Fine vita, una strada sempre in salita

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A volte si incontrano argomenti che solo apparentemente sembrano diversi ma che sostanzialmente sono concomitanti.

Quasi contemporaneamente sono balzarti alla ribalta due storie.

La prima, riportata dagli organi di stampa e dalle Tv, riguarda la disperata ricerca di una ragazza malata terminale di porre fine alla sua esistenza, avvalendosi della legge sulla eutanasia volontaria, fortemente voluta dall’Associazione Luca Coscioni e dalle varie Fondazioni che l’hanno supportata, la 37enne pugliese, che viveva a Roma, alla quale è stato dato il nome di Daniela. Era affetta da tre tumori invalidanti, al sistema neuroendocrino, al pancreas e al fegato, che le avevano devastato anche altri organi, e soffriva di forti dolori che quotidianamente aumentavano.

Aveva chiesto di avvalersi della legge 219 del dicembre 2017, che prevede la “D.A.T. – Dichiarazione Anticipata di Trattamento”, per essere autorizzata a porre fine volontariamente alla sua esistenza, nel silenzio incomprensibile e assordante della Sanità pubblica sia capitolina sia pugliese, ma anche delle lentezze della Magistratura; la sorella della poveretta ho pubblicamente denunciato il comportamento dell’Ospedale di Foggia, dal quale la moribonda sarebbe stata addirittura derisa, e che si è deciso ad esaminare il caso il giorno dopo la sua morte, avvenuta il 5 giugno scorso, pochi giorni prima che il Tribunale di Roma potesse esprimersi sulla sua richiesta di ricorrere, in applicazione della sentenza della Corte Costituzionale, al suicidio assistito.

Più volte abbiamo parlato di della legge 219/2017 la quale, secondo un recente sondaggio, è sconosciuta dall’80% della popolazione perché non è stata mai adeguatamente pubblicizzata, è stata anche boicottata dai Comuni i quali non hanno gradito la incombenza ad essi affidata di ricevere, gratuitamente, le D.A.T., e il 71% di chi è interessato ancora non sa come fare.

Tra l’altro nemmeno il Ministero della Salute sembra interessato più di tanto in quanto non ha mai depositato, come previsto, le relazioni annuali sull’andamento della stessa.

La legge 219/2017, è sempre stata boicottata dalle Istituzioni ospedaliere e, specificamente, dal personale sanitario che si ispira al comandamento religioso di non ammazzare, ma che comunque risulta inadempiente rispetto ad una legge dello stato la quale, forse in virtù anche di una certa ambiguità, si presta ad equivoci sui quali i dissenzienti basano le loro teorie di obiezione.

Tant’è che l’Associazione Luca Coscioni ha promosso recentemente un referendum modificativo con l’intenzione di renderla pienamente operativa.

Frattanto c’è ancora chi soffre le pene dell’inferno e non si vede tutelato nemmeno nell’elementare diritto di morire dignitosamente.

Quanti altri casi Eluana Englaro, Piergiorgio Welby, DJ Faby dobbiamo avere per raggiungere questo fondamentale traguardo?

Il caso concomitante è una pubblicazione effettuata su Facebook che ricorda una figura derivante dalla cultura piuttosto agricola e in parte sottosviluppata del passato, la cosiddetta “S’Accabadora”, che sarebbe esistita in Sardegna fino a qualche decennio addietro: un angelo della morte che avrebbe avuto l’incarico, dai parenti di un malato terminale, di porre fine alle sue sofferenze.

Un atto pietoso nei confronti del moribondo ma anche un atto necessario alla sopravvivenza dei parenti, soprattutto per le classi sociali meno abbienti: nei piccoli paesi lontani da un medico molti giorni di cavallo, serviva ad evitare lunghe e forti sofferenze al malato, ma anche il dolore dei familiari che lo assistevano.

Il termine “S’Accabadora”, è sardo:  femina accabadora, oppure femina agabbadòra  o, più comunemente, agabbadora o accabadora, significa “colei che finisce”, e deriva dal sardo s’acabbu, “la fine” o dallo spagnolo acabar, “terminare”.

E’ la figura, storicamente non provata, di una donna che si incaricava di portare la morte a persone di qualunque età, nel caso in cui queste fossero in condizioni di malattia tali da portare i familiari o la stessa vittima a richiederla.

In realtà non ci sono prove di tale pratica, che avrebbe riguardato solo alcune regioni sarde come Marghine, Planargia e Gallura, e la pratica non doveva essere retribuita dai parenti del malato poiché il pagare per dare la morte era contrario ai dettami religiosi e della superstizione.

La femmina accabadora arrivava nella casa del moribondo sempre di notte e, dopo aver fatto uscire i familiari che l’avevano chiamata, entrava nella stanza della morte: la porta si apriva e il moribondo, se ancora vigile, dal suo letto d’agonia la vedeva entrare vestita di nero, con il viso coperto, e capiva che la sua sofferenza stava per finire.

In pratica era una eutanasia decisa da familiari di un malato terminale per evitargli le sofferenze, un angelo della morte che si presentava, sempre di notte, in casa dell’ammalato, tutto vestito di nero e procedeva ad eseguire l’incarico, utilizzando un cuscino per soffocare il malato, oppure una specie di martello di legno di ulivo col quale veniva assestato un solo colpo sulla fronte o sulla nuca.

Sembra che in Sardegna s’accabbadora abbia esercitato fino a pochi decenni fa, soprattutto nella parte centro-settentrionale dell’isola: gli ultimi episodi noti avvennero a Luras nel 1929 e a Orgosolo nel 1952, ma oltre i casi documentati, moltissimi sono quelli affidati alla trasmissione orale e alle memorie di famiglia; molti ricordano un nonno o bisnonno che comunque ha avuto a che fare con la signora vestita di nero.

Questa pratica sembra sia molto antica ed abbia avuto origine nell’antica Grecia, e c’è chi ritiene che tutto ciò che deriva dall’antichità, in particolare dalla Grecia, considerata la culla della cultura, sia sempre bene accetto.

C’è pure chi sostiene, evidentemente esasperando i concetti, che come c’è la figura che aiuta a nascere, vale a dire la vecchia “mammana” o la levatrice, oggi il/la ginecologo/a, non deve stupire che ci sia anche quella che aiuta a morire.

Concetto sul quale sorgono molte perplessità specialmente da parte dei credenti perché se la vita è un dono di Dio, siccome Dio l’ha data solo lui la può togliere, il che farebbe cadere tutta l’impalcatura sulla quale si basa la legge sull’eutanasia, sulla dolce morte, concetto sul quale non si può non essere d’accordo, salvo a praticarla o meno, ma questo rientra nella sfera intima di ogni individuo.

Chi crede nella dignità della vita e della morte, non può non essere d’accordo sul principio dell’eutanasia, che può essere anticipatamente richiesta da ciascun individuo tramite la D.A.T., da fare a un pubblico Ufficiale oppure all’Anagrafe del Comune di appartenenza, ma potrebbe essere fatta anche agli Ospedali di appartenenza che dovrebbero inserirla nel fascicolo sanitario del cittadino, dichiarazione che in qualunque momento può essere modificata o annullata da chi l’ha fatta, ma che comunque rimane un pilastro di civiltà.

Il problema è solo politico in quanto più volte la Magistratura si è pronunciata in proposito, scagionando, ad esempio, Marco Cappato, il responsabile dell’Associazione Luca Coscioni, che è stato rinviato a giudizio per aver accompagnato, insieme ai familiari, malati terminali all’estero nelle cliniche dove l’eutanasia viene normalmente praticata; ultimo è stato il caso del DJ Fabo, al secolo Fabiano Antoniani, il quale pose fine alle sue sofferenze in una clinica svizzera il 27 febbraio 2017, assistito proprio da Cappato e dai familiari.

Non sappiamo se oggi esistano ancora le “S’Accabadora”, probabilmente in qualche luogo molto arretrato e probabilmente non nel nostro paese, anche se di ciò non può esservi certezza; in Italia non dovrebbero esserci nemmeno le “mammane” che a suo tempo aiutavano a far nascere i bambini, ma molto spesso aiutavano anche le donne ad abortire, e purtroppo ci sono ancora, e talvolta si apprende che non tutti i medici che  in pubblico si dichiarano obbiettori di coscienza, non si prestino a farlo in privato, ovviamente a pagamento.

Di un fatto siamo però certi: se la politica svolgesse veramente il suo ruolo, e a tanto è stata più volte chiamata a fare dagli stessi Magistrati e dalla Suprema Corte, tutto il can-can che da anni si fa su questo problema molto probabilmente sarebbe già cessato da un pezzo.

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