scritto da Christian De Iuliis - 03 Febbraio 2020 09:08

L’ARCHRITICO Stretta la casa, larga la storia

Cosa ha a che fare Etgar Keret, uno dei più brillanti scrittori israeliani, con il mondo dell’architettura?

Qualcosa di inaspettato e straordinario.

Gli scrittori israeliani si portano addosso l’angoscia, figlia dell’ insicurezza, di chi non si sente mai al sicuro.

Una sofferenza che Keret ha deciso di combattere con l’arma dell’ironia.

In una delle storie contenute in “Sette anni di felicità” (Feltrinelli, 2015) racconta l’episodio in cui l’architetto Jakub Szczesny gli prospettò la possibilità di costruire per lui una piccola abitazione (che poi sarebbe diventata “La casa più stretta del mondo”) colmando un vuoto tra due edifici nel quartiere di San Żelazna a Varsavia, che nel 1940 faceva parte del ghetto in cui i tedeschi confinarono gli ebrei.

Il varco, largo 92 centimetri nel punto più stretto e 155 nel più largo, è stato sufficiente per incastrarci dentro un abitazione minima, di soli 14 metri quadrati. Una sorta di istallazione chiamata appunto “Keret House” diventata un punto di appoggio per giovani artisti e creativi in visita nella capitale polacca, nonché meta di numerosi turisti.

La casa con struttura metallica, assemblata in officina e poi incastrata tra i due edifici, è disposta su due livelli, vi si accede da una scala sul retro della strada che conduce al piano dove è sistemato un cucinino e il bagno (nella parte più larga). Una scala a pioli permette di raggiungere il letto al livello superiore accanto al quale c’è una scrivania. La casa attinge la luce dai lati e da una piccola finestra posizionata in alto sulla copertura inclinata. Nelle foto, all’interno della sua dimora, Keret sorride allegro, in equilibrio sulla scala e disteso nel suo letto.

Ma aldilà della faccenda meramente tecnica, la “Keret House” ha alle spalle una storia affascinante, enorme e toccante, che ne fa un simbolo, ben oltre la sua misura, come solo l’architettura è in grado di fare.

Riguarda la madre dello scrittore che, da bambina, fu confinata nel ghetto di Varsavia e solo attraverso quelle fessure tra i fabbricati, riusciva, come altri bambini, a sgattaiolare via per procurarsi del cibo.

Per scoprirla leggete “Sette anni di felicità”, e gli altri libri di Keret, per comprendere come l’ironia sia l’arma più potente per sconfiggere il dolore e la paura del futuro.

 

Tutte le info (anche per visitarla) su: kerethouse.com

Video di “Keret House” con intervista ad Etgar Keret (in inglese) a questo link: https://culture.pl/en/video/keret-house-in-warsaw-video

Foto tratte dal web

Nasce, vive, vegeta in costa d’Amalfi. Manifesta l’intenzione di voler fare l’architetto, nel 1984, in un tema di quarta elementare, raggiunge l’obiettivo nel 2001. Nel 2008 si auto-elegge Assessore al Nulla. Nel 2009 fonda il movimento artistico-culturale de “Lo Spiaggismo”. Avanguardia del XXI^ secolo che vanta già diversi tentativi di imitazione. All’attivo ha quattro mezze maratone corse e due libri pubblicati: “L’Architemario – volevo fare l’astronauta” (Overview editore – 2014) e “Vamos a la playa – Fenomenologia del Righeira moderno” (Homo Scrivens – 2016). Ha ricevuto premi in diversi concorsi letterari. Si definisce architetto-scrittore o scrittore-architetto. Dipende da dove si trova e da chi glielo chiede.

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