L’Europa non è un bancomat

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La raffigurazione di una Europa divisa tra mediterranei parassiti e nordici faticatori data dal settimanale olandese “Elsevier Weekblad” non è una satira. La sua copertina così come è montata entra nel merito dei 500 miliardi di euro del Recovery Fund prefigurato dalla Cancelliera Angela Merkel e dal Presidente Emmanuel Macron.

Vuol dire qualcosa di diverso e di più dell’umorismo nero del giornale francese sulla “pizza” a forma di coronavirus o delle preoccupazioni del “Die Welt” tedesco sul rischio, storicamente non infondato, che fondi europei finiscano nelle tasche della mafia.

Sulla stessa lunghezza d’onda moralistica dei colleghi giornalisti olandesi si potrebbe ribattere che alla buona salute dei bilanci del loro paese concorrono spregiudicate operazioni fiscali a danno della fatica dei cittadini dell’area mediterranea ed in primis gli italiani verso i quali è indirizzata la reprimenda.

A ben vedere dietro una certa smania giornalistica ad esasperare i contrasti, più che il luogo comune su chi è cicala e chi formica, c’è qualcosa che rasenta una sorta di razzismo antropologico, un po’ simile al nostro dualismo terroni e polentoni, che va al di là delle dinamiche interne alla Commissione europea sul mix di prestiti e fondi perduti contenuto nel proclama “Next Generation Eu” lanciato da Ursula Von der Leyen.

La svolta che si vuole imprimere alla mission dell’Unione Europea è ambiziosa, ma deve fare i conti con la rinascita sentimentale di uno spazio geopolitico con una governance di qualità superiore al burocratismo finanziario di Bruxelles che sia capace di trascendere e non di annullare culture ed appartenenze nazionali, “secondo la funzione che Dante riassume nell’unum quod non est pars”.

Lo puntualizza Giovanni Perez a proposito del “Federalismo imperiale” di Julius Evola che non è la stessa cosa dell’imperialismo coloniale di stampo olandese o anglosassone. Perciò, tornando all’attualità non è colpa dei sovranisti, in qualunque latitudine del Continente, se l’EU nella vita reale dei cittadini non viene percepita con una punta di dignità superiore ai singoli Stati.

Se ne comprende il sentimento manifestato dagli italiani secondo l’ultimo sondaggio di Euromedia. Gli europeisti convinti sono il 18,7% degli intervistati e l’8,0% sono critici (26,4%); sull’altro fronte gli euroscettici sono il 20,1% e gli arrabbiati  il 27,8% (47,9%); a parte l’8,7% senza risposte solo 17,0% si manifesta per l’uscita dall’EU, una percentuale consistente ma non corrosiva.

Sono dati sui quali c’è da riflettere sull’Europa storicamente immaginata nel caleidoscopio delle sfumature politiche italiane e diversamente pervenuta con l’odierno volto di bancomat.

La svolta che si vuole imprimere può avere una dimensione storica, a prescindere dalle diatribe sugli strumenti di accesso alle risorse, se calibrata su riforme ed asset strategici comuni per uscire insieme dalla crisi che coinvolge l’intero contesto europeo. Sul punto l’interrogativo riguarda il dibattito sulla programmazione, che ancora non c’è, e privilegerà investimenti per sviluppo e crescita del sistema paese o contributi a pioggia? Come dirsi ed essere protagonisti di un nuovo rinascimento o scialacquatori di occasioni perdute.

Se son rose fioriranno, altrimenti ci rassegneremo ad importare tulipani.

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