Cava de’ Tirreni, la città metelliana ostaggio del Pd: litigi, veti e un partito che non decide
Il Pd cavese si incarta sulla scelta del candidato sindaco, tra correnti in guerra e primarie annunciate come un miraggio. Accarino e Senatore finiscono nel tritacarne, il centrosinistra perde credibilità e Salerno detta la linea pensando solo ai voti. Intanto, la città resta ferma
Ai tempi della tanto criticata Prima Repubblica, quando i partiti avevano ancora un peso reale, le guerre tra correnti erano all’ordine del giorno. Ma alla fine un compromesso saltava sempre fuori: qualche poltrona oggi, qualche promessa per domani, e si tornava amici.
Quello che sta accadendo oggi nel Pd per scegliere il candidato sindaco sfugge invece a qualsiasi logica. Una parte maggioritaria del partito sostiene un nome, la minoranza ne vuole un altro. Fin qui nulla di strano. Il problema è l’incapacità totale di decidere, sia a livello cittadino che provinciale. Si perde tempo, si tergiversa, si minacciano scissioni. E tutto resta fermo. Nessuna sintesi, nessun accordo, nessuna alternativa.
E così, a un mese dalla presentazione delle liste, spuntano dal cilindro le primarie da fare — forse — entro dieci giorni.
Siamo davvero alle comiche. Più che una proposta, sembra una presa in giro. A questo punto, fare le primarie (che non si faranno) significherebbe solo esasperare gli animi e allargare le spaccature, non certo ricucirle.
Colpisce vedere due professionisti seri e stimati come Giancarlo Accarino e Luigi Senatore trattati in questo modo. Il Pd dovrebbe ringraziare che, tra le macerie lasciate dall’Amministrazione Servalli, ci siano ancora persone di questo livello disposte a caricarsi sulle spalle una candidatura che è più un fardello che un onore. Ed è altrettanto incomprensibile che il Pd cavese non sia stato capace — e continui a non esserlo — di tentare un recupero politico in extremis di Armando Lamberti ed Eugenio Canora, gli altri due candidati del centrosinistra.
Per chi guarda da fuori, resta un mistero questo scontro senza tregua tra due fazioni interne. Cosa c’è davvero dietro? Più che una competizione tra Accarino e Senatore, sembra un regolamento di conti tra gruppi di potere. Se non fosse così, il buon senso avrebbe già prevalso da tempo. E soprattutto non si sarebbero messi nel tritacarne mediatico nomi di persone rispettabili.
Il risultato è devastante: il Pd e, con esso, tutto il centrosinistra, escono con un’immagine debole e poco rassicurante. Con questi presupposti, come si può pensare di essere credibili agli occhi dell’elettorato metelliano? Si può davvero affidare il destino di una città in difficoltà a uno schieramento che litiga su tutto e non riesce nemmeno a scegliere il proprio leader?
C’è poi un’ultima considerazione, forse la più amara: il ruolo sempre più marginale della nostra città nello scacchiere politico provinciale. Da questa vicenda emerge chiaramente che a non voler decidere è il Pd salernitano. Perché? Perché del futuro del centrosinistra cavese — e ancor meno della città — non importa nulla.
L’unica preoccupazione dei vertici deluchiani è non inimicarsi nessuno dei portatori di voti cavesi, che siano di maggioranza o di minoranza. A Salerno fanno gola tanto i voti di Nunzio Senatore quanto quelli di Luca Narbone. Tradotto: il Pd deluchiano tratta Cava come una colonia. Può anche affondare, l’importante è che i voti arrivino… “E più non dimandare”.







