scritto da Eugenio Ciancimino - 24 Marzo 2026 10:13

Referendum, in prospettiva per chi suona la campana?

Al di là del bene e del male, non tanto per la sorta di uno schieramento piuttosto che di un altro, quanto per un ragionevole assetto di rapporti istituzionali

La bocciatura della legge di riforma costituzionale sull’ordinamento giurisdizionale va rispettata. Perché, si tratta di un voto popolare espresso da un’ampia partecipazione e con un chiaro distacco vincente del “No” al quesito posto sul testo esitato dal Parlamento.

Il risultato uscito dalle urne non avrà conseguenze sulla vita del Governo, per ammissione della Premier Giorgia Meloni, almeno per l’immediato, ma certamente sarà motivo di chiarimenti all’interno della maggioranza in prospettiva delle prossime consultazioni politiche che dovranno tenersi, in assenza di incidenti di percorso, tra un anno.

Allo stesso modo, tra le formazioni politiche di minoranza in Parlamento si apre uno spazio di riflessione sul senso delle motivazioni di un voto, sia negativo che positivo, trasversale rispetto alle tradizionali appartenenze di partito.

Nel corso della campagna elettorale c’è stato molto politicantismo, condito da volgarità ed insulti reciproci, ma anche il contributo dottrinario di illustri giuristi e di magistrati nell’uno e nell’altro campo. Al di là della mobilitazione degli apparati partitocratici e del corporativismo del sindacato togato dell’ANS c’è da mettere in conto il peso di una quota di opinione pubblica ritornata a votare dopo una lunga fase di astensionismo.

Su quest’ultimo dato va calcolata l’incidenza. Di certo se ne è avvantaggiato lo schieramento del “No” che i sondaggi testati ad inizio della campagna elettorale lo davano perdente. Mentre, strada facendo, il fronte del “Si” non è riuscito a sfondare oltre il potenziale di consensi stimati o per difetto di comunicazione sullo specifico merito del quesito o per effetti collaterali emergenti da proteste per malesseri sociali aggravati dal clima di ostilità interna e di inquietudini belliche.

Allo stato della situazione attuale non è configurabile lo sfratto di Giorgia Meloni da Palazzo Chigi, che anche a risultato uscito dalle urne ha ribadito che “si va avanti” fino alla scadenza naturale della legislatura e su questa linea si riscontra la conferma anche della presa di posizione di Elly Schlein che, pur dando valenza politica al voto referendario, intende battere la Presidente  del Consiglio alle prossime elezioni e la invita a stoppare le riforme in cantiere concernenti il  Premierato e la legge elettorale.

Entrambe hanno da affrontare confronti all’interno delle rispettive coalizioni: Giorgia Meloni che, scesa in campo, ci ha messo la propria faccia, ed Elly Schlein che deve conquistarsi la nomination per la leadership nell’ambito del campo progressista rispetto alle aspirazioni del pentastellato Giuseppe Conte, che punta a ritornare a Palazzo Chigi.

Tranne il caso di Matteo Renzi, il voto referendario non è stato mai sovrapponibile a quello richiesto per la rappresentanza e per la designazione delle possibili maggioranze di Governo. La croce sul “Sì” o sul “No” circoscrive un giudizio e non è stato concepito dagli stessi  costituenti come strumento di fiducia o sfiducia plebiscitaria praticato in regimi autocratici. La spallata non è configurabile, ma rimane la ferita.

Si conferma il vigente ordinamento difeso dalla corporazione correntizia attiva nella magistratura. Il nodo di un ragionevole aggiornamento dell’ordine giudiziario resta una eredità che si tramanda da circa un trentennio da un Governo all’altro sia centrodestra che di centrosinistra.

Sul piano puramente politico c’è tempo per recuperare nuovi confronti. Ma certamente non si intravedono germogli di una “nuova primavera”, interpretata da Giuseppe Conte. Nella prospettiva della prossima consultazione c’è tempo per smaltire delusioni e testare entusiasmi.

Per chi suonerà la campana? Al di là del bene e del male, non tanto per la sorta di uno schieramento piuttosto che di un altro, quanto per un ragionevole assetto di rapporti istituzionali.

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