scritto da Gennaro Pierri - 15 Gennaio 2026 09:42

Nel buio del Medio Oriente, possiamo ancora imparare la pace?

Mentre i conflitti in Medio Oriente tornano a infiammarsi, continuiamo a considerarli inevitabili e distanti. Ma ogni guerra accettata come necessaria scava una frattura anche nelle nostre coscienze. Interrogarci sulla pace oggi significa smettere di delegare la violenza e iniziare a riconoscere la nostra responsabilità collettiva

Nel cuore di un’altra gelida mattina, mentre le rotte aeree passano sopra i nostri cieli urbani, una guerra lontana torna a bussare alle nostre coscienze. Tra Iran, Israele e Stati Uniti si gioca una partita pericolosa di attacchi militari, missili e risposte.

Questo teatro di violenza non è soltanto geopolitica su uno schermo: è paura e morte reale, fatta di città ridotte in macerie, civili che scappano e governi che alternano parole di diplomazia a ordini di bombardamento. Non è un film, né un “pezzo di cronaca lontano”: è la cronaca che bussa alle porte della nostra umanità.

E poi ci guardiamo allo specchio: cosa dicono le nostre “guerre”? Pensiamo a Iraq, a come l’intervento straniero — giustificato da presunti pericoli — abbia lasciato ferite profonde nella società, non solo fisiche ma culturali e morali. Quelle ferite si traducono in città spente, scuole vuote, famiglie divise, generazioni che hanno conosciuto più conflitti che pace. È facile, da qui, parlare di equilibri di potere; è difficile guardare in faccia chi ha perso tutto.

La paura è l’ossigeno del conflitto. Ci impone di scegliere tra sentirci al sicuro e chiedere il conto della violenza. La violenza diventa “necessaria” quando smettiamo di interrogare le ragioni profonde che alimentano l’odio: l’insicurezza, l’ingiustizia, l’assenza di prospettive. Ma la pace non è l’assenza di guerra; la pace è un processo quotidiano, un lavoro su noi stessi prima che sugli altri.

Come educarci alla pace, allora? Non con slogan idealisti, ma con domande concrete: Perché accettiamo il linguaggio della guerra come inevitabile? In che modo le nostre paure — della diversità, dell’altro, dell’ignoto — alimentano politiche che giustificano armi piuttosto che diplomazia? Educarsi alla pace significa saper riconoscere l’umanità negli altri, anche quando la propaganda vuole dividerci in “buoni” e “cattivi”.

E così ci resta una provocazione: e se la prossima battaglia fosse dentro di noi — contro la paura di essere fragili, contro l’idea che l’altra sponda sia innaturalmente nemica — allora forse scopriremmo che la pace non è un’idea astratta, ma la scelta più coraggiosa che possiamo fare, ogni giorno.
E se non impariamo a smettere di combattere dentro di noi, come potremo mai insegnare al mondo a smettere di combattere tra di noi?

 

Ha conseguito la licenza in teologia spirituale e in teologia morale presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli. E’ stato recensionista per la rivista Il Cooperatore Paolino, docente di teologia spirituale presso l’Istituto Diocesano di Scienze Religiose dell’Arcidiocesi di Amalfi-Cava de’ Tirreni, direttore editoriale del mensile diocesano Fermento, bioeticista nel Comitato Etico dell’ASL Salerno. E’ cultore di materie filosofiche e teologiche, docente di I.R.C. in alcune Scuole Superiori di Cava de’ Tirreni e Presidente del sodalizio Cavalieri della Bolla Pontificia.

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