scritto da Filippo Falvella - 03 Maggio 2026 07:33

E dimenticammo come annoiarci: il purgatorio della coscienza

Perché noia, forse, potrebbe non voler dire che non si ha modo di occupare il proprio tempo, ma che non si avverte il bisogno di farlo al di fuori di come quel tempo sta già scorrendo

Nel tentativo di concettualizzare uno stato emotivo, addentrandosi nell’ampio spettro dell’umano sentire, bisogna tener conto di due possibili ostacoli, l’esaltazione e la banalizzazione. Dissertando sulla noia, per assurdo, verrebbe voglia d’accogliere entrambi gli inciampi e di interpretare questa emozione proprio per ciò che sembra voler essere: radice e foglia, tutto e niente, nulla e ogni cosa.

Eppure di tutte le emozioni la noia sembra essere la più giovane, una nottola giunta di sera che ha atteso, prima di presentarsi, lo sfogo e l’impegno di tutte le sue sorelle. Risulta davvero difficile infatti immaginare le prime scimmie antropomorfe annoiate, in un netto contrasto rispetto a quanto facile possa essere figurarle in uno stato di paura, rabbia o gioia. Una mente, che sia attiva per poter sopravvivere o semplicemente per irradiarsi nei suoi pensieri, può annoiarsi solo quando in essa c’è sufficiente spazio affinché la noia si addentri in essa. Ma ciò vorrebbe dire ridurre la noia ad uno stato emotivo che viene raggiunto quando ci si disimpegna, e sappiamo non essere così.

Perché noia, forse, potrebbe non voler dire che non si ha modo di occupare il proprio tempo, ma che non si avverte il bisogno di farlo al di fuori di come quel tempo sta già scorrendo, magari in noi, magari per noi. Ma una cosa è certa, la noia è sicuramente la meno accolta delle emozioni, e si tenta di sopprimerla ancor prima che essa possa presentarsi: la rabbia può dar sfogo, il dolore consapevolezza, ma la noia, cos’ha da offrirci la noia? E prima ancora di risponderci stiamo già correndo, lontani da essa, e ci siamo impegnati per eluderla e per poterla eludere ancora una volta questa dovesse ripresentarsi. E forse, almeno apparentemente, l’abbiamo seminata.

Akedia: l’aver cura senza curarsi

In un groviglio di stimoli non riusciamo più ad avvistarla, e sgranando gli occhi non la vediamo neanche in lontananza, è coperta da un aperitivo, una notifica, un meeting e un manuale di diritto tributario o econometria. Eppure, continuando a sgranare gli occhi, abbiamo dimenticato dov’era in un primo momento, abbiamo dimenticato come annoiarci, abbiamo dimenticato a star soli in una stanza dove gli unici arredi sono rappresentati dalla nostra storia e dal nostro sentire, di ieri e domani. E quella stanza adesso sarebbe, nel suo incessante silenzio, assordante.

Avremmo l’istintivo bisogno di cercare una porta, ad ogni costo e con ogni mezzo, per fuggire quanto prima da quello squillante sibilo. Ma forse non è stato sempre un sibilo, ed è probabile che al principio non si trattasse di un rumore, ma di un suono.

Gli antichi greci individuavano nell’akedia (dal greco ἀκηδία, “senza cura”), prima che Jacopone da Todi la descrivesse come «una freddura, ce reca senza mesura, posta ‘n estrema paura», non un torpore fisico e volitivo, ma uno stato di indifferenza orientato all’elucubrazione e alla contemplazione.

La noia, quand’essa era ancora raggiungibile, non intendeva tradursi in un “nulla da fare”, ma in un confronto senza intermediari con la nostra coscienza. Uno stallo con se stessi che non permetteva alcuna elusione, un confronto obbligatorio con il proprio io. Un momento per pensare, o per non farlo affatto, un momento per allinearsi con la propria esistenza senza alcun altro elemento al di fuori della stessa. Senza noia c’interroghiamo soltanto per un dubbio costretto da un’emozione forte, per dover dare una risposta ad una domanda urgente. Ma se avessimo modo di annoiarci di nuovo, se potessimo abbandonare per un attimo la frenesia degli stimoli e degli impegni, forse potremmo riscoprire un interlocutore che la nostra storia ha smesso di interpellare da quando la storia è passata dalla sua fase contemporanea a quella digitale: l’ego, o la coscienza, o agnosticamente l’anima.

Potremmo provarci, potremmo tentare di entrare in quella stanza, arbitrariamente, e resistere a quel sibilo, stringere i denti e vedere se passa. Perché potrebbe, man mano, tornare ad essere meno assordante. Perché tornare ad ascoltarci davvero potrebbe trasformare quel sibilo in una nota, e ritrovarci nella nostra intimità potrebbe produrne altre note e, chissà, quelle note potrebbero produrre una musica che non credevamo fosse possibile ascoltare, danzando con essa e confondendoci, con consapevolezza, nel ballo della vita, della nostra.

Ho 24 anni e studio filosofia all'Università degli studi di Salerno. Cerco, nello scrivere, di trasmettere quella passione per la filosofia ed il ragionamento, offrendo quand'è possibile, e nel limite dei miei mezzi, un punto di vista che vada oltre quel modo asettico e alle volte superficiale con cui siamo sempre più orientati ad affrontare le notizie

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