Elogio (minimo) della Fuffa

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foto Angelo Tortorella

Qualsiasi nostra azione, senza pensier, poggia, di tanto in tanto, su una sostanza, impermeabile, invisibile, pellicola trasparente, però grave e sagacemente influente. Voglio, e perché no dato che è ora che qualcuno lo faccia, decantare i meriti (nei limiti saggiamente) dell’insieme di elementi che, comunemente, sciuèsciuè, chiamiamo “fuffa”.

“Merce dozzinale” secondo Treccani. Si senz’altro di poco o nullo conto concreto però a ben vedere, senza sta merce, il Mondo, eddai su diciamocelo, non sarebbe lo stesso. Sicuramente molto più banale e triste. Sarebbe una palla di terra, con irregolarità, immersa in un’enorme massa d’acqua. Punto.

Che ne sarebbe delle nostre belle conversazioni da sala d’attesa, pour parler? E gli aggettivi, quelli più arzigogo’, dove scivolerebbero?

Nel Mondo di oggi siamo tanto abituati a sentir parlare di “sostanza”, di “concretezza” da dimenticare quasi del tutto la forma in cui questa viene scientemente presentata.

Nell’immediatezza dei social network e della società turbo liquida tutto deve esser contenuto immediato, istantaneo, diretto. Talvolta si perde di dialettica e contatto, confronto, addirittura, potremmo dire, di cura di una certa “giusta” lentezza di tutto ciò in cui siamo cresciuti e pasciuti. Insomma si perde, a volte, di senso. Ma non è che a perderci è solo il dibattito, tant pe parlà, ma il bello è che alla fine, a perderci è la stessa concretezza delle cose.

Senza le belle incensature e lo story-telling di contorno tutta la bella concretezza decantata e ricercata sarebbe abbastanza sterile. Ma non semplicemente, credo, perché “ce piace de chiacchierare” ma per un motivo un po’ più profondo. Siamo umani, oltre a sangue e ossa siamo fatti – oggi soprattutto in cui raggiungiamo ma non raggiungiamo, abbiamo risposte ma ne cerchiamo sempre di nuove – ci piace, ogni tanto, sognare, avere qualcuno insomma che ci racconta una bella storia, e a lieto fine (se possibile), in cui credere, o meglio, in cui, poterci riconoscere. Chiamiamolo bisogno di evasione o comunque bisogno, per qualche istante pure, di volare un attimo “out of the box”, sopra e fuori lo scorrimento, inconsapevole direi, delle cose.

Forse l’abbiamo sempre fatto, come esseri umani, sapiens sapiens, da quando pittavamo sulle pareti delle caverne. Pur avendola sotto gli occhi, abbiamo, in alcuni momenti, voluto che qualcuno ci raccontasse la realtà in un modo anche solo leggermente differente dalla lunghezza dei nostri passi.

Indipendentemente da chi siamo e da dove andiamo non ne possiamo, a tratti, fare a meno. Parlo dunque della “fuffa”, quella fatta di un racconto, del perché le cose vanno male e del come “dovrebbero andare” (non c’è fuffa che si rispetti che non parla al condizionale, il tempo, per eccellenza della fuffa propositiva). Si tratta di tutte le nostre congetture del Mondo: dal pallone, alla politica, alla ricerca di un nuovo lavoro, al prezzo delle case e delle sigarette, all’autobus che non passa, alle buche per strada, insomma, wagliù, parlo, semplicemente e banalmente, di tutto quello che, alla fine, è una sorta anche di lamentatio che, pure se non la decantiamo a voce batte silente, e rende in un certo modo, e nei limiti (perché è bene usarla con discrezione e molta parsimonia altrimenti si perde il contatto con la realtà), viva e zompettante la nostre giornata.

Diciamocelo pure, il Mondo, per come lo conosciamo oggi, non sarebbe per Nulla lo stesso. Grazie alla fuffa. Nei limiti ovviamente.

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