negozio di articoli sportivi, ma continuerà a coltivare la sua grande passione per il calcio.

Ma il suo cruccio è di non essere accettato per il colore della pelle, si sente continuamente osservato, giudicato, e guardato con diffidenza; succede spesso che i magazzinieri e gli addetti alla sicurezza lo pedinano mentre fa la spesa per vedere se ruba; spesso quando al supermercato si sente lo sguardo addosso, si presenta alla cassa con un sorriso e dice: “Visto che ce li ho i soldi?’”.

Il padre adottivo, che gli ha insegnato a rispondere con ironia, in occasione del suicidio di Seid ha espresso il suo dolore e la solidarietà ai familiari evidenziando, in un post su FB, il peso degli sguardi scettici, prevenuti, schifati e impauriti delle persone.

Sul bus lo guardano male, se si siede lo insultano dicendo che il posto è riservato agli italiani. Si sente discriminato sin da piccolo: “In una corsa per bambini di dieci anni, ha dichiarato il padre, mi chiesero di non iscriverlo perché ‘i negri, si sa, sono favoriti’ ”.

Più penoso e complicato l’episodio del suicidio del ventenne Seid Visin, poco più di un ragazzo, pieno di vita e di prospettive per il futuro, che sembra non avesse problemi tanto seri da giustificare il suo gesto estremo.

Era un ragazzo che già aveva avuto diverse soddisfazioni, nel calcio, essendo stato giocatore in Club importanti, aveva infatti militato nelle giovanili del Milan e del Benevento, e aveva anche giocato nella squadra della Nocerina.

Ma aveva avuto soddisfazioni anche nel lavoro, nella scuola, era un giovane intelligente e sensibile sempre pronto ad aiutare gli altri.

Ma nel 2019 aveva scritto ha una lettera per spiegare il suo disagio, e a questa lettera si è collegato il suo gesto.

Si è tentato di giustificare il suicidio con la sua toccante lettera scritta circa due anni prima, solo ora riemersa, nella quale il giovane denuncia le sofferenze patite, la discriminazione subita per il colore della pelle, che avrebbe indotto tanti a guardarlo con sospetto e disprezzo, e questo atteggiamento gli pesava parecchio.

Nella lettera del 2019, il giovane aveva scritto: “Ovunque io vada, ovunque io sia, sento sulle mie spalle come un macigno il peso degli sguardi scettici, prevenuti, schifati e impauriti delle persone. Io non sono un immigrato. Sono stato adottato da bambino. Ero riuscito a trovare un lavoro che ho dovuto lasciare perché troppe persone, specie anziane, si rifiutavano di farsi servire da me e, come se non mi sentissi già a disagio, mi additavano anche come responsabile perché molti giovani italiani (bianchi) non trovassero lavoro”.

Frasi di aperta denuncia che hanno portato a raccontare (e raccontarsi) la storia del ragazzo italiano di colore rifiutato da una società razzista che lo spinge al gesto estremo.

Dal che si porterebbe a giustificare il suicidio del giovane come la sua vita fosse divenuta insopportabile, ma su questo lo stesso padre ha espresso qualche dubbio che lascia riflettere. E anche la madre adottiva sembra nutrice seri dubbi.

La madre da dichiarato a Telenuova che il figlio dal 2020, dall’inizio della pandemia e del confinamento, era a Milano a studiare Giurisprudenza alla Statale, ospitato in una stanza dello Studentato nella quale trascorreva le intere giornate a studiare. E ha aggiunto “Quello che dobbiamo fare è non lasciare questi ragazzi soli, devono stare insieme, socializzare”.

Dichiarazioni che alimentano il sospetto che il giovane si sia suicidato perché depresso dal lungo e forzato isolamento.

E anche il padre adottivo del giovane, dopo il rito funebre, ha dichiarato all’Agenzia Ansa: “Mio figlio non si è ammazzato perché vittima di razzismo. È sempre stato amato e benvoluto, stamane la chiesa per i suoi funerali era gremita di giovani e famiglie”.

E a proposito della lettera scritta due anni fa dal giovane, ha aggiunto: “Fu uno sfogo, era esasperato dal clima che si respirava in Italia. Ma nessun legame con il suo suicidio, basta speculazioni”. Quanto alle cause dell’accaduto, ha detto: “Non voglio parlare delle questioni personali di mio figlio. Dico solo che era un uomo meraviglioso”.

Quindi per i genitori le due cose non sarebbero collegate: il suicidio non sarebbe stato originato da una persistente situazione di disagio, ma a tutt’altro: ma non specificano niente.

Cosa sta a significare? Che la causa del suicidio è un’altra? E quale?

Non è dato di saperlo; ma se i genitori lo dicono avranno le loro ragioni sulle quali qualche indagine della Magistratura andrebbe fatta.

La conclusione, per quanto probabilmente azzardata, è che ci troviamo di fronte a giovanissimi che cercano di farsi spazio nella vita, di costruirsi un futuro autonomo, che si danno da fare in tutti i modi per realizzare i loro sogni, che dovrebbero essere di esempio a tanti coetanei italiani, ma di pelle bianca, che non sanno uscire dalle ali protettive della famiglia, pulcini perennemente rifugiati sotto le ali protettive di mamma chioccia, e che perdono il loro tempo a cercare il divertimento, chiedendo la paghetta e anche l’extra a fine settimana ai genitori per andare a bighellonare in giro, tra bar, ristoranti, pub, pretendendo di ottenere una sistemazione su un piatto d’argento, o aspettando il reddito di cittadinanza per inserirsi in un mondo di falliti.

Ma indipendentemente dalle ragioni che hanno indotto al suicidio il giovane Seid, fa accapponare la pelle la dichiarazione di una persona come Salvini, da anni fomentatore di odio nei confronti degli extracomunitari, il quale ha detto: “Una preghiera per te, ragazzo, e un forte abbraccio alla tua famiglia. Gli italiani sono da sempre generosi, laboriosi, accoglienti e solidali.”

Al quale ha ben replicato Emanuele Fiano: “No Matteo Salvini, chi ancora distingue o disprezza un essere umano in base al colore della pelle non è un cretino, è un criminale, e come tale va punito”.

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