A colloquio con Pier Vincenzo Roma: “Non esistono scorciatoie verso la democrazia”

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“Viviamo una fase di ritorno al Medioevo, con il feudatario seduto a Palazzo Santa Lucia e  vassalli, valvassori e valvassini sparsi sul territorio”

 

 

Con l’intervista che pubblichiamo oggi inizia un nuovo viaggio di Ulisse alla ricerca della buona politica. Una indagine sui partiti, sull’Amministrazione comunale, sulla nostra città, sulla società civile, sui social e sulle prospettive politiche future della nostra città. Insomma, poche domande ad alcuni personaggi della società civile metelliana, alcuni dei quali hanno anche avuto una esperienza diretta con la politica attiva e nelle istituzioni. Un modo, quindi, per cercare di poter offrire ai nostri lettori degli spunti di riflessione.

Il nostro viaggio inizia con l’intervista a Pier Vincenzo Roma, anni 63, coniugato, due figlie e un nipote. Laureato in Filosofia, pensionato, già docente di Materie Letterarie in varie sedi, dal 1998 al 2019 al ragioneria “Della Corte” di Cava. Politicamente impegnato nel Partito Socialista, dal 1975 ai primi anni novanta, ha ricoperto, tra gli altri, il ruolo di segretario dei giovani socialisti, per poi diventare segretario cittadino del PSI dal 1980 per circa un decennio. E’ stato tra i promotori di Alleanza di Progresso nel 1993 e poi della candidatura alla Camera dei Deputati del giudice Felice Scermino. Ha partecipato alla prima fase di costruzione, in città, dell’allora PDS, rappresentando la componente di origine socialista. Si è poi distaccato da quell’esperienza, giudicandola insufficiente e deficitaria, allontanandosi dalla politica attiva, pur rimanendo spettatore interessato. Attualmente non si riconosce in nessuna delle forze politiche che imperversano nel panorama politico. Idealmente rimane convinto della validità dell’incontro tra cristianesimo e socialismo democratico, considerando fondamentali le spinte ideali che portarono il nostro Paese a conquiste come la nazionalizzazione dell’ENEL, lo Statuto dei Lavoratori, la stagione di programmazione economica con le riforme che favorirono il diffondersi di benessere e sviluppo.

“La nostra è sempre stata una città conservatrice, poco incline ai cambiamenti”

 

Un giudizio sereno e spassionato sull’attuale Amministrazione in questi primi mesi del secondo mandato del sindaco Servalli.

Il risultato elettorale ci dice che Servalli è riuscito ad interpretare in modo efficace il proprio ruolo, tanto da essere riuscito ad essere rieletto. Solo Fiorillo, in un periodo ben diverso, era riuscito a farsi confermare. Il contesto odierno è, ovviamente, completamente cambiato: Cava continua ad essere immersa in una sorta di torpore, aggravato dalla pandemia che ci affligge da più di un anno. La nostra è sempre stata una città conservatrice, poco incline ai cambiamenti e lo dimostra, nel secolo scorso, il lungo periodo del “regno” abbrino. Va però ricordato che Abbro aveva ben altri agganci con la realtà provinciale e regionale, “contatti” che si sono persi nel corso dei decenni, tanto da essere superati dalla vivacità dell’agro, in particolare della vicina Nocera Inferiore, dalla quale – di fatto – dipendiamo sempre più… Colpa di Servalli e di coloro che lo hanno preceduto? Solo in parte, sarebbe ingeneroso nei loro confronti. Diciamo che Servalli, meglio degli altri, ha saputo “incarnare” quel che gran parte del popolo cavese, in fondo, desidera: una figura tranquilla, educata, rassicurante, prudente. L’ha saputo fare al meglio e il popolo, che è sovrano, l’ha premiato.

 

“Sono curioso di vedere come evolverà il futuro della Fratellanza, se riuscirà a “mettere radici” o se finirà per ridursi ad un piccolo ruscello”

 

E un giudizio nel suo insieme sulla classe politica cittadina emersa dalle ultime elezioni comunali?

Confesso di conoscere poco, dopo anni di mio disimpegno dalla politica attiva, gli esponenti dell’attuale classe politica. Certamente, tanto per essere chiari, i ricordi mi fanno rimpiangere i tempi di Eugenio Abbro, Riccardo Romano, Gaetano Panza, Mimì Apicella ecc. ecc. Si trattava di personaggi di grande spessore e cultura politica e amministrativa, con alle spalle partiti politici ben organizzati, che facevano da cinghia di trasmissione tra la popolazione e il Consiglio Comunale. Nei nostri giorni, la delittuosa imposizione della preferenza unica (sia pur di genere) fa sì che la massima assise cittadina risulti formata da tanti singoli individui, sostanzialmente slegati da qualsiasi legame con l’elettorato, se non quello di natura strettamente personale. Fa un po’ eccezione, in tal quadro, la vera novità di questa consiliatura, ovvero la discesa in campo di Luigi Petrone, che sta tentando di costruire una sorta di “movimento” legato alla base, con un’organizzazione territoriale che richiama, almeno nell’idea iniziale, il ruolo di rappresentanza e di partecipazione prima svolto dai partiti politici. Sono curioso di vedere come evolverà il futuro di questo movimento, se riuscirà a “mettere radici” o se finirà per ridursi ad un piccolo ruscello… Per il momento, rispetto alla fase precedente, assistiamo alla nascita di una vera opposizione, cosa che non può che fare bene alla città, soprattutto se si riuscirà a far prevalere il confronto sulle idee rispetto ai personalismi sterili ed esasperati.

Se la classe politica non brilla non è che poi in città quella che un tempo si chiamava società civile sembra dare segni di vita. Un tempo l’associazionismo, di qualsiasi tipo, da quello ambientale a quello culturale o sportivo, si faceva sentire, ora è calato un preoccupante silenzio e l’emergenza pandemica ha accentuato un fenomeno che era già presente da tempo.

L’associazionismo, come un po’ tutte le attività partecipative è in stato di forte crisi, da ben prima che si verificasse la pandemia. Tutte le forme associative, da quelle sportive a quelle religiose, politiche, folkloristiche versano in uno stato comatoso, o quasi, fatta salva qualche eccezione, dovuta alle capacità aggregative di personaggi carismatici, come ad esempio don Gioacchino, il parroco di Sant’Alfonso del quartiere Filangieri o, nel recente passato, l’allora fra’ Gigino a San Francesco. Viviamo in un’epoca di accentuatissimo individualismo, che si manifesta clamorosamente con l’immagine di adulti o ragazzi, apparentemente vicini, ma in realtà ognuno immerso nella realtà virtuale del proprio cellulare.

La crisi dei partiti e della politica è evidente, ma sembra andata in tilt l’intera società civile che si rifugia sempre più nell’agorà virtuale dei social, i quali hanno sì un ruolo e una loro indubbia forza, ma che alla lunga si limitano a dare voce alla protesta rivelandosi così spesso autoreferenziali, se non scadono addirittura in vomitatoi di inusitata violenza verbale…

Lo “strumento internet”, di per se, non è giusto o sbagliato, fondamentale è l’utilizzo che se ne fa. Può essere dannoso e improduttivo, se ci si limita alle lamentele ed agli insulti. Viceversa, con la mobilitazione di cittadini potrebbe nascere, dalla piazza virtuale, un forte mezzo di partecipazione politica e sociale, in grado di raggiungere capillarmente un numero crescente di partecipanti e di aderenti. E’ un campo minato, in cui non mancano strateghi occulti, capaci di orientare a loro piacimento i consensi ma, muovendosi con i piedi di piombo, potrebbe anche manifestarsi una nuova forma di partecipazione, capace di passare dal contatto virtuale, informatico, a quello in presenza. Una discriminante fondamentale, per il successo di tale operazione, dovrebbe a mio giudizio basarsi sul totale rifiuto del cesarismo, dell’uomo (o della donna) della Provvidenza per proporre, invece, un modello collegiale e paritario, lontano mille miglia dal falso mito della partecipazione occasionale, tipo primarie, per intenderci.

 

“Trovo molto squallido che i partiti alle elezioni locali si camuffino dietro fantasiose sigle, invece di presentarsi con il proprio simbolo”

 

Nella nostra città come si può portare la politica, la buona politica, nuovamente al centro del dibattito cittadino e come strumento di confronto e di costruzione? Ammesso che questo sia possibile….

Riprendo il ragionamento: la buona politica deve partire, come ho già detto, dalla collegialità, ovvero dal rapporto tra pari, dal controllo costante degli elettori sugli eletti, dalla costruzione di fasi di partecipazione e di verifica che devono costituire la regola, non l’eccezione propagandistica. Trovo molto squallido, inoltre, il fatto che i partiti – o quel che ne resta – in occasione delle elezioni locali si camuffino dietro fantasiose sigle e denominazioni, invece di presentarsi con il proprio simbolo e con una lista stilata in rigoroso ordine alfabetico. Potrebbe sembrare forma, invece si tratta di “sostanza”, nel senso che il singolo politico, una volta eletto, deve sentirsi cellula di un organismo più vasto, che ha il dovere di rappresentare, non uno sdegnoso “amministratore” di sé stesso.

E, impresa forse ancora più ardua, come favorire la crescita e l’emergere di una classe politica cittadina che abbia un livello medio di maggiore competenza, preparazione, lungimiranza…

Una nuova, migliore, classe politica non può che nascere dal rigoroso rispetto di regole e comportamenti prefissati e vincolanti, come avveniva (almeno in parte) nei partiti tradizionali di una volta. Tornare indietro, ovviamente, non si può: bisogna studiare nuove ed originali forme di partecipazione, magari utilizzando e miscelando la piazza virtuale con occasioni (virus permettendo) di incontri reali. Magari, per evitare troppo fumo e poco arrosto, bisognerebbe utilizzare il web per “studiare”, di volta in volta, i vari aspetti del difficile momento politico attuale. A livello nazionale ed internazionale (penso alla Svizzera) è pratica comune utilizzare lo strumento della consultazione popolare per decidere su singoli aspetti programmatici… In fondo, visto che ancora ci vantiamo di essere “Piccola Svizzera”, potrebbero nascere così nuove istanze ed aspirazioni finalizzate alla costruzione di un valido programma per il futuro di Cava. Mi riferisco alle scelte concrete, ovvero cosa fare, ad esempio, dei vari “contenitori” della città, dall’ex Manifattura al Marte… ed ancora, come rilanciare l’immagine di Cava sul piano turistico e commerciale, visto che questa mi sembra la giusta direzione…

 

“Scordiamoci il “modello” De Luca… serve umiltà, disponibilità al lavoro collegiale e  condivisione trasparente delle scelte”

 

Secondo lei, quali requisiti di base, irrinunciabili, dovrebbe avere chi si propone come amministratore della nostra città, soprattutto in questi tempi bui e di vacche magre, dove c’è poco da distribuire e molto da chiedere alla comunità?

Umiltà, disponibilità al lavoro collegiale e soprattutto ad essere “indirizzato” costantemente dalla base di quelli che, una volta, venivano definiti “militanti”, con condivisione trasparente delle scelte. Scordiamoci il “modello” De Luca, per intenderci con chiarezza: non esistono scorciatoie verso la democrazia, viviamo una fase di ritorno al Medioevo, col feudatario seduto a Palazzo Santa Lucia e vassalli, valvassori e valvassini sparsi sul territorio. Specifico che questo sistema di potere affligge  in modo trasversale tutti gli schieramenti, ne è testimonianza la folle scelta di inserire il nome dei “capi” nei simboli elettorali. Cominciamo a riprendere lezioni dalla Storia, ricordando che i veri leader non ne avevano bisogno: i vari De Gasperi, Moro, Nenni, Berlinguer, Almirante, La Malfa ecc. erano riconosciuti come “colonne portanti” per le loro capacità, senza bisogno di altro… (foto di Aldo Fiorillo)

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