scritto da Filippo Falvella - 18 Aprile 2024 07:49

La via della ribellione nell’etica del viandante: Paradise Lost

La non accettazione d’un contesto, fisico o mentale, o dell’empietà d’una circostanza portano ad ognuno la necessità d’un cambiamento, di una fuoriuscita da quell’incomodo stato. Ma l’insoddisfazione gioca spesso con la pazienza, e un cambiamento troppo repentino, un tentativo troppo audace e impulsivo, spesso è fautore d’un ulteriore, spesso definitivo, affossamento nella buca dalla quale si tentava di sfuggire.

Considerazioni sulla caduta del modello del viandante ne “Il Paradiso perduto” di John Milton, attraverso gli intuibili parallelismi tra la figura dell’ Übermensch e quella di Lucifero

Nella fuga dalla predestinazione l’uomo ha sempre avuto un atteggiamento irrequieto, spesso il manifestare l’intuizione d’esser liberi e liberi dall’essere prevaricava la dimostrazione dell’esistenza del presunto nemico che andava sfuggendo. Di questi termini ogni modello successivo alla fuori uscita da uno stato di nichilismo passivo, dal Kantiano “Tu devi” al Nietzschiano “Io voglio”, si presentava come unica reale modalità di attecchimento. Nella creazione di ogni sistema filosofico è onere del filosofo non la ricerca d’una verità assoluta, bensì di una realtà più “vera” delle altre ed assolutamente dimostrabile in tutte le sue parti, accettabile e comprensibili da ognuno dei destinatari del sistema, che quasi sempre trattasi degli uomini tutti. Ma ogni sistema è vittima d’inciampi, e l’empio eroe Miltoniano ne è la prova.

Il Paradiso perduto

Era molto probabilmente un’alta finalità teologica quella tramite la quale Milton , attraverso il suo poema epico in versi sciolti, “Paradise Lost”, pubblicato nel 1667, intendeva spiegare al lettore la legittimità dell’eterna contraddizione tra divina fatalità e libero arbitrio, ma come Colombo che giunse nelle Americhe cercando l’India, il poeta britannico si trovò a definire un modello d’eroe del tutto novello. L’opera, suddivisa in dodici libri, si apre in medias res, e proprio nella sua metà ne espone l’antefatto, trattando prima del tentativo di rivalsa da parte di Lucifero e degli altri angeli ribelli scaraventati negli inferi a causa della loro insubordinazione, e poi d’Adamo ed Eva, nel momento del peccato originale. La non voluta sopraelevazione della figura di Lucifero, assolutamente eroicizzata, dipende forse da ideali così puri, almeno secondo un’ottica religiosa, da demonizzare addirittura le virtù degli eroi epici alla quale Milton s’ispirava per narrare del più luminoso degli angeli. Ma è grazie a questo fortuito fraintendimento d’ogni lettore che l’anglico ci offre un’eccellente figura d’Oltreuomo, che nelle sue avversità ci offre in questa sede quanto ci serve per trattare del fallimento d’un modello.

L’Übermensch

Il concetto di Übermensch, tradotto da Verga in Superuomo o Oltreuomo, è introdotto dal filosofo Friedrich Wilhelm Nietzsche, e si presenta come una figura metaforica che rappresenta l’uomo che diviene infine se stesso in un’epoca prossima, assolutamente nuova, resa possibile dalla seconda fase del neo scoperto nichilismo, nella sua forma “attiva”: secondo il filosofo di Röcken tale condizione è possibile solo successivamente al superamento del cosiddetto “nichilismo passivo”, il quale sarebbe successivo alla rivelazione interiore che porta alla scoperta dell’inesistenza di uno scopo della vita, il quale trova il suo naturale superamento attraverso un avanzamento del proprio spirito, che tramite questa condizione si fa fautore di un nuova epoca, presagita da Zarathuštra nell’omonima opera “Also sprach Zarathustra”, in cui l’uomo è finalmente libero dalle catene e dai falsi valori etici e sociali dettati dallo spirito apollineo e dall’antica filosofia Socratica, seguendo invece lo spirito dionisiaco. Il superuomo abbandona le ipocrisie moraliste e afferma se stesso, ponendo di fronte alla morale comune i propri valori, guidato dalle passioni. Nietzsche professa l’esistenza di un’unica vita terrena, legata alla corporeità fisica; l’uomo è dunque solo corpo e deve lasciarsi guidare dalle proprie pulsioni, disilludendosi da ogni possibile reincarnazione e lacerando l’apparenza che cela la volontà opprimente dell’individuo. Lo scopo del superuomo non è posto in un universo trascendente, ma trascendentale che punta alla felicità immanente tramite la capacità creativa. Egli è visto come il grado più alto dell’evoluzione, ed esercita il diritto dettatogli dalla forza e dalla superiorità sugli altri. Questo diritto gli si presenta tuttavia anche come dovere di contrapporsi all’ipocrisia della massa, o del singolo che la guida, rinunciando in maniera definitiva all’etica del dovere. Abbandonando il fervore della sua “creazione-scoperta” tale modello, che si distacca completamente da qualunque concezione di fede o d’adesione ad un sistema precedente, si presenta come un vivere ribelle che non tiene conto d’altro che della vita stessa, ponendo valori nuovi e discordanti con ogni mentalità precedente, idealizzando un carattere che protende verso la distruzione d’ogni culto, ma scadendo forse esso stesso in un culto. Ma spesso un sistema idealisticamente parlando “perfetto” si ritrova ad affrontare differenti attriti con una sua, seppur immaginaria, messa in pratica.

L’inciampo durante la fuga dagli idoli

La non accettazione d’un contesto, fisico o mentale, o dell’empietà d’una circostanza portano ad ognuno la necessità d’un cambiamento, di una fuoriuscita da quell’incomodo stato. Ma l’insoddisfazione gioca spesso con la pazienza, e un cambiamento troppo repentino, un tentativo troppo audace e impulsivo, spesso è fautore d’un ulteriore, spesso definitivo, affossamento nella buca dalla quale si tentava di sfuggire. Il concetto che si ha di uomo è troppo elevato per poter aderire ad una visione che pone l’uomo nella salvezza o nella dannazione, indipendentemente dal suo operato, e la paura che il nostro agire non possa in nessun modo condizionare la nostra assolutamente incerta sorte hanno spesso condizionato le forme del pensiero. Lo stesso Lucifero, pieno di sé e delle sue possibilità ed idealizzandosi come punto cardine dell’esistenza, nella certezza che quanto viveva era sbagliato, che le scelte da lui non prese lo condizionassero in un senso del tutto ingiusto, si scaglierà contro la più alta delle figure, quella divina, cadendo però in una rovinosa sconfitta, che porteranno il suo essere a mutare, e mutare ancora, fino a raggiungere la forma più bassa e subdola, manifestata nell’opera come quella del serpente. Così l’uomo si scaglia contro un’ideologia da lui posta ed anteposta, contro un’idealizzazione , da lui stesso a sé alienata, con la presunzione d’essere il vero fautore e governatore d’ogni forma a lui presumibilmente sottoposta. La distruzione degli idoli e dei valori da noi stessi posti, è la rottura d’uno specchio che riflette la nostra stessa immagine, che altro non può che deteriorarla attraverso le schegge prodotte, vivendo nella sua legittimità un’obbligo nel farlo. Le grate da noi create, per noi create, continuano a stringersi, diventando sempre più scomode, e nella paura d’esser presto rinchiusi senza via d’uscita in questa cella ci porta a tentar di abbatterla prima ancora di crearne un’altra, nel rischio di doverne creare poi una nuova, con l’esperienza annichilita dalla paura, identica alla prima.

Ho 24 anni e studio filosofia all'Università degli studi di Salerno. Cerco, nello scrivere, di trasmettere quella passione per la filosofia ed il ragionamento, offrendo quand'è possibile, e nel limite dei miei mezzi, un punto di vista che vada oltre quel modo asettico e alle volte superficiale con cui siamo sempre più orientati ad affrontare le notizie

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