Carceri e violenze

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Prendiamo spunto dagli episodi di violenza verificatisi nel mese di aprile 2020 nel Carcere di Santa Maria Capua Vetere, e dal rinvio a giudizio di numerosi agenti della polizia Penitenziaria che li avrebbero commessi.

Ma non a caso intitoliamo questa riflessione al plurale, perché desideriamo sottolineare come il sistema carcerario del nostro paese sia una polveriera, un vulcano che di tanto in tanto fa una eruzione violenta, ma tante altre lo sono meno evidenti perché rientrano quasi nella quotidianità degli eventi.

Nell’art. 27  della nostra Costituzione è scritto:  1) La responsabilità penale è personale; 2) L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva; 3) Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato; 4) Non è ammessa la pena di morte.

Tralasciando la pena di morte (che originariamente era prevista solo nei casi previsti dalle leggi militari di guerra), gli altri tre commi risultano, in linea di massima, solo una pura enunciazione, e a distanza di oltre 73 anni dalla entrata in vigore della Costituzione (1° gennaio 1948) ci sarebbero da fare serie riflessioni, specialmente sulla rieducazione del condannato.

Un fatto è certo, le violenze del sistema carcerario italiano sono di tanti tipi, quelle emerse nell’aprile 2020, ora al vaglio della Magistratura giudicante, sono solo il culmine di un iceberg che nasconde un mondo sommerso e poco evidente.

La prima grave violenza è il sovraffollamento delle carceri; per non andare molto indietro nel tempo, limitiamoci agli ultimi mesi: dai dati ufficiali al 31.12.2020 nei penitenziari italiani erano presenti 53364 detenuti, a fronte di una capienza di 50552 posti: quindi una eccedenza di 2812 detenuti.

Certamente una situazione meno pesante di quella al 28.02.2020: 61230 detenuti a fronte di una disponibilità di 50931 posti, una eccedenza di 10299 detenuti, più pesante.

A questo aspetto della violenza è necessario aggiungere la vecchiaia di tante strutture carcerarie (prendiamo, ad esempio, quella di Poggioreale, costruita nel 1914, oltre un secolo fa), per fortuna ve ne sono anche di moderne e funzionali, ma la maggioranza sono strutture molto vecchie.

E’ difficile capire perché, a fronte di una popolazione carceraria superiore alle disponibilità, non si investa in questo settore, cosa che comporterebbe minore necessità di ricorso alla degenza domiciliare, spesso assegnata per evitare ulteriori affollamenti specialmente nelle aree a più alta densità criminale, ricorrendo ad apparati tecnologici non sempre disponibili e funzionanti, come il braccialetto elettronico. E la cosa è ancora più inspiegabile se si pensa che tra i beni pubblici inutilizzati ci sono centinaia di ex caserme militari inutilizzate, che sarebbe estremamente semplice convertire, con spese certamente sostenibili.

Tutto questo è violenza, sia verso i delinquenti, ma anche verso la popolazione normale, che si viene a trovare in contatto con delinquenti che solo per mancanza di strutture rimangono quasi a piede libero.

Ma a questa tipo di violenza se ne aggiungono tanti altri.

Prima di ogni successiva considerazione c’è da riflettere sul sovraffollamento delle strutture: se in uso spazio desinato a due detenuti ne vengono stipati sei, la convivenza diventa difficile e sfocia spesso in liti, a volte anche mortali.

Ma a questa si aggiunge un’altra violenza, potremmo chiamarla indotta, perché il sovraffollamento comporta una pressione costante sugli agenti penitenziari, spesso fronteggiati arrogantemente dai carcerati meno remissivi, il che genera negli agenti la reazione contraria di rispondere con gli stessi atteggiamenti.

C’è poi l’aspetto della violenza indotta dai detenuti particolarmente restii alla detenzione, che spesso ricorrono alle droghe le quali, in un modo o nell’altro, nelle carceri entrano e anche in quantità abbondante: attraverso i colloqui con i familiari, attraverso agenti compiacenti e corrotti.

E’ sintomatico che una delle prime azioni da parte dei detenuti rivoltosi dell’aprile 2020 siano state le invasioni delle infermerie delle carcerari alla ricerca del metadone o di altri sostituti delle droghe.

Poi vi sono le proteste organizzate da parte dei detenuti di varie carceri, spesso in “contatto” tra loro; evidentemente esistono i canali per tali contatti, attraverso i colloqui con i familiari, o attraverso agenti compiacenti 0 timorosi di rappresaglie, o altro.

Se così non fosse, non si spiegherebbe il fenomeno che si è verificato nell’aprile del 2020, che costrinse i direttori ad abolire le visite dei familiari, per il timore che il virus potesse essere portato dall’esterno; i colloqui avrebbero potuto essere effettuati a distanza, ma l’amministrazione penitenziaria non fu in grado di rispondere con prontezza, e i detenuti probabilmente nemmeno lo volevano proprio perché sarebbe venuta a mancare la fonte di approvvigionamento delle droghe portate dai familiari.

Detto ciò, andiamo a vedere dove in quali carceri avvennero le rivolte nell’aprile 2020, e le analogie comportamentali dei detenuti.

Le carceri interessate furono 16, Ascoli Piceno, Ferrara, Foggia, Melfi, Milano-Opera, Modena, Monza, Palermo, Pavia, Rieti, San Gimignano, Santa Maria Capua Vetere, Sollicciano, Torino, Viterbo, Voghera; in tutti il comportamento rivoltoso fu identico, non è credibile non pensare ad una azione organizzata a priori.

Probabilmente le cose vennero programmate con tale discrezione che nemmeno il Governo e il DAP, Dipartimento della amministrazione penitenziaria, se ne accorsero, dal che scaturisce una duplice considerazione: che non se ne fosse accorto il Ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, può essere credibile, considerato ciò che è avvenuto durante il suo mandato, ma che nemmeno il DAP se ne fosse accorto è poco credibile, se così fosse quel Dipartimento andrebbe abbattuto e ricostituito.

E’ chiaro che tutto questo discorso non tende assolutamente a giustificare o mitigare le responsabilità delle squadre di Agenti penitenziari che si sono lasciati andare alle violenze ampiamente note e denunziate, anzi sembra che il reparto che avrebbe dovuto compiere solo delle ispezioni sui fatti accaduti, sia stato poi sostituito da un altro che sembra organizzato per azioni di rappresaglia, che in tale struttura non dovrebbe proprio esistere, specialmente in un paese come il nostro che si definisce patria del diritto.

Non siamo convinti che, per ciò che è emerso, le condanne degli agenti violenti saranno esemplari; conoscendo purtroppo come vanno le cose in questo paese, è possibile che il tutto finirà a “tarallucci e vino”, anche se, dai messaggi intercettati che i vari agenti violenti si sono scambiati, sembra che vivano nel terrore, ma è sintomatico che tanti, interrogati, si sono avvalsi della facoltà di non rispondere: perché?

Tornando a Bonafede, ricordiamo, concludendo, quello che avvenne qualche mese prima della caduta del Governo Conte e l’insediamento di quello Draghi, episodio incredibile ampiamente denunciato da Massimo Giletti e ben chiarito dal Magistrato Antonino Di Matteo, al quale Bonafede intendeva affidare il delicato organismo, ma venne subito distolto non si è mai capito da chi, certamente da qualcuno che, conoscendo la integrità di quell’alto Magistrato, temeva che ci fosse stato un radicale intervento.

Seguiremo gli sviluppi della vicenda per tenerne doverosamente informati i lettori.

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