LIBRI & LIBRI A colloquio con Flavia Amabile sulle tracce di Elvira Coda Notari

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“Il caffè lo devi sentire sotto il palato. Deve bruciarti un po’, altrimenti è meglio non berlo. Tu vuoi catturare il movimento, io la passione. È l’origine di tutto. Di ogni nostra azione. Anche del tuo movimento” .

In una Napoli pulsante di vita, di inizi Novecento, in cui tutto sembra possibile e forse lo è, avviene l’incontro di Elvira con il cinematografo e con Nicola, giovane fotografo, che diventerà suo marito. È l’inizio di una vita non convenzionale, la vita di Elvira Coda Notari, di origini cavesi ma vissuta a Napoli, protagonista dell’omonimo romanzo, edito da Einaudi, della giornalista e scrittrice Flavia Amabile.

Elvira Coda Notari, prima donna italiana regista,  pioniera del cinema muto, imprenditrice in un’epoca in cui le donne avevano solo il ruolo di “angeli del focolare”, esportatrice del made in Italy negli Stati Uniti, insomma un unicum nel panorama italiano e non solo, eppure dimenticata da tutti, o quasi. Innanzitutto, grazie Flavia per aver riportato in vita Elvira con il suo romanzo. Come mai ha deciso di parlare di questa storia?

Quando, nel 2020, mi sono imbattuta per caso nella storia di Elvira Notari mi sono sorpresa e, al tempo stesso  arrabbiata. Mi sono chiesta come fosse stato possibile che di questa donna si fossero perse le tracce. D’altra parte, non è esatto dire che di lei nessuno sa nulla, su di lei sono stati scritti interessanti saggi e pubblicate interviste a suo figlio Eduardo. Negli anni si è tentato di darle visibilità, da ultimo grazie al lavoro di Patrizia Reso, il cui libro “Elvira Cosa Notari. Tracce metelliane di una pioniera del cinema” mi ha fornito i pochi punti fermi di questa storia. Le notizie su di lei sono molto scarse, per la sua stessa avversione al protagonismo, anche per questo non se ne sa molto ed anche per questo ho deciso di far diventare Elvira la protagonista del mio romanzo, sentivo la necessità di colmare le lacune su di lei e, sempre per questo, spero che questo libro abbia un seguito.

Una protagonista unica nel suo genere: donna a tutto tondo ma al tempo stesso non una eroina femminista

Elvira è in effetti un personaggio unico, ribalta contemporaneamente gli stereotipi della donna del suo tempo ma anche quelli del femminismo che non ha potuto farne una sua icona poiché in effetti lei non ha mai combattuto battaglie femministe. È stata una donna moderna, all’avanguardia, ma lo ha fatto per se stessa, non si è battuta per degli ideali di indipendenza femminile, quanto per scopi pratici attinenti alla sua vita personale. Già da ragazza non era come tutte le altre coetanee, era andata alle scuole superiori, leggeva il giornale che le portava il padre. Quando conobbe il marito, capì quale voleva che fosse la sua strada e fece  in modo di seguire la sua aspirazione, con l’appoggio del marito ma mettendosi anche contro la famiglia d’origine e facendo scelte importanti, dure e anche controverse come quella di lasciare la figlia ultimogenita, Maria, presso un istituto di suore.

Nonostante il coraggio e l’intraprendenza, Elvira non è una “vincente”. La sua parabola ad un certo punto inizia a scendere, lei sembra quasi diventare schiava di se stessa, delle proprie convinzioni e alla fine si ritrova sconfitta e sola.

Elvira si rende conto di aver perso la sua battaglia quando, ad un certo punto, si trova contro due grandi nemici: il fascismo e il tempo. Se è vero che il regime tenta di oscurarla come tenta di oscurare tutto ciò che non è Roma e magnificenza, c’è anche il tempo a sancireil declino definitivo di Elvira. Lei era bravissima nel cinema muto ma negli anni Trenta quel tipo di cinema è ormai superato. È vero che lei stessa aveva avuto l’intuizione del cinema sonoro, tuttavia l’impegno economico e di mezzi necessario per realizzare le nuove pellicole era sproporzionato per i mezzi in possesso della Dora Film. A quel punto, non le restava che arrendersi. Io trovo la scelta di lasciare tutto e ritirarsitotalmente coerente con il suo modo di essere.

Il personaggio Elvira: quanto è romanzo e quanto è storia?

È ragionevolmente vero. È vero, ad esempio, che lei non se l’è sentita di far crescere Maria, l’ultima figlia, all’interno della famiglia. Questa scelta, a prima vista, lascia spiazzati, ci sembra criticabile, se non deplorevole. Dobbiamo però tener presente che in tre anni Elvira partorisce tre figli, non ha aiuti e gestisce una attività. Probabilmente è molto stressata, stanca di sicuro, forse ha una depressione post parto, non lo sappiamo ma potremmo ipotizzarlo. Oggi su queste tematiche c’è maggior attenzione, all’epoca questi problemi non avevano un nome. La sua scelta potrebbe essere stata influenzata dalla sua situazione psicologica. Sicuramente è stata brava nel percepire che se non avesse compiuto questa scelta sarebbe esplosa. È anche vero che nel passato una scelta del genere era meno colpevolizzante di quanto non lo sia oggi. Le famiglie spesso sceglievano di lasciare i figli presso istituti ecclesiastici quando non avevano sufficienti mezzi per mantenerli, ad esempio. Nel caso di Elvira, la peculiarità è proprio nella ragione che la spinge a quella scelta, la realizzazione sua personale, prima ancora che la gestione della attività necessaria per il sostegno della famiglia. È vero anche che l’altra figlia, Dora, ha sempre avuto un rapporto contrastante con la madre e non ha mai voluto interessarsi della Dora Film, che peraltro portava il suo nome. Questo fu un dolore molto grande per entrambe.

L’abbandono, se così si può dire, della figlia Maria, è in effetti uno dei momenti della vita di Elvira che più colpisce il lettore. Colpisce anche che in questa scelta Elvira sia sola, non solo nel momento in cui decide, ma anche in seguito; sembra che l’unica colpevole sia lei, il marito sembra esonerato dalla responsabilità.

In realtà, Nicola avrebbe voluto mantenere Maria in famiglia, provò a convincere Elvira  e, negli anni seguenti, fece di tutto per conservare un rapporto con la figlia. Fu un uomo molto moderno, accettando una decisione della moglie, sicuramente non condivisa. Altro non sarebbe stato realistico. Immaginare Elvira che chiede al marito di occuparsi dei figli sarebbe stato completamente inverosimile. Al contrario, Nicola, pur tentando di convincere Elvira a crescere i tre figli in famiglia, credeva nelle sue capacità, dunque accettò la decisione. Ciò lo rende sicuramente un esempio positivo.

Secondo lei come mai Elvira non scelse mai di riprendere Maria con se e la sua famiglia? Avrebbe potuto ad un certo punto farla rientrare in casa, eppure sembra sempre che questo momento dovesse essere ritardato. Come mai?

Questo purtroppo non lo sappiamo. Possiamo solo fare delle ipotesi e potremmo attribuire questa scelta a paura o sensi di colpa ma anche ad egoismo.

Anche il rapporto con la madre è un rapporto complicato, al contrario sembrano semplici e meno contrastanti i rapporti con gli uomini della sua vita: il padre, il marito, il figlio Eduardo.

Una donna come Elvira ha bisogno di uomini “belli”, uomini che la sostengano. Il rapporto con la madre è difficile perché Elvira è una donna forte che esce dagli schemi. Una mamma all’epoca immaginava per le figlie un buon matrimonio, dei figli, una vita “tranquilla” e casalinga. Inoltre, da madre, la mamma di Elvira aveva paura per la figlia e da quella paura nasce il conflitto probabilmente. Al contrario, gli uomini sembrano capirla meglio. In particolare, il marito riesce ad incuriosirla. Se non avesse incontrato il giovane Nicola, forse Elvira non si sarebbe neanche sposata. Lui era una persona bella e appassionata e lui ed Elvira si completavano a vicenda. Lei aveva fiuto commerciale, sapeva tessere storie che appassionavano la gente, sentiva ciò che piaceva. Nicola invece aveva la competenza tecnica. Da soli non sarebbero riusciti a realizzare quanto di bello hanno creato insieme.

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