LIBRI & LIBRI Carlo Afan de Rivera, intellettuale e tecnico illuminato dell’Ottocento borbonico

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Carlo Afan de Rivera, intellettuale e tecnico illuminato dell’Ottocento borbonico, proveniva da una nobile casata di origini spagnole, distintasi nelle armi, nell’ingegneria e nella progettazione di opere di pubblica utilità. Da queste radici egli trasse le qualità più significative del suo carattere: il rigore, la disciplina, la fedeltà alla dinastia reale, l’intransigenza morale; ma anche la dedizione agli studi e alla vita militare.

Nato a Gaeta nel 1769, divenne direttore generale di Ponti e Strade, Acque, Foreste e Caccia, mantenendo la carica dal 1824 al 1852, anno in cui morì a Napoli. In questi tre decenni Afan de Rivera ricoprì dunque un ruolo di assoluto prestigio all’interno dell’amministrazione borbonica: le sue memorie scientifiche e le sue realizzazioni ingegneristiche gli permisero di incidere profondamente sulle percezioni del tempo e sulle scelte tecniche in diversi gangli vitali dello Stato meridionale.

Recentemente l’editore D’Amico, di Nocera Superiore, ha riproposto in appendice al volume Carlo Afan de Rivera. La politica e la modernizzazione conservativa nel Regno delle Due Sicilie, un’opera scritta dall’ingegnere napoletano in un anno “fatidico”: il 1848. Si tratta del pamphlet De’ mezzi più efficaci da procacciar lavoro agli operai facendo valere i vantaggi naturali, del 1848, edito con un ampio saggio introduttivo di Giuseppe Foscari, docente di Storia Moderna, Storia dell’Europa e Storia delle Organizzazioni politiche in età moderna presso il Dipartimento di Scienze Politiche, Sociali e della Comunicazione dell’Università di Salerno.

A proposito dell’impostazione politica e intellettuale di questa operetta di de Rivera, Foscari parla, appunto, di “modernizzazione conservativa”. L’intento dell’autore, a suo modo di vedere, era duplice: da un lato, la monografia doveva servire al direttore di Ponti e Strade allo scopo di sistematizzare tutte le idee che aveva avuto modo di elaborare, nel corso dei decenni precedenti, nei disparati settori di sua competenza; dall’altro, de Rivera “intese dare agli ambienti politici governativi una sorta di vademecum per lo sviluppo del Regno, almeno per la parte continentale”. L’anno di edizione del pamphlet acquista un particolare significato: in quel cruciale 1848, “annus horribilis per i liberali e i moderati europei per via della mobilitazione dei popoli in diversi Stati del Vecchio Continente”, l’illustre tecnico provò a fornire una risposta, ferma ma non “rivoluzionaria” né sovversiva, alle istanze sociali che erano parte integrante nelle rivendicazioni di quella mobilitazione.

Il tentativo di de Rivera era condizionato da ideologie e interessi diversi, la cui conciliazione poteva apparire problematica: il costituzionalismo liberale, la volontà di salvaguardare il sistema politico borbonico, un liberismo “dirigista e paternalista”, nel quale – fa notare Foscari – convivevano anche forme di protezionismo.

Si trattava di un approccio alla realtà politica ed economica dello Stato napoletano caratterizzato da uno spiccato pragmatismo, come ci si aspetterebbe – appunto – da un tecnico, poco propenso alla speculazione filosofica e alle tensioni ideali. Eppure nella pubblicazione del 1848, come nei precedenti lavori del de Rivera, affiorano temi e parole d’ordine derivanti dal cuore stesso della tradizione illuminista: lo provano i frequenti richiami alla grande famiglia del genere umano, all’idea di civiltà, al senso delle relazioni sociali e all’idea di pace che accompagnano la sua riflessione.

Queste molteplici suggestioni, già compresenti nella produzione anteriore dell’ingegnere borbonico, raggiungono un alto livello di efficacia e di sintesi proprio all’interno della monografia De’ mezzi più efficaci da procacciar lavoro agli operai facendo valere i vantaggi naturali, sotto la spinta del fatti del 1848. Afan de Rivera, infatti, vi svolge una rigorosa apologia del proprio operato nella veste di direttore di Ponti e Strade contro i numerosi detrattori, anche interni alla stessa amministrazione statale. La necessità di un’adeguata formazione e remunerazione della classe degli ingegneri, nonché l’urgenza di progettare ed eseguire le grandi imprese ovvero opere di pubblica utilità come reti viarie, porti, bonifiche, costituivano i capisaldi di un progetto che non era solo tecnologico ma, in senso lato, politico.

Sullo sfondo del ragionamento di de Rivera, rileva Foscari, c’è sempre il lavoro da assicurare agli operai. La sua idea di base, perciò, “fu pensare che la questione sociale, oramai ben delineata e in forte espansione nella cultura europea, potesse essere risolta dando spazio a un liberalismo tecnocratico (e cristiano), del quale egli si sentiva espressione e, per certi aspetti, depositario”.

L’incivilimento, perseguito mediante un vigoroso piano organico di sviluppo infrastrutturale ed economico, avrebbe senz’altro incrementato il benessere nazionale, disinnescando le tensioni sociali e le tentazioni estremiste.

Contro la visione – certamente generosa e lungimirante – del de Rivera stava, però, la realtà stessa dello Stato meridionale: l’azione della monarchia borbonica, che egli difese con convinzione, era infatti limitata da fattori connaturati a essa, come l’assolutismo, l’accentuazione personalistica e la diffidenza nei confronti degli istituti liberali. Ma la Corona era inevitabilmente condizionata nell’azione di governo, non di rado suo malgrado, anche dalle élites possidenti e fondiarie, che guardarono con ostilità l’attivismo della Direzione generale di Ponti e Strade.

In conclusione del saggio introduttivo, Foscari si pone il problema di valutare complessivamente il significato dell’esperienza dell’ingegnere napoletano, e presenta all’attenzione storiografica nuove questioni: “Si trattò di una deriva tecnocratica o di una necessità storica? Il dogma di de Rivera era innalzare la scienza al rango politico? Per questo il mondo politico, e non solo, gli fu così ostile?”. (Lorenzo Terzo)

 

Giuseppe Foscari

Carlo Afan De Rivera

D’Amico Editore

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