Cava de’ Tirreni, le tre parole che nessun candidato vuole pronunciare
Una città che non fa i conti con se stessa non cresce: galleggia. E allora la domanda non è più chi sarà il prossimo sindaco. La domanda è molto più scomoda: Cava de’ Tirreni vuole davvero cambiare, o le sta bene raccontarsela ancora un po’?
La politica locale ha un trucco semplice: parlare del futuro per evitare il passato. A Cava de’ Tirreni funziona benissimo. Fin troppo. Per questo ai candidati sindaci basterebbero tre parole, memoria- riconciliazione-speranza, se avessero il coraggio di usarle davvero.
Memoria, per esempio, non è celebrare il centro storico o le bellezze che già conosciamo. È ricordare perché certi progetti si sono fermati, perché alcuni quartieri si sentono ancora periferia anche quando non lo sono sulla mappa. È dire: qui abbiamo sbagliato. E no, non è mai comodo.
Poi c’è la riconciliazione. Ma attenzione: a Cava spesso significa “mettiamo una toppa e andiamo avanti”. Non basta. Riconciliare vuol dire entrare nei conflitti tra chi resta e chi parte, tra chi investe e chi resiste, tra chi ha voce e chi non ne ha, e non uscirne finché non cambia qualcosa di reale.
E infine la speranza. La parola più abusata. Se un ragazzo pensa che il suo futuro sia altrove, non è perché manca di speranza: è perché la città non gliene dà abbastanza. La speranza, qui, dovrebbe avere un indirizzo preciso, un’opportunità concreta, non un manifesto elettorale.
Il problema è che queste tre parole costano. Costano consenso, perché obbligano a dire verità scomode. E allora si preferisce parlare d’altro, promettere tutto, evitare di disturbare.
Ma una città che non fa i conti con se stessa non cresce: galleggia. E allora la domanda non è più chi sarà il prossimo sindaco. La domanda è molto più scomoda: Cava de’ Tirreni vuole davvero cambiare, o le sta bene raccontarsela ancora un po’?







