Il nostro passato…

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…tra storia, cultura, tradizioni e realtà politica

Da uno dei più diffusi mensili italiani, specializzato nella divulgazione e nel commento di norme legali, fiscali, di diritto civile, di lavoro, condominiale eccetera, ci piace riportare un lucido commento, a firma di uno dei suoi più bravi editorialisti, il quale, partendo dalle elezioni politiche del 25 settembre 2022, e dalla formazione del nuovo governo di destra affidato a Giorgia Meloni, fa una disamina rigorosa di quello che è stato il nostro paese dall’antichità ai giorni nostri.

Ai concetti espressi dal giornale abbiamo aggiunto qualche nostra considerazione.

Il nuovo Governo

Il chiaro esito del voto delle elezioni politiche del 25 settembre scorso ha consentito la formazione, in tempi insolitamente rapidi per le consuetudini italiane, di un nuovo Governo di centro-destra.

Il nuovo Governo ha compiti assai impegnativi, principalmente per la crisi energetica che l’Europa si trova a fronteggiare, non solo a causa della guerra in Ucraina, che espone il continente, oltre al rischio di una guerra nucleare, anche a quello di una crisi economica senza precedenti nell’ultimo settantennio, con fenomeni di recessione legati al rialzo dell’inflazione, già preannunciato da molti mesi.

Queste poche righe, indipendentemente dalle legittime e diverse opinioni politiche di ciascuno elettore, vogliono essere l’augurio di respirare un vento nuovo nel nostro Paese, un clima politico, sociale, culturale e anche economico in linea con la nostra storia e la nostra tradizione.

Storia e tradizioni

Come italiani non dobbiamo dimenticare che il Diritto Romano, al quale ci ispiriamo e dal quale deriva il nostro ordinamento legislativo, ha segnato per la prima volta la separazione netta tra la religione e il diritto, lasciando fuori la religione dalla amministrazione dello Stato.

La elaborazione degli istituti giuridici derivanti da quel diritto, compendiata nel “Corpus Iuris Civilis” (la “raccolta del diritto civile” dell’imperatore Giustiniano, del VI secolo d.C.) attraverso l’osservanza tradizionalista lungo tutto il Medioevo e il Rinascimento, ha segnato, grazie alla rinnovata messa a punto dapprima della Scuola Storica del Diritto e poi della Pandettistica tedesca (lo studio delle Pandette, una delle componenti del “Corpus Iuris Civilis”), la fase di realizzazione delle codificazioni, la raccolta in veri e propri Codici delle singole disposizioni di legge, per unificarne la struttura e gli indirizzi e per consentirne uno studio unitario: solo in questo modo, e attraverso gli istituti del Diritto Romano, è stata avvertita l’esigenza di aspirare all’unificazione del diritto nei vari paesi europei e non solo.

Non dobbiamo dimenticare che, dopo il periodo oscuro del Medioevo, proprio in Italia ebbe origine il Rinascimento, che consentì non soltanto la ripresa e l’accrescimento delle manifestazioni artistiche e culturali, ma fu anche una fase di grande ripresa economica e di coesione sociale che, sia pure nella diversa e frammentata realtà politica dell’Italia dei Comuni, consentì l’affermazione di principi e istituzioni che sono ancor oggi attuali, quali le corporazioni, che nei tempi moderni si sono evolute nelle associazioni sindacali e di categoria, o gli ordini professionali, ancor oggi attuali e con le medesime finalità: la vigilanza sui comportamenti degli iscritti, affinché siano conformi alle esigenze del corretto esercizio delle attività professionali, e anche la difesa degli iscritti dalle eventuali soperchierie di altre istituzioni civili.

Non dobbiamo dimenticare che l’Italia, checché se ne dica, è stata sempre all’avanguardia in molti settori; nel Regno delle Due Sicilie, ad esempio, nacque un innovativo collegamento ferroviario su rotaie, la ferrovia Napoli-Portici, costruita tra il 1836 e il 1839, che seguiva di appena pochi anni l’inaugurazione della prima linea ferroviaria del mondo, quella che nel 1830 aveva collegato Liverpool a Manchester.

E non dobbiamo dimenticare che nel secondo dopoguerra l’Italia era all’avanguardia mondiale nello sviluppo di centrali nucleari per la produzione di energia elettrica, con studi avviati già negli anni Cinquanta.

La politica

Anche in politica l’Italia deve tornare a manifestare le proprie indiscusse capacità di ideazione, aggregazione e realizzazione di progetti politici e sociali ambiziosi.

Nel secondo dopoguerra il nostro paese ebbe un ruolo da indiscusso protagonista nel processo di integrazione europea: fu tra i sei paesi fondatori del nucleo originario della attuale Unione Europea, dapprima la CECA – Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, poi la EURATOM – Comunità Europea per l’Energia Atomica, e successivamente la CEE – Comunità Economica Europea.

Quest’ultima istituzione si proponeva non solo l’unione economica dei suoi membri e la progressiva cancellazione dei dazi doganali, cioè delle tasse di passaggio nei commerci tra un Paese e l’altro, ma anche un altro ambizioso obiettivo, quello di dare vita sul lungo periodo a un mercato europeo comune, ossia consentire progressivamente la libera circolazione delle persone, delle merci, dei servizi e dei capitali, poi reso possibile dalla Convenzione di Schengen e dal Trattato di Maastricht.

E’ il caso di ricordare che la CEE e l’EURATOM nacquero in Italia grazie ai Trattati di Roma sottoscritti il 25 marzo 1957.

Per i Paesi fondatori della Comunità Europea, in particolare per l’Italia, per la Germania e per la Francia, si trattava di dare un taglio netto con gli eventi che, per due volte nella prima metà del XX° Secolo, avevano infiammato l’Europa e il mondo intero con due conflitti che avevano causato decine di milioni di morti e pesanti devastazioni: nella visione di quei sei Capi di Stato e di Governo, tra i quali una figura di rilievo era rappresentata dall’Italia, si trattava di eliminare alla radice le cause della guerra, che, in effetti, tra i paesi che via via hanno aderito alla Comunità Europea non si è più ripresentata.

E se non fosse stato per la sanguinosa guerra di etnei nella ex Jugoslavia, e per la sconsiderata invasione dell’Ucraina da parte dell’esercito russo, non si sarebbe ripresentata nemmeno nell’immediato est europeo.

L’Italia ha anche partecipato da protagonista, fin dall’inizio negli anni Settanta del secolo scorso, alla nascita dei Gruppi dei Paesi maggiormente industrializzati, i Paesi col maggiore PIL – Prodotto Interno Lordo, che producono una maggiore quantità di ricchezza complessiva, nonostante la strutturale carenza di materie prime sul proprio territorio, scarse quelle energetiche e ancora più scarse quelle destinate alla produzione, anche grazie all’ingegno italiano, e alla capacità di favorire lo sviluppo dell’industria di trasformazione nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta, con il “Boom” economico che ha segnato la storia del nostro Paese.

Un discorso a parte andrebbe fatto sulle risorse naturali delle quali si dice che l’Italia sia povera, cosa vera fino a un certo punto perché, come dimostrano i dati, almeno nel campo energetico il nostro suolo è ricco di risorse, utilizzate fino ad una certa epoca, e poi abbandonate in nome di un ambientalismo infondato e che si è poi dimostrato dannoso.

Le sfide future

Il destino politico del paese, ma anche quello economico e sociale, è ora indissolubilmente legato alle scelte europeiste che negli scorsi decenni sono state compiute: sono state scelte che hanno portato a risultati forse non del tutto immaginabili neppure ad Altiero Spinelli, autore del famoso Manifesto di Ventotene “Per un’Europa libera e unita”, redatto nel 1941 insieme a Ernesto Rossi e che viene indicato come uno dei primi documenti che hanno portato alla creazione della Comunità Europea: poter scegliere di studiare, lavorare, intraprendere attività imprenditoriali, vivere o anche solo viaggiare per turismo in tutta Europa senza necessità di controlli o documenti particolari, avere una moneta unica con tutto quel che ne deriva: la stabilità finanziaria, la facilità degli scambi commerciali ed economici, la inesistenza del “rischio di cambio” per i traffici all’interno dell’Europa; avere una legislazione europea, se non unica, almeno fortemente ravvicinata su molte questioni che riguardano direttamente gli interessi dei cittadini e degli imprenditori; avere percorsi di formazione scolastica compatibili, al punto che gli studenti liceali e universitari possano trascorrere in un altro Paese europeo un periodo di studi, pienamente valido anche nel Paese di provenienza.

C’è solo un vulnus iniziale, quello di aver creato una Unione Europea basata sulla unicità della moneta, laddove l’idea dei padri costituenti era stata quella di una unione prevalentemente politica, sul modello degli USA – Stati Uniti d’America.

Le nuove sfide europee, ma anche italiane, che attendono il nostro nuovo governo saranno dunque molteplici: quelle economiche, tra scarsezza delle risorse energetiche e rialzi inflazionistici; quelle sociali, tra riduzione del PIL e aumento dell’inflazione; quelle umanitarie, con la ripresa delle migrazioni dall’Africa e dall’Asia.

Sfide che potranno essere affrontate e risolte solo con una maggiore integrazione europea: in questo senso, la ennesima caduta del governo britannico, con le dimissioni appena qualche settimana fa del Premier Liz Truss, appena dopo un mese dall’insediamento, trova la sua causa anche e soprattutto nella scelta referendaria della Brexit, suggerita sempre dal Partito Conservatore, per discutibili motivi di partito.

Così, anche le resistenze e involuzioni anti-europeiste che in questi anni si sono manifestate in Ungheria e in Polonia, con l’indebolimento dello Stato di diritto liberale, hanno determinato in quei Paesi una grave crisi economica, cui ha fatto seguito l’ampliamento del ricorso alle misure di sostegno dell’Unione Europea.

Il segno della possibile riscossa dell’Italia, sulla scena interna e internazionale lo ha fornito Mario Draghi: nell’ultimo Consiglio Europeo, quasi in contemporanea con il giuramento del nuovo Governo Meloni, ha finalmente ottenuto, per l’Italia e per tutta l’Europa, l’approvazione di misure comuni di controllo dei prezzi dell’energia.

L’Italia ha comunque bisogno di riconquistare, per il bene di tutti, con un Governo solido e credibile, il posto che le spetta per la sua storia e per le capacità del suo popolo.

Purtroppo gli ultimi avvenimenti, legati ai migranti e all’aspro contrasto che ha visto contrapposto il nostro paese alla Francia, unico paese europeo nostro amico almeno fino a pochi giorni fa, non sono un buon auspicio: la frettolosità, per non parlare di insipienza, degli inesperti nostri governante ci ha nuovamente posti in un cantuccio, dal quale non sarà facile ora venire fuori.

E fa rabbia pensare che esattamente un anno, nel novembre del 2021, fa fra l’Italia di Draghi e la Francia di Macron era stato sottoscritto uno stringente accordo, denominato “Trattato del Quirinale”, patrocinato dal Presidente Sergio Mattarella, per una collaborazione bilaterale rafforzata, mirante a fornire un quadro di stabili relazioni tra i nostri due paesi.

Tutto saltato per la incompetenza dell’attuale Governo, della Premier e dei suoi Ministri.

 

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