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Cava de’ Tirreni, il castello conteso e la città esclusa: il vero nodo non è chi gestisce, ma come

Il Comune non ha costruito – finora – un modello aperto e trasparente: nessun percorso stabile di coprogettazione, nessuna messa in rete reale delle energie esistenti, nessun meccanismo capace di trasformare la partecipazione in struttura

Cava de’ Tirreni, il castello conteso e la città esclusa: il vero nodo non è chi gestisce, ma come
foto tratta da Fb

Il problema non è chi ha le chiavi. È cosa ci fa con quelle chiavi. C’è una scena semplice: persone che salgono verso il Castello di Sant’Adiutore e si fermano davanti a un accesso incerto, a orari poco chiari, a un luogo che dovrebbe essere di tutti ma che non sempre riesce a esserlo.

Non è una polemica: è un’esperienza concreta.

Il castello è finito al centro di discussioni su affidamenti e responsabilità. Ma il punto vero è un altro. I fatti, quelli osservabili, sono ostinati: accessi discontinui, comunicazione fragile, fruizione limitata. E sì, anche vincoli oggettivi – sicurezza, eventi straordinari – che hanno inciso. Proprio per questo serviva una visione capace di reggere nel tempo. E qui il dato è netto: quella visione non si è mai tradotta in un modello riconoscibile, continuativo, verificabile.

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ATSC ed Ente Montecastello, dentro questo quadro, hanno custodito una tradizione, mantenuto viva una memoria, dato continuità a un’identità. Questo è un merito e va riconosciuto. Ma custodire non significa esaurire. E qui la questione si fa inevitabilmente più seria: non sono gli unici depositari della tradizione, né gli unici legittimati a raccontarla. La cultura cavese non è una linea unica, ma una trama: una rete ampia e riconoscibile di associazioni, gruppi folkloristici e realtà culturali attive sul territorio, che non risultano coinvolte in modo strutturale nella gestione e nella narrazione del sito. Non è una questione di esclusioni formali.

È una questione di metodo.
Perché quando la gestione non diventa sistema, resta inevitabilmente selezione, e le selezioni restringono la cultura. La rende meno viva, meno condivisa, meno credibile.

Qui la responsabilità diventa pubblica.

Il Comune non ha costruito – finora – un modello aperto e trasparente: nessun percorso stabile di coprogettazione, nessuna messa in rete reale delle energie esistenti, nessun meccanismo capace di trasformare la partecipazione in struttura. Senza struttura, resta solo la gestione. E la gestione, da sola, non basta.

In questo scenario si inserisce la posizione del sindaco Vincenzo Servalli: il castello non deve essere affidato ai privati. Una linea chiara, fondata su un principio solido: un bene identitario non può essere ridotto a funzione economica né diventare spazio selettivo. È una posizione che tutela. Ma non basta a valorizzare. Perché esiste un rischio opposto, meno visibile ma concreto: un bene pubblico che resta poco accessibile, poco vissuto, poco attraversato. Pubblico sulla carta, distante nella pratica. Dall’altra parte, anche il tema dei privati merita lucidità. Non è una scorciatoia, ma neanche un tabù. Esistono modelli regolati in cui il pubblico guida e altri soggetti contribuiscono a garantire apertura, qualità, continuità.

La domanda non è ideologica. È operativa: quale modello rende davvero il castello un luogo vivo? E qui si torna al punto iniziale.

Non è una guerra tra sigle. Non è una scelta tra pubblico e privato. È l’assenza di un modello capace di includere davvero. Un modello che tenga insieme l’intero tessuto culturale cavese, senza esclusività implicite e senza partecipazioni simboliche. Perché così com’è, il rischio è evidente: una gestione concentrata e una comunità spettatrice.

Un castello non è solo un bene da difendere. È un luogo da abitare. E un luogo si abita solo se lo si apre davvero, nei processi prima ancora che negli accessi. Altrimenti resta lì: imponente, identitario, celebrato. Ma, nel quotidiano, sempre più distante. La domanda, a questo punto, non è più rinviabile: vogliamo continuare a discutere su chi ha le chiavi… o iniziare finalmente a decidere chi, davvero, può entrare?

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Foto di Gennaro Pierri

Gennaro Pierri

Ha conseguito la licenza in teologia spirituale e in teologia morale presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli. E’ stato recensionista per la rivista…

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