IL RACCONTO DELLA DOMENICA Il miracolo dell’amuchina… di Lucia Gallo

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Distanti un metro. Anzi uno e mezzo. Meglio ancora se due. Almeno quattro sulla spiaggia.

Mantenere la distanza, rispettare il distanziamento sociale.

Per me, è stata veramente dura. Ho più di settant’anni, età pericolosa, catalogata come tipica dei soggetti fragili, particolarmente esposti al rischio di contrarre il coronavirus.

Mi irrita questo concetto di fragilità. Mi rimanda a un’idea di persona lacerata dalla solitudine, dalla debolezza, forse anche dalla malattia, e dalla preoccupazione di una morte incombente.

Mi piace invece pensare alla fragilità più come delicatezza, attenzione, sensibilità.

Forse è per questo che non mi sono mai considerata un soggetto fragile, da maneggiare con cura. La fragilità non fa parte della mia visione del mondo,  che non è fatta di tinte scure, di paura, sofferenza, dolore. Al contrario. Amo il chiasso, la confusione, le discussioni, le chiacchiere, il caffè con gli amici. Sono per natura ottimista, incline alla speranza, convinta che storta va e dritta ven. Fino a qualche mese fa, la mia è stata una vita frenetica, lontana da ogni distanziamento sociale. Anzi. Un abbraccio, una stretta di mano, una pacca sulla spalla mi permettevano di stabilire con le persone una relazione profonda, un contatto non solo fisico ma emotivo, più importante di ogni comunicazione verbale.

Poi, stop. Come soggetto fragile, mi è stato ordinato di stare lontano dai figli, dai nipoti, dai rapporti sociali, di rimanere a casa.

Trovarmi all’improvviso con un tempo dilatato  da riempire  di attività  diverse dalle solite non è stato semplice. Certo ho letto, scritto, ascoltato musica. Ho perfino imparato a utilizzare le piattaforme informatiche per  collegarmi con la famiglia e aiutare i nipoti nella didattica a distanza. Ho sentito però impellente anche la necessità di svolgere un  compito ben più importante, perché a lungo differito: fare le pulizie.

Lo ammetto. Non sono un angelo del focolare. La casa non è il mio regno. Provo grande ammirazione per chi tira a lucido tutto, guarda in controluce se ci sono aloni sui vetri o sugli specchi, disinfetta scarpe e valige. Dovendo scegliere  se sbrigare le faccende o incontrarmi con gli amici non ho dubbi: opto per la seconda.

Ho fatto però di necessità virtù e mi sono consolata dicendomi: finalmente potrò mettere un po’ di ordine negli armadi, non dovrò più fare la caccia al tesoro per trovare chiavi, occhiali, documenti. Tutto tornerà al proprio posto. Seguirò scrupolosamente le indicazioni per disinfettare le superfici. Uscirò e mi caricherò di amuchina, considerata il miglior antidoto contro il coronavirus.

Così sfidando il pericolo connesso alla mia fragilità anagrafica, ho deciso di fare incetta del prodotto tanto reclamizzato, ignara che fosse diventato più prezioso dell’oro. L’ho capito dallo sguardo incredulo che mi ha rivolto la commessa del supermercato quando candidamente le ho chiesto: scusi in quale scaffale posso trovare l’amuchina?  L’amuchina????  Ma lo sa che non la si trova da oltre un mese? Non le ho creduto. Ho continuato a girare inutilmente per negozi di detersivi, farmacie, parafarmacie ma… niente.

Sono ritornata a casa delusa. La frustrazione è gradualmente accresciuta nel momento in cui tutte le amiche con cui parlavo mi dicevano: – io uso l’amuchina, è un toccasana, mi sento al sicuro io e tutta la famiglia-.

I sensi di colpa mi hanno a lungo tormentato. Ho cercato di placarli utilizzando altri detergenti per disinfettare, ma sono stata colta spesso da vere e proprie crisi di astinenza da amuchina. – Se non fossi stata così superficiale, se ci avessi pensato prima, ora non mi troverei a questo punto e non metterei in pericolo anche la vita di mio marito -, mi  sono ripetuta ossessivamente.

Presa da una sorta di delirium tremens, sono andata avanti per giorni a pulire e a ordinare ovunque, anche negli angoli più nascosti della casa, quasi a voler espiare la colpa di non aver provveduto per tempo a comprare l’unico, vero, imbattibile disinfettante anti coronavirus.

Così tra un rimorso e un rimpianto, come penitenza estrema, ho deciso di compiere quella che per me si configurava come una vera e propria impresa titanica: sistemare l’armadio dei detersivi. Una sorta di bazar  dove nel tempo  era stato accumulato di tutto.

In preda, ormai, al sacro fuoco dell’ordine, ho deciso di organizzarlo al meglio. Mi sono perfino documentata e stampato tutte le regole per avere subito a disposizione ciò di cui avevo bisogno: nello scaffale superiore i flaconi grandi, in quello centrale i medi e così via. Pazientemente ho svuotato tutto fino a quando… proprio nella parte più nascosta, coperte da flaconi più alti, sono balzate come per miracolo davanti ai miei occhi tante confezioni di amuchina: bagno igienizzante anticalcare, gel disinfettante, flacone per  sterilizzare le mani,…

La scena si è dipanata nitida nella mia mente. Le varie confezioni le avevo acquistate tempo addietro in un negozio cinese!!! che vendeva detersivi a prezzo speciale. Poi messe lì. Dimenticate. Vedendole, ci è mancato poco che mi mettessi a piangere e mi inginocchiassi.

Mi sono sentita immersa in uno stato di evasione totale dalla realtà circostante, una sorta di estasi da amuchina, difficile da descrivere. Le ho prese, sfiorandole con dolcezza e, finalmente in pace con me stessa, ho cominciato a disinfettare ogni angolo della casa.

-Mi sembra di essere in un ospedale -, ha detto mio marito, aprendo la porta di casa e arricciando il naso per l’odore acre e penetrante che saturava l’aria.

Con la supponenza di chi ritiene di possedere la verità: – dovresti soltanto ringraziarmi perché proprio questo odore di ospedale ci salverà la vita-.

Sono andata avanti a sterilizzare per giorni. Tutto sapeva di amuchina. La sera prima di mettermi a letto, invece delle canoniche gocce di Chanel n. 5, spruzzavo sul cuscino due gocce di amuchina. Non nego che qualche volta mi è sorto il dubbio che forse sarebbe stato preferibile correre il rischio di essere contagiati dal coronavirus piuttosto che intossicarsi con tonnellate di disinfettanti. Un pensiero fugace, immediatamente confinato nelle pieghe più nascoste della memoria.  Fino a quando…sono ritornata al supermercato per fare la spesa. Non credevo ai miei occhi. In bella mostra sugli scaffali del supermercato confezioni di amuchina di ogni tipo.

Ancora una volta mi è parso un segno del cielo. Se le confezioni erano lì, voleva dire che il pericolo era diventato meno grave e che forse non solo le superfici ma anche le nostre vite erano al sicuro.

Rientrata a casa, ho sistemato i flaconi nel punto più nascosto dell’armadio dei detersivi, finalmente in ordine, e ho  preso una bomboletta di profumo di violetta spruzzandolo dappertutto. Non lo facevo da un tempo infinito. La casa si è riempita di aria nuova, fresca, pulita.

Mi è sembrato un nuovo inizio. Una primavera che, come nella mia casa, certamente esploderà con i colori e gli odori di sempre, spazzando via l’inverno che ha tinto di grigio le nostre vite.

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