scritto da Filippo Falvella - 07 Giugno 2024 16:04

Tra Martyrium e Seppuku: il valore d’una vita ghermita

Al vespro d'una vita, nello spirare del suo ultimo vento, si sospende un giudizio. Nella meno lieta delle staffette il senso e il valore d'una vita vengono trasferite dalle mani di chi ha vissuto a quelle di chi vivrà, come l'avverarsi d'un ultimo desiderio mai richiesto, per permanere senza fiato nei sospiri di chi sussiste

Al vespro d’una vita, nello spirare del suo ultimo vento, si sospende un giudizio. Nella meno lieta delle staffette il senso e il valore d’una vita vengono trasferite dalle mani di chi ha vissuto a quelle di chi vivrà, come l’avverarsi d’un ultimo desiderio mai richiesto, per permanere senza fiato nei sospiri di chi sussiste. Del resto se è vero che nella vita non è importante come si viene al mondo, il tempo da quel momento in poi non mancherà, sembra quasi aver senso dare importanza a come lo si lascia quel mondo, ben consci dei pochi granelli che rimangono nella clessidra. E allora da sempre tentiamo di dar senso a quel momento che senso proprio non sembra averne, orientandoci verso il dar giustizia alla più grande delle ingiustizie: la morte.

Dal “Seppuku” al “Martyrium”

Con il termine “Seppuku” (in giapponese “切腹”, ovvero tagliare il ventre) ci si riferisce ad un rituale suicida, volontario e non, diffusosi tra la metà del XII secolo e ufficialmente bandito in Giappone solo nel 1868. Tale pratica era riservata esclusivamente alla classe guerriera e la sua messa in pratica consisteva in un taglio orizzontale all’altezza dell’ombelico, al fine di far fuoriuscire le proprie viscere come simbolo di purezza interiore, seguito da un ultimo taglio verticale. Il rituale terminava con la misericordiosa decapitazione del suicida da parte di un boia detto “Kaishakunin”, che spesso era una persona vicina al protagonista del macabro rituale.

Tale pratica era considerata tra le più onorevoli, sia se messa in pratica al fine di redimere azioni che avevano portato onta sull’orgoglio proprio o della propria signoria, che se concessa al termine d’una battaglia. Il seppuku faceva parte del codice d’onore del Bushido, la controparte orientale del Mos Maiorum latino o del codice cavalleresco medievale, e dunque realtà onerosa per il buon Samurai, che doveva porre la sua vita come una resa all’onore di morire gloriosamente, mettendo un decoratissimo punto alla fine d’una vita non necessariamente impeccabile nella sua punteggiatura. Quell’ultimo agire di fronte alla morte andava così a coronare, se non addirittura redimere, una vita intera, raggiungendo l’apice dell’esistenza nel cessare della stessa.

Parimenti in Occidente e nel freddo Nord ci sono state delle corrispondenze culturali, basti pensare alla tanto agognata morte in battaglia per raggiungere il “Valhalla”, il paradiso della mitologia norrena, delle popolazioni Scandinave o la a noi più vicina morte per martirio. Il martirio nella religione cristiana è stata per tanti secoli la massima riconoscenza religiosa per un fedele, quella rinuncia alla propria vita terrena in difesa della speranza verso quella ultraterrena.

I martiri venivano beatificati e santificati, facendo probabilmente prudere il naso a quei fedeli che, seppur dedicando la loro vita al loro Signore, avevano la colpa d’esser morti comodamente nel letto della loro abitazione. Ma la storia dell’umanità è pervasa da culture e tradizioni, per lo più di stampo religioso, che orientano il vero senso della vita nella morte: fastosissime sepolture, mummificazioni e versamenti monetari ad un eventuale traghettatore sono solo parte del miasma mortuario che l’uomo ha antinomicamente partorito.

La vita ai viventi

Nel tentativo d’esorcizzare la morte, in queste antiche culture, la morte stessa ha finito per esorcizzare i suoi detrattori, facendosi protagonista d’un capovolgimento che la voleva invece comparsa. Quante popolazioni sono state mosse da coloro che promettevano una soluzione al più grande dei problemi, quanti paradisi hanno reso questa vita terrena un passaggio verso una meta con un fine infinito.

Sarebbe adesso sciocco criticare il povero contadino del III secolo che vedeva in una conversione l’unica possibilità per trovare sollievo dal veleno che le aspre tasse dell’impero romano gli volevano lentamente somministrare, e sarebbe ugualmente sciocco in un parallelismo con l’epoca moderna criticare l’impiegato del XXI secolo che versa quelle stesse tasse ad un impero meno sfarzoso ma non per questo meno potente, è vero. Ma potrebbe esser meno sciocco pensare che tutto quel valore che un tempo era affidato alla morte è adesso affidato alla vita, in una società che si fa sempre meno desiderosa di morire degnamente e sempre più desiderosa di vivere almeno decentemente. Se Nietzsche affermò che Dio era morto, riferendosi al superamento della necessità d’averlo, potremmo affermare oggi che è la morte stessa ad esser morta.

Quel giudizio sospeso, al vespro d’una vita, non è davvero sospeso: è ininfluente. Come può ciò che toglie un qualcosa definire quel qualcosa stesso? Perché dare valore alla fine d’una giornata, nella speranza d’un domani, anziché alla giornata stessa. Non può esserci morte più valorosa di un’altra, perché non c’è morte che può ridare la vita, vero dono che non viene sottratto o restituito ma semplicemente cessa. Un senso a tutto ciò non lo si può dare, fede a parte, e una soluzione a tutto questo non si può trovare. Non sarebbe allora decisamente più logico prestare attenzione a tutte quelle fermate precedenti al capolinea? La morte è dei morti, senza dubbio, ma analogamente la vita è dei viventi, è un possesso stretto il quale senso viene scritto in pagine che non hanno bisogno d’esser lette per aver senso, in righe che non hanno bisogno di correzioni a posteriori per essere corrette. E’ un dono, dato a tutti senza merito e proprio per questo meritevole di tutta l’attenzione possibile: del resto chi si preoccuperebbe di come buttare un regalo prima ancora d’averlo scartato?

 

 

Ho 24 anni e studio filosofia all'Università degli studi di Salerno. Cerco, nello scrivere, di trasmettere quella passione per la filosofia ed il ragionamento, offrendo quand'è possibile, e nel limite dei miei mezzi, un punto di vista che vada oltre quel modo asettico e alle volte superficiale con cui siamo sempre più orientati ad affrontare le notizie

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