I partiti e la democrazia repubblicana

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Qualche volta andrebbe riflettuto sul debito che la democrazia repubblicana ha con i partiti politici.

Un grande costituzionalista come Vezio Crisafulli ricordava come la stessa forma-Stato debba qualcosa di importante al CNL, il Comitato Nazionale di Liberazione formato dai partiti antifascisti, che governarono la transizione verso la democrazia
costituzionale. Ai partiti si deve anche la sobria etica pubblica incarnata dai testimonial dell’epoca, come De Gasperi e Togliatti e, negli anni successivi, Moro e Berlinguer, che costruivano il catalogo delle pubbliche virtù non solo con la enunciazione ma anche con l’esempio personale, direi addirittura, con la loro corporeità.

Giacimenti morali attinti alla cultura cattolica, comunista, laica, tutti accomunati da un’idea-forza di “servizio”. Non è che gli Italiani dell’epoca fossero più virtuosi di quelli di oggi: era la testimonianza dei loro capi, la loro autorevolezza morale, il
riconoscimento del loro ruolo di guida, l’affidabilità del loro gesto politico, persino la “gentilezza” del conflitto, mai degenerato ad offesa personale, a contenere gli istinti più bassi del popolo e a far vergognare chi intendesse praticarli, anche dal lato dei governanti.

Per questo si diceva del ruolo “pedagogico” della democrazia (parola usata da Moro e Calamandrei da due posizioni culturali diverse).

E non mancarono menti aperte, come Costantino Mortati, che si posero subito il problema di codificare nella fonte di tutte le leggi, la Costituzione, la regolamentazione del partito politico introducendo il principio del “metodo democratico” all’interno delle dinamiche di partito, oltre che nella dialettica esterna. La paura di controlli (da parte soprattutto comunista) bloccò la proposta del grande costituzionalista democristiano e noi siamo rimasti ancora lì, in attesa che quel principio basilare della democrazia penetri negli interna corporis della politica.

Oggi i partiti, almeno quelli che abbiamo conosciuto nel ‘900, sono morti. Al loro posto collettori di voti soverchiati da leadership forti, a volte partiti personali, altre fenomeni generati dall’uso di tecnologie moderne. In genere -le eccezioni sono rare- protagonisti di stagioni effimere, destinati a segnare turn over forsennati di simboli e nomi, qualcosa di più che fosfeni nel buio di una politica esangue. Ma è  a questi soggetti che viene riconosciuto il diritto di esprimere la rappresentanza popolare.

Normare con legge dello Stato ispirata ai principi di democrazia la vita interna di quei soggetti che oggi coprono gli spazi istituzionali una volta assegnati ai partiti, diventa ai giorni nostri cosa assai più urgente rispetto a quanto non fosse settant’anni fa.

Se un movimento come quello dei Cinque Stelle, che rappresenta la forza più importante dell’opposizione parlamentare, non è in grado di offrire alcuna tutela alle sue minoranze, questo rappresenta un vulnus per tutto il sistema democratico e non solo per gli amici di Grillo.

E, naturalmente, nessuna forza politica è “monda” da queste critiche.

In questi giorni è alla Camera la discussione di un provvedimento che potrebbe finalmente dare un senso alla previsione di Costantino Mortati. Approvarlo sarebbe un bel modo di celebrare il settantesimo della Costituzione italiana.

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