L’ANGOLO DELL’ANIMA Solitudine ed isolamento sociale al tempo del Covid

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La pandemia da Covid-19 ci ha portati a rendere protagonista il concetto di distanziamento “sociale”, a fronte di quello più appropriato di distanziamento “fisico”.

E così, parlare di distanziamento “sociale” ha inciso negativamente sull’esperienza soggettiva e psicologica delle persone, in quanto questo termine suggerisce l’idea dell’isolamento relazionale dagli altri, e quindi di solitudine.

Da sempre le relazioni hanno costituito dei fattori protettivi per il benessere e dei predittori di resilienza e adattamento a seguito di eventi disastrosi di varia natura.

Ed è proprio l’ambito delle relazioni che in questo momento concentra su di sé gran parte delle attenzioni: tra le conseguenze più evidenti della diffusione del virus e delle misure messe in atto per il suo contenimento, emerge che siamo stati e siamo tuttora costretti a modificare il nostro modo di vivere e gli scambi con gli altri, mentre tutto questo ha un impatto notevole sulla nostra vita interiore.

Questa condizione ha imposto in ognuno un cambiamento di cui non si conoscono ancora le conseguenze, ma del quale si avverte notevolmente la portata.

L’essere umano nasce in relazione: senza una relazione, non è possibile non solo la nostra sopravvivenza fisica, ma anche quella mentale. Questa consapevolezza istintiva rimane con noi per tutta la vita, e si declina in modi personalissimi e irripetibili a seconda della storia di ognuno di noi. Allo stesso modo, però, portiamo dentro l’istinto di sopravvivenza che invece in questo momento ci dice che dobbiamo rinunciare al contatto ravvicinato e a tutto ciò che con esso ha a che fare.

Ciò che ne viene fuori è un conflitto molto concreto, duro e quotidianamente presente, acuito dall’incertezza riguardo il futuro e dalla paura.

Per tutti, si tratta di affrontare qualcosa di ignoto, e di costruire un nuovo modo di essere che sia sufficientemente confortevole.

Allo scopo di normalizzare questo evento, allontanandolo dal trauma e avvicinandolo alle esperienze umane, è importante prima di tutto che ognuno possa avere accesso a una percezione di sé libera e possa accogliere i propri vissuti soggettivi senza temere che siano sbagliati o fuori luogo. Non soltanto le categorie condivisibili possono esserci utili contro lo smarrimento, ma anche le nostre personali, quelle che abbiamo costruito nel corso della vita, poiché sono compagne che ci aiutano a riconoscerci e a sentirci stabili.

Gli effetti negativi di questo cambiamento forzato sono molteplici: può aumentare la sensazione di solitudine; si può avvertire la perdita di sostegno emotivo, l’impossibilità di far vivere alcune parti di sé che prima potevano esprimersi all’esterno, con conseguenze importanti sul proprio senso di identità.

Può accadere allora che alcune personesi sentano sopraffatte dall’angoscia, non solo perché esiste un pericolo di contagio fuori, ma anche perché avvertono il pericolo di disintegrazione dentro e hanno paura di non reggere psicologicamente. Alcune persone si sentono maggiormente disturbate e magari fanno emergere il bisogno di credere di avere un controllo sugli eventi, orientandosi verso la ricerca spasmodica di spiegazioni di qualunque tipo.

Allo stesso modo, questa situazione può anche restituire tranquillità soprattutto se, dopo l’iniziale disorientamento, si riesce ad adattarsi alla nuova situazione iniziando a scegliere e cadenzare routines e abitudini spesso nuove: questa nuova possibilità può fornire sicurezza, sostenendo una solida e ben strutturata rappresentazione di sé, e dando forza alla percezione di un sano senso di competenza.

La rappresentazione mentale positiva di sé e degli altri permette di fare a meno, entro certi limiti, della vicinanza fisica proprio perché l’altro resta accessibile attraverso un Sé più autentico. La relazione, in questi casi, è dettata dal desiderio e non dal bisogno.

E così, quando l’isolamento non si traduce in un patologico ritiro sociale e in un rifiuto a investire sul mondo, la distanza alleggerisce il timore di venire esclusi, ridimensiona la paura del confronto con gli altri e aiuta a cercare un senso allo stare “da soli” che restituisce, o che permette per la prima volta, l’opportunità di scoprire qualcosa di straordinariamente semplice: la possibilità di occuparsi di sé, in modi e con tempi più flessibili, scegliendo di utilizzare un efficiente sistema di comunicazione a distanza, restando isolati ma senza essere soli.

I vissuti ansiosi e depressivipossono dunque essere modulati dalla scoperta che lo spazio occupato dai propri pensieri è uno spazio di esplorazione di sé, di scoperta di nuovi interessi e passioni, e di apprezzamento di modi nuovi e creativi di partecipazione personale alla propria soggettività.

È importante, ora più che mai, dare spazioa ogni singolo modo di vivere questa difficile situazione.

Riconoscere i propri vissuti, non negarli, permette di accedere a una profondità ricca di risposte inaspettate. Potervi attingere, poter contare su una “soggettività alleata”, ci pone in modo meno spaventato di fronte al nuovo.

Se sapremo andare incontro a questo nuovo il più possibile con apertura e genuina curiosità, riusciremo a creare quel silenzio pronto ad accogliere sì nuove sofferenze, ma anche l’emergere di nuove risorse.

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