scritto da Gennaro Pierri - 02 Maggio 2026 10:00

Quando muore una madre, Dio smette di stare al sicuro nelle parole

La fede, alla fine, non ti restituisce una madre, ti restituisce una direzione

Fino al giorno prima potevi parlarne: fede, speranza, eternità. Concetti puliti, ordinati. Poi succede. E tutto si sporca. Anche Dio. Soprattutto Dio. Perché se è vero, deve stare proprio lì dove non vuoi guardare: in quella sedia vuota, in quel silenzio che pesa più di qualsiasi rumore, in quella domanda che non hai il coraggio di finire.

La verità è che la morte di una madre non ti lascia credente o non credente: ti lascia esposto, senza difese.

Ti costringe a decidere se l’amore che hai vissuto era solo chimica ben riuscita… o se aveva già dentro qualcosa di eterno. Perché una madre non ti ha solo voluto bene, ti ha voluto esistere. E questo è il punto che spacca tutto: qualcuno ha detto “tu sì” prima ancora che tu potessi meritartelo. Se questo non ha a che fare con Dio, allora Dio è una parola inutile.

La fede, qui, non consola, non è un cerotto, è una vertigine. È prendere sul serio l’idea che quell’amore non è finito perché il corpo si è fermato, che ciò che ti ha generato non può essere cancellato da un evento biologico, che l’origine non si spegne. Ma dirlo è facile. Crederlo quando vorresti solo sentirla chiamarti, quello è il punto. Perché la fede vera non è dire “c’è qualcosa dopo”. È restare in piedi mentre tutto dentro di te urla che non basta. Eppure succede una cosa strana: col tempo inizi a riconoscere che non sei rimasto da solo come pensavi. Non nel senso sentimentale. Nel senso reale. Ci sono gesti che fai e non ti appartengono fino in fondo. Modi di amare che non hai imparato da nessun manuale. Una specie di eredità viva che continua a muoversi dentro di te, anche quando vorresti solo fermarti. Allora la fede è anche questo: smettere di cercarla dove non può più essere e accorgerti che non ha mai smesso di accadere. Non “dove è finita?”, ma “dove continua?”.

E Dio, non è quello che ti spiega la morte, ma la vince! È quello che si prende la responsabilità di non far andare perso nulla di ciò che è stato amato davvero. Il problema è che noi vorremmo prove, voci, segni chiari, conferme. Invece ci viene lasciata una traccia più difficile: una presenza senza forma, che chiede fiducia: “perché cercate tra i morti colui che è vivo”? Una specie di appuntamento nel buio. E qui si gioca tutto. Perché puoi decidere che è solo autosuggestione, un modo elegante per non impazzire. Oppure puoi rischiare una cosa enorme: credere che l’amore ricevuto non era solo tuo, ma ti è stato affidato. E che ora tocca a te non interromperlo. Non conservarlo. Non venerarlo. Continuarlo.

Amare qualcuno, proteggere qualcuno, restare per qualcuno come lei ha fatto con te. Non per imitarla. Perché è l’unico modo che hai per non perderla davvero. La fede, alla fine, non ti restituisce una madre, ti restituisce una direzione. E ti lascia con una domanda che non puoi aggirare: quell’amore che ti ha fatto vivere… adesso, lo lasci morire con lei, o lo fai passare attraverso di te? Ciao Mamma, la luce di Dio illumini da oggi la tua eternità e continui a illuminare quella di Papà!

 

Ha conseguito la licenza in teologia spirituale e in teologia morale presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli. E’ stato recensionista per la rivista Il Cooperatore Paolino, docente di teologia spirituale presso l’Istituto Diocesano di Scienze Religiose dell’Arcidiocesi di Amalfi-Cava de’ Tirreni, direttore editoriale del mensile diocesano Fermento, bioeticista nel Comitato Etico dell’ASL Salerno. E’ cultore di materie filosofiche e teologiche, docente di I.R.C. in alcune Scuole Superiori di Cava de’ Tirreni e Presidente del sodalizio Cavalieri della Bolla Pontificia.

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