scritto da Filippo Falvella - 13 Febbraio 2024 19:10

Il viaggio come ricerca di sé: l’Odissea attraverso Schopenhauer

Cantami, musa, dell’uomo multiforme, che errò per tanto tempo dopo che distrusse la sacra cittadella di Ilio

Caposaldo della ricerca filosofica, da Socrate in poi, è l’investigazione, con annessa esplorazione, dei meandri della propria essenza individuale. Su questo tema, mi sento di poter tripartire le possibili vie alla ricerca di sé secondo queste seguenti strade: la ricerca di sé attraverso gli altri, la ricerca di sé attraverso la propria sfera emotiva e, in ultima analisi, la ricerca di sé attraverso le cose altre. Ci tengo a precisare che quanto intendo affrontare non è una critica all’essenziale tematica del viaggio per cercare in noi, bensì più l’eventualità della necessaria associazione d’altri termini a tale esperienza di peregrinazione, al fine di render ciò che viviamo nostra proiezione, e non viceversa.

L’Odissea

L’opera, composta in un periodo difficilmente identificabile, che presumibilmente troviamo intorno il 720 a.C., così come per il suo autore, vive una vera e propria questione esistenziale inerente alle sue stesse origini, che non è però nostro interesse trattare in questa sede. L’Odissea è un poema epico, tramandato anticamente in forma orale, composto in esametri dattilici e suddiviso in 24 libri, narrante delle gesta e dei viaggi di Odisseo, re di Itaca, dalla quale prende il nome l’opera, etimologicamente dal greco “Colui che odia ed è odiato”, immediatamente successive alla distruzione della città di Ilio. Volendo tralasciare l’indole del suo protagonista, la meta del viaggio compiuto all’interno del poema è quella di Itaca, ma gli inserimenti letterari della figura dell’Odisseo sono molteplici, e quasi sempre rifacenti alla tematica dell’esplorazione dei limiti umani e di quanto lo circonda, il più celebre è sicuramente quello Dantesco, con la annessa locuzione, di immane peso linguistico e stilistico, che ben riassume il personaggio e la specie alla si trova appartenente: «Considerate la vostra semenza, fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza.»

L’interpretazione dunque che vogliamo dare al re di Itaca in questa circostanza è quella del pioniere della natura umana, dei suoi limiti, delle sue accezioni e delle sue possibilità, colui che cerca altrove quel che è, dedicando, potremmo addirittura dire rinunciando, la sua intera vita all’obbiettivo della conoscenza.

La solitudine e la ricerca in Arthur Schopenhauer

In “Parerga e Paralipomena” di Arthur Schopenhauer, scritto nel 1851 ma tradotto in italiano più d’un secolo dopo, la tematica ricorrente è quella della fuga e della sopportazione, talvolta dell’amore, della solitudine. Quella che potrebbe essere una contrapposizione tra i due soggetti trattati risulta invece essere, nel suo fine, un chiaro parallelismo, di fatti come già proferito precedentemente, la figura dell’Odisseo che intendiamo trattare è quella della sua figura introspettiva, della ricerca di sè con il mezzo del viaggio, e conseguenzialmente e meramente fuga da tutto ciò che lo circonda o suggella ad un mondo non poi così libero. Il viaggio e la solitudine condividono differenti aspetti assolutamente collegati, quale l’isolamento dal conosciuto al fine d’una scoperta sconosciuta, la fuga da quanto per noi è reale nella ricerca di spiegare quanto secondo noi è irreale. Il fine della reclusione o del viaggio è dunque lo stesso, che sia esso una fuga o che sia esso un movente di ricerca introspettiva. Nell’accezione Schopenhaueriana però l’uomo virtuoso e ricco di spiritualità aspirerà all’assenza di dolore, e dopo di aver conosciuto per qualche tempo i cosiddetti uomini, sceglierà la vita ritirata, e nel caso che si tratti di un grande spirito addirittura la solitudine, le conseguenza della ricerca altro non porteranno che un distaccamento, ottenibile prima ancora dei frutti della stessa dalla partenza verso l’ignoto rappresentata dal viaggio, una fredda reclusione da quanto conosciuto. Ambo le vie, sicuramente in parte necessarie, ritrovano però nella conoscenza interiore un necessario distaccamento da ogni altra figura, la quale non ha elitariamente affrontato lo stesso percorso, che sia esso un distaccamento momentaneo o permanente. La ritrattazione che stiamo per affrontare degli stessi argomenti, è una critica, nel chiaro senso di aggiunta, ad entrambe le scelte per raggiungere la piena coscienza di sè.

La conoscenza, senza fuga e senza reclusione

Quanto è stato presentato in questa scrittura, si presenta finalmente a noi come degenerazione in due parti della ricerca introspettiva. Abbandonando la presunzione di ritenere entrambe le forme sbagliate, ci avvicineremo al sicuramente più cauto movente dell’espansione delle stesse, verso una ideologia che possa essere più attinente alla praticità effettiva che il gioco della vita tanto richiede. Del primo punto del viaggio affronteremo le debolezze e le incomprensioni, del punto secondo della reclusione affronteremo invece in modo analogo incomprensioni e poi debolezze. Abbandonando le finalità oziose o esplorative, un viaggio orientato verso il conoscimento di sé altro non è che una fuga da ciò che riteniamo i nostri limiti, molto spesso inconsciamente associati al luogo a cui apparteniamo momentaneamente, come suggerisce la stessa parola la ricerca di se stessi non và affrontata in meta che sia differente dalla nostra mente, dalla nostra interiorità e dalla nostra capacità di giudizio. Il viaggio che vuol cercare sé diventa di conseguenza fuga da sé, l’abbandono della realtà che viviamo in cerca d’una che si spera sia più semplice, o, ingenuamente più attinente a ciò che però ancora non sappiamo di essere. La reclusione invece si palesa, prima ancora di definirla, come chiara fuga, analoga e differente solo nella sua forma statica al viaggio, da quello che siamo, e troppo repente conclusione che quanto siamo non sia adeguato al contesto. La differenza con il viaggio però è ancor più manchevole, perché palesa una sensazione d’inadeguatezza rispetto agli altri di ciò che siamo, dove anche qui ciò che siamo ancora non è stato definito. Prima ancora dell’identificazione della nostra natura, dovremmo pesare una grande forma d’accettazione di noi nel rispetto di ciò in cui ci palesiamo, la ricerca di ciò che siamo e la diretta risposta a tale domanda è da sempre presente in noi, la sua ricerca non è orizzontale, ma in giusta misura verticale. La paura del vivere secondo noi e del non poterci adeguare, o essere adeguati, al contesto vivente non tiene presente della forza d’animo d’ognuno, della capacità intrinseca all’uomo stesso non d’esser creato, ma di creare, modellare, definire e rifinire quanto da noi è vissuto, a nostra immagine e somiglianza. Per uno spirito deciso abbastanza, il luogo non conta, e ogni suolo da lui toccato, che sia dov’è o dove sarà, risulterà sempre la sua proiezione.

Ho 24 anni e studio filosofia all'Università degli studi di Salerno. Cerco, nello scrivere, di trasmettere quella passione per la filosofia ed il ragionamento, offrendo quand'è possibile, e nel limite dei miei mezzi, un punto di vista che vada oltre quel modo asettico e alle volte superficiale con cui siamo sempre più orientati ad affrontare le notizie

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