Incontro con l’attore Yari Gugliucci: “Da Salerno a New York, una vita dedicata alla recitazione”

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E’ da poche settimane rientrato in Italia da New York, dove ha preso parte a quello che ormai è divenuto per lui un appuntamento consueto, uno spettacolo sul palco del Carlyle Hotel dove da vent’anni, ogni lunedì sera si esibisce con il suo clarinetto Woody Allen. Ed è stato proprio il regista americano a volerlo lì insieme a lui, anche quest’anno che, per motivi di salute, non gli è stato possibile esibirsi nella stessa serata in cui era previsto lo show di Yari Gugliucci.

Quarantatré anni compiuti da poco, una laurea in sociologia ed una specialistica in filosofia, da oltre vent’anni sulle scene teatrali, cinematografiche e televisive, collaborazioni con grandi registi come Lina Wertmuller e i fratelli Taviani, premi e riconoscimenti nel suo nutrito carnet, ha calcato la scena teatrale con artisti internazionali del calibro di Michelle Pfeiffer e Kevin Kline.

Lo incontriamo in un bar del centro storico della sua città, Salerno, dove torna quando può, nonostante ormai da anni si divida tra Roma e gli States, e da subito capiamo che non sarà la solita intervista tranquilla e programmata perché l’attore che abbiamo di fronte è come un fiume in piena irruente e coinvolgente che non si fa condurre.

Per prima cosa gli chiediamo di questa sua ultima sortita americana.

“Sono stato a New York dove ho preso parte alle riprese di una serie televisiva che va in onda sulla ABC, si chiama Deception ed è un crime-drama insolito dove l’FBI riceve aiuto da un ex illusionista; inoltre ho avuto il piacere di calcare nuovamente il palco del Carlyle in un monologo prima del concerto della Eddy Davis New Orleans Band, il gruppo con cui suona Woody Allen.

Come hai fatto ad approdare alla corte di Woody Allen? Si dice che sia stato lui a chiederti di esibirti nel locale newyorkese in apertura dei suoi spettacoli. Confermi?

Il Maestro, quando non gira film, ogni lunedì sera, cascasse il mondo, va a suonare al Carlyle Hotel da vent’anni. Quattro anni fa ero a New York e decisi di andare a vedere il suo spettacolo. La selezione all’ingresso era estremamente restrittiva, ma tra la gente in attesa mi fu fatto cenno di entrare. Ancora oggi non so darmene spiegazione se non quella sorta di eleganza e savoir faire che contraddistingue gli italiani all’estero. Tesi ancor più avvalorata l’anno successivo, quando sempre in fila davanti all’hotel, ero accanto a Casey Affleck, attore e regista come il fratello Ben, il quale era in un outfit alquanto casual e piuttosto trasandato. Non fu riconosciuto mentre, di nuovo, mi fu permesso di entrare nel locale ed invece lui rimase fuori. In quell’occasione feci amicizia con John, il manager di Allen, il quale poco prima della fine del concerto mi disse di seguirlo. Attraversammo una scala e arrivammo ad un’uscita di sicurezza. Dopo due minuti arrivò Woody Allen col clarinetto in mano. Lo salutai e mi presentai. Nulla di più. Poi ripartii per l’Italia. Sono ritornato l’anno seguente. Di nuovo incontrai John e nuovamente, alla fine dello spettacolo, andai a salutare Woody Allen insieme a lui. Questa volta, dopo i convenevoli, il Maestro si avvicinò al suo agente e gli sussurrò qualcosa all’orecchio. Questi si rivolse a me e mi chiese se avevo piacere di partecipare allo spettacolo che precede la sua esibizione, una sorta di one man show. Io ovviamente ho accettato e sono due anni che partecipo con questa “stand up comedia”.

Non hai mai pensato di restare a New York in pianta stabile?

Il problema è che dopo che sono sceso dal palco, oppure ho terminato le riprese, non ho altro. Non ho la famiglia, non ho gli amici, mi mancano gli affetti. Questo è il mio lato “perdente”. Mi mancano la freddezza e la scaltrezza di fregarmene del lato umano delle cose e pensare esclusivamente alla carriera. Sono costantemente alla ricerca di conferme e protezione.

Facciamo un passo indietro, al tuo primo approccio con l’America. Da Salerno a New York il passo è stato…?

E’ stato merito di una mia zia, la sorella di mia madre che viveva lì. Avevo quattordici anni ed è stato il mio primo viaggio da solo in aereo.

Per quale motivo decidesti di andare?

Perché dentro di me c’era e c’è un germe che non mi dà pace. Vivo una continua contraddizione con me stesso, non mi sento né il vero artista disposto a perder tutto, né il vero borghese che non vuol perder nulla. Mentre cerco un rifugio sicuro, subito dopo mi butto in mare aperto, compro casa e poi cambio città. Non riesco a trovar pace. Come disse Walt Withman “mi contraddico perché contengo moltitudini”.

Cosa facesti una volta arrivato a New York?

Andai subito all’Actors Studio e lì sono tornato per anni come auditore. Ho sempre sorriso quando ho sentito colleghi dire di aver frequentato l’Actors Studio perché sapevo benissimo che non era vero. Vi entri soltanto se sei un professionista americano e già arrivato, e vai lì per “allenarti” e perfezionarti.

Quando hai deciso di voler fare l’attore?

Da sempre. Da quando, da bambino mi affacciavo a un balcone di via Carmine 135 e guardavo le stelle e sentivo una malinconia dentro di me perché volevo essere come quelle persone che guardavo in TV. Ho sempre sofferto d’insonnia e la sera guardavo la televisione con mia nonna e mio zio che cercavano di addormentarmi; vedevo i film in bianco e nero di Jerry Lewis e Totò ed ogni volta restavo incantato dalla reazione di ilarità che scatenavano in persone tranquille e serafiche. A tredici anni ero al teatro San Genesio, alla scuola di Alessandro Nisivoccia. (Per chi non è della zona, aggiungiamo noi, quasi tutti gli attori salernitani di fama nazionale sono passati per il San Genesio, da Teresa De Sio a Benedetta Buccellato, da Nuccio Siano a Martino D’Amico e a Yari Gugliucci, appunto).

Come hanno reagito i tuoi genitori a questa decisione di scegliere un mestiere “precario” piuttosto che una tranquilla vita da professionista?

Messi di fronte alla mia determinazione hanno accettato perché sapevano che al contrario mi avrebbero perso. Però mi sono laureato, per dar loro la sicurezza di un paracadute. Mia mamma ancora oggi mi dice che dovrei cercare un altro lavoro…

Andiamo un po’ avanti negli anni e nella tua carriera… incontriamo un personaggio che si chiama Billy Sacramento. Chi è?

E’ l’urlo di Munch della generazione 2.0 divisa fra giochi, Facebook, alcool e sesso facile, ma sola.  Billy Sacramento beve ma non è alcolista, non ha moglie, tradisce volentieri, vorrebbe guadagnar tanto lavorando poco, scappa da se stesso. E’ un libro che ho scritto in seguito a un episodio che mi è capitato: ero a Los Angeles e una sera, dopo un ciak, stavo tornando a casa. Mi ero smarrito per le strade della città e mi fermai a chiedere informazioni alla polizia, il caso volle che avessi bevuto due birre…e mi arrestarono.  Da questa mia avventura di una notte in cella è partita la spinta a scrivere.

Frequenti gli States da anni, hai avuto modo di osservare e vivere con gli americani. Cosa proprio non tolleri del loro modo di fare?

Gli Stati Uniti sono un paese che oggi ti glorifica e tra un’ora ti getta via.

Come percepiscono la tua italianità?

Io porto le mie tradizioni, la buona cucina, il mio gesticolare, l’essere premuroso e loro mi ripetono spesso “It’s so Italian!” Lì è tutto molto schematico, il tempo è sempre poco e vige la cultura del non perderne. Quando vado, io regalo un’umanità che sembra perduta.

Il tuo ultimo spettacolo teatrale, sulla vita di Totò, si intitola “Un Principe in frac” e lo stai portando in scena con successo nei teatri italiani. Totò diceva che la miseria è il copione della vera comicità. Vale anche per te?

Una battuta dello spettacolo dice così: “Io mi sono sempre sentito principe perché lo sono sempre stato, anche nei momenti di fame nera”. Quella fame nera io non l’ho mai provata, se non a livello interiore. I miei genitori sono professionisti e non mi è mai mancato nulla, per fortuna.  Mia nonna mi diceva sempre “buttati da qualche parte perché lo studio non fa per te”. Rimandato in tutto quello che si poteva rimandare, odiavo le imposizioni, andavo bene solo in filosofia ed italiano. Ero in grado di imparare venti pagine del Giulio Cesare di Shakespeare per il teatro, ma non una pagina di storia. C’è un diktat nazista nella mia mente che mi impone una gran difficoltà a fare quello che non mi piace. Ecco perché non mi sono sposato, non ho una compagna, non trovo dimora fissa né pace. Quando chiama un’eco io debbo rispondere e questo non mi permette di mettere radici.

Per quale personaggio che hai interpretato ti sei emozionato di più?

Preferisco riformulare la domanda e parlare di ruoli per me più facili da interpretare rispetto ad altri. Ad esempio, ho interpretato Giancarlo Siani nel film “Ed io ti seguo” nel 2003 e, pur essendo la sua figura completamente lontana da me, è stato semplice immedesimarmi in lui. Anzi, ha cambiato il mio modo di lavorare e non solo, le mie scelte di vita anche.

Qual è il tuo criterio di scelta quando ti viene proposto un ruolo?

Tra fiction, cinema e teatro ad ora ho tagliato il traguardo dei cento progetti portati a termine. E il mio sforzo è stato sempre quello di cercare di trovare la giusta mediazione tra il prodotto di qualità e quello popolare. Cosa non facile perché devi restare credibile in ogni ruolo ti sia chiesto di calarti. A volte mi sento un ibrido, un borderline dell’esistenza artistica che domani tanto potrebbe stare alla Notte degli Oscar quanto al Vicolo della Neve (luogo storico nel cuore della vecchia e millenaria Salerno dove hanno fatto tappa personaggi illustri quali Enrico Caruso, Alfonso Gatto, Clemente Tafuri e tanti altri).

Un magazine tedesco ti ha definito il Marlon Brando italiano. Ti ci ritrovi in questa affermazione?

Un’analogia che ci accomuna è la tendenza a ingrassare… Scherzi a parte, il paragone è stato scritto sul Berliner Kurier mentre ero a Colonia a girare “Antonio him wonderland” e, durante una pausa, fui notato da un giornalista mentre “ammaliavo” i produttori col mio gesticolare e chiacchierare e mi fu fatto notare che potevo ricordarlo nelle fattezze. La verità è che si vive per associazioni. Per indicare una persona siamo soliti paragonarla a qualcuno, spersonalizzandola . Di questa crisi d’identità ne ho parlato ne il “Secondo Billy Sacramento”. Il termine di paragone è qualcosa di terrificante, vuol dire non avere una visione di futuro, tendere a dimenticare chi siamo e quanto valiamo nel costante raffronto con gli altri. Il mondo lo possiamo suddividere in un 80% di individui che hanno paura di morire nell’ombra e un restante 20% divorato dal proprio ego. Io vivo sperando di essere ricordato, ma non lotto per non essere dimenticato.

Segui la politica?

Sono della politica che se vali devi andare avanti. Se c’è la possibilità di aiutare qualcuno in difficoltà devi farlo. La politica non esiste più. Trump è un uomo politico? Per me i politici di oggi sono gli umanitari.

C’è un personaggio che vorresti interpretare, ma ancora non ti è stato proposto?

Un direttore d’orchestra. Riccardo Muti. Uno degli esami che ho amato maggiormente studiare quando frequentavo la facoltà di Sociologia era quello di semiotica, la produzione e trasmissione dei segni. Il Maestro d’orchestra conduce delle sinfonie sublimi con i movimenti, con scatti fisici rudimentali che sono la comunicazione basilare.

Un attore o un regista con cui ti sarebbe piaciuto o ti piacerebbe lavorare?

Mi piacerebbe  recitare con Gary Oldman, Daniel Day Lewis o anche James Franco, con il quale mi potrei proprio divertire. Devo dire, però, che negli anni ho scoperto che non è importante l’attore o il regista con cui lavori, ma la storia che racconti. Quindi, più che augurarsi di lavorare con qualcuno, bisognerebbe auspicare in una buona storia. Puoi anche recitare con Marlon Brando, ma se la trama è scadente la sua presenza non solleva il testo. Con questo non voglio assolutamente dire che la presenza di un maestro a dirigere non sia fondamentale.

Stai pensando a qualcuno in particolare?

Sicuramente De Sica. Ma anche Monicelli, Germi e tutta quella generazione che ha narrato un’Italia bellissima, che ora non c’è più. Del resto, sono cambiati i tempi quindi è impossibile raccontare ancora il neorealismo e quell’Italia vivace e astuta che ha generato attori come Sordi o Manfredi.

Quanto conta per te raccontare il Sud, la tua terra di provenienza?

Per lavoro giro spesso, anche all’estero, ho contatti con altre culture, lingue diverse, ma il legame con la mia casa, la mia terra, è sempre forte. Mi piacerebbe raccontare tanti personaggi, tante storie che in Campania ancora non sono venute fuori. Ozpetek in “Napoli velata” ha utilizzato il film per descrivere una città straordinaria nei suoi aspetti artistici, storici, architettonici. Il cinema serve anche a questo, a evidenziare prospettive meno conosciute rispetto ad altre. Sono tantissime le personalità della nostra terra che aspettano di essere rivelate. La difficoltà sta nel proporre storie talmente forti e coinvolgenti da inchiodarti alla sedia e farti dimenticare, mentre sei in sala, di andare a controllare il cellulare per vedere se qualcuno ti ha cercato o ha commentato il tuo post.

Il prossimo ruolo in cui ti vedremo sullo schermo?

Vengo da un periodo di intenso lavoro, con tre sfide importanti concentrate in due mesi. Lo spettacolo su Totò che ha registrato il pienone in ogni serata di rappresentazione, il monologo sul palco del Carlyle (primo e unico italiano a esservi salito, aggiungiamo noi) a New York, e una fiction diretta da Ricky Tognazzi che andrà in onda nei prossimi mesi si Rai Uno. Quattro puntate in cui si parlerà degli emigranti italiani nell’America degli anni ’20. Abbiamo girato in Bulgari a -15° di notte, in mezzo alla neve.

Progetti per il 2018?

Una tournée con Veronica Pivetti. Reciterò in VIKTOR & VIKTORIA, una commedia liberamente ispirata all’omonimo film del 1933 di Reinhold Schünzel, per la prima volta sulle scene italiane nella sua versione originale. E in trattativa c’è una serie americana nella quale reciterà anche Al Pacino.

Cosa farai da “grande”? Continuerai a recitare?

Non penso. No. Fino a qualche anno fa c’era in me la spinta, anche un po’ infantile, alla corsa verso il ruolo più bello, il premio, il guadagno. Adesso, con la maturità  il mio desiderio è di lavorare poco e bene, magari ad un intero progetto, scriverlo, produrlo, trovare finanziamenti, ma non c’è più la smania di essere ingaggiato nel film della vita. Mi piacerebbe insegnare, ma l’insegnamento esige una quotidianità che è ancora lontana da me. La didattica chiede disciplina, cosa che io ho in me, però prediligo l’evento unico. Non sarebbe spiacevole l’idea di una master class con cadenza mensile per avere l’opportunità di dare agli altri quello che io ho imparato. E’ un’altra forma di emozione, diversa dall’applauso, ma di eguale intensità.

Potremmo parlare di una tua fase di metamorfosi?

Sì, sono in piena metamorfosi kafkiana. Sono arrivato a un momento tale di forza e maturità, ma anche di saturazione, che mi spingono a rapportarmi alle cose in maniera diversa. Le mie scelte saranno diverse da quelle fatte fino ad ora.

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