Il risparmio tradito

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Parlare di risparmio vuol dire parlare di risparmiatori, e quindi di Banche; e oggi parlare di Banche è come chiamare in causa l’inferno, con i suoi demoni, e Lucifero, con le fiamme e le torture che ricordano il Sommo Poeta.

Non era così fino a qualche decennio addietro, allorquando possedere un’azione di una Banca era un segno distintivo e il detentore era orgoglioso di dirlo, come pure se aveva un’azione di una compagnia assicurativa, o della Pirelli o della Fiat.

Allora ognuno faceva il proprio mestiere, le Banche raccoglievano risparmi ed erogavano credito, la Pirelli costruiva pneumatici, le compagnie di assicurazione facevano polizze contro i vari rischi, la Fiat costruiva automobili.

Poi, un poco alla volta, qualcosa cominciò a cambiare, e chi aveva acquistato una “pirellona” (come si chiamava allora un’azione della Pirelli) si trovò improvvisamente tra le mani un titolo che di “pneumatici” sapeva ben poco, visto che la Pirelli aveva acquistato la Sip (Società Idroelettrica Piemontese, allora così si chiamava la società che gestiva i telefoni, e l’acronimo di tutto parlava tranne che di telefoni), e chi possedeva un’azione delle Generali era inconsapevolmente divenuto proprietario di un pezzo di una Società che oltre a sfornare polizze assicurative aveva creato anche una banca collaterale e si interessava pure di emettere fondi e prodotti analoghi.

Poi venne inventata la cosiddetta finanza creativa, vale a dire quella che si basava su sistemi di rastrellamento del risparmio non per alimentare il circuito virtuoso depositi/investimenti, presupposto di creazione di ricchezza che a sua volta creava altra ricchezza. Niente affatto, quella risorse venivano destinate a speculazioni basate su astrusi e cervellotici investimenti fondati sul nulla: non sulla produzione industriale, né l’artigianato o altre categorie produttive, ma solo spostamento di capitali da un fondo ad un altro senza fondamenti e senza garanzie come, ad esempio, l’acquisto di beni ritenuti stabili, e che improvvisamente diventavano volatili, vale a dire evanescenti.

E pure quelli che rappresentavano il “mattone”, considerato come investimento immobiliare, fatto non solo per acquistare la propria casetta per abitarci e, magari, una seconda da fittare per trarne profitto o per le vacanze estive, ma per speculare sull’aumento dei valori, si mostrò fallimentare, giacché, complici la crisi che tutto il mondo occidentale ha subito, nemmeno i mattoni hanno mantenuto il loro valore, e quindi pure i “mattoni”, se acquistati per speculare, sono diventati, poco alla volta, pesanti palle ai piedi degli investitori i quali, illudendosi che esso li preservasse dai rischi, alla fine si sono trovati con i propri investimenti fortemente ridimensionati.

E non è che sia andata meglio agli altri “beni rifugio”.

E da ciò quasi nessun paese si è salvato, nemmeno quelli che sembravano più solidi e sicuri, anzi proprio alcuni di essi (vedi gli Usa) sono stati i primi a crollare, e sono stati trainanti nel condurre i risparmiatori nel baratro.

La crisi americana dei “subprime” del 2006 è stato il rovinoso inizio che, a cascata, si è propagata in tutti i paesi occidentali: chi non ricorda il fallimento della Lehman Brothers Holdings Inc., prestigiosa banca d’affari Americana, che segnò l’inizio di una crisi del risparmio e delle banche della quale chi sa per quanti anni ancora pagheremo le conseguenze: la Lehman dichiarò debiti bancari per 613 miliardi di dollari, debiti obbligazionari per 155 miliardi, a fronte di attività per un valore di 639 miliardi: la più grande bancarotta degli Stati Uniti.

E in casa nostra,  quali sono state le conseguenze anche sociali umani del “risparmio tradito”, come l’ha definito un prestigioso giornale economico italiano?

Ne parleremo nei prossimi giorni continuando a sviluppare questo tema così delicato e per alcuni devastante.

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