Addio a Emanuele Severino, il filosofo dell’eternità

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Pochi giorni fa è venuto a mancare uno dei più grandi filosofi contemporanei, Emanuele Severino, vanto e orgoglio della cultura italiana. Aveva quasi 91.anni, ma la sua mente era ancora lucida e, come avviene alle persone di grande cultura, spesso dissacrante.

In un’epoca nella quale si fa di tutto per appiattire la intelligenza delle persone, i cui cervelli vengono strizzati come limoni da parte dei mass-media, prima fra tutti la radio-televisione italiana che su quasi tutti i suoi canali, a tutte le ore della giornata, trasmette programmi che definire “spazzatura” è poco, dispiace, a parte il fatto umano, che persone come Severino ci lascino.

Qualche giorno addietro un altro grande italiano, il celebre Direttore d’orchestra Riccardo Muti, ha lanciato il suo grido di dolore contro la incultura imperante e la volontà che la popolazione diventi sempre più ignorante, specialmente contro la TV: “basta cuochi, c’è bisogno di cultura”, ha gridato, ma chi ascolta?

Emanuele Severino era nato a Brescia il 26 febbraio 1929. E’ stato un grande filosofo italiano dal pensiero complesso e sorprendente, fra l’altro sostiene che tutto è eterno, non solo ogni uomo e ogni cosa, ma anche ogni momento di vita, ogni sentimento, ogni aspetto della realtà, e che quindi niente scompare, niente muore.

Si era laureato a Pavia nel 1950 e, insieme a un altro grande filosofo, Gustavo Bontadini, scrisse una tesi che delineò il campo dei suoi interessi, dal titolo “Heidegger e la metafisica”.

Da giovane Severino era affascinato dalla matematica, ma il fratello Giuseppe gli aveva insistentemente parlato di Giovanni Gentile (altro nome fondamentale della filosofia italiana), perché frequentava le sue lezioni alla Normale di Pisa. Quando Giuseppe morì nel 1942 Emanuele sentì il desiderio di raccogliere la sua eredità, una spinta interiore che lo portò appunto ad indirizzare i suoi interessi verso il pensiero filosofico.

Emanuele Severino ha vinto numerosi premi per le sue opere, ed è stato anche Medaglia d’oro della Repubblica per i Benemeriti della Cultura. Per molti anni, inoltre, è stato collaboratore del Corriere della Sera.

E’ stato anche un musicista mancato, da giovane aveva composto una suite per strumenti a fiato in uno stile a metà strada tra Bartók e Stravinsky.

Temperamento geniale e dall’acume unico, Emanuele Severino ottenne la libera docenza in filosofia teoretica nel 1951, a soli ventitré anni, appena un anno dopo essersi laureato e dopo un periodo di insegnamento come incaricato all’Università Cattolica di Milano, nel 1962 divenne ordinario di Filosofia morale presso la stessa.

Ma per il pensiero teoretico (ragionare in maniera astratta) che andava elaborando già in quegli anni, Severino entrò in rotta di collisione con la Chiesa e venne allontanato dalla Università Cattolica nel 1969. Anche in seguito, i suoi rapporti con la Chiesa sono sempre stati burrascosi, tanto che si può tranquillamente sostenere come egli sia stato uno dei pochi autori contemporanei ritenuti “pericolosi” dalle autorità ecclesiastiche.

Lo stesso Severino scrisse: “Mi resi conto che il mio discorso conteneva il “no” più radicale alla tradizione metafisica dell’Occidente e dell’Oriente […] ma non era rivolto specificamente contro la religione cristiana”.

L’anno successivo, venne chiamato presso l’Università di Venezia “Cà Foscari” dove è stato direttore del Dipartimento di filosofia e teoria delle scienze fino al 1989.

Lasciò l’insegnamento dopo mezzo secolo circa, meritandosi gli apprezzamenti di un altro illustre collega, il ben noto Massimo Cacciari (fra l’altro ex sindaco della città lagunare), che per l’occasione gli scrisse una lettera assai lusinghiera, nella quale esprimeva ammirazione incondizionata per Severino, definendolo un gigante e l’unico filosofo che nel Novecento si potesse contrapporre a Heidegger.

In estrema sintesi, il pensiero di Severino si può riassumere partendo dalla constatazione che, da Platone in poi, una “cosa” è intesa come ciò che si mantiene in un provvisorio equilibrio tra essere e non essere. Questa “fede nel divenire” implica che l’ “ente” sia un niente, quando non è ancora nato o non è più. E’ questa, per Severino, la “follia” dell’Occidente, lo spazio originario in cui sono venuti a muoversi e ad articolarsi non solo le forme della cultura occidentale, ma anche le sue istituzioni sociali e politiche.

Di fronte all’angoscia del divenire, l’Occidente, rispondendo a quella che Severino chiama la “logica del rimedio”, ha evocato gli “immutabili” che possono essere definiti via via come Dio, le leggi della natura, la dialettica, il libero mercato, le leggi etiche o politiche…

La civiltà della tecnica sarebbe il modo in cui oggi domina il senso greco della “cosa”.

All’inizio della nostra civiltà Dio, il Primo Tecnico, crea il mondo dal nulla e può sospingerlo nel nulla. Oggi, la tecnica, ultimo dio, ricrea il mondo e ha la possibilità di annientarlo. Nella sua opera Severino intende mettere in questione la “fede nel divenire” entro cui l’Occidente si muove, nella convinzione che l’uomo vada alla ricerca del rimedio contro l’angoscia del divenire innanzitutto perché crede che il divenire esista.

Severino, insomma, elabora una originale interpretazione del nichilismo, inteso come il contenuto essenziale del pensiero e della storia dell’Occidente, animati dalla persuasione che “l’ente sia niente”. Ammettere il divenire significa infatti asserire che l’essere possa non essere più, il che equivale a negare che davvero sia. Questa concezione non è puramente teorica o contemplativa, ma risponde alla volontà di dominio e di potenza che anima sin dall’origine l’occidente: la nullità dell’ente è infatti la condizione alla quale diventa possibile (e necessario) il gesto del dominio, che è insieme ragione strumentale e volontà assoggettatrice della natura.

Se il nichilismo così inteso è l’aberrazione costitutiva dell’Occidente, l’unico rimedio consisterà nel ritorno a un’ontologia di tipo “parmenideo”, che smascheri l’illusione fondamentale del divenire e renda così possibile una diversa e non più alienata modalità dell’agire umano.

Per usare parole dello stesso Severino: “…ci attende la «Non Follia», l’apparire dell’eternità di tutte le cose. Noi siamo eterni e mortali perché l’eterno entra ed esce dall’apparire. La morte è l’assentarsi dell’eterno”.

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