scritto da Emiliana Senatore - 13 Luglio 2026 17:14

A colloquio con Giovanni D’Arienzo: «L’intelligenza artificiale non sostituirà la creatività, ma cambierà il modo di lavorare»

L’intelligenza artificiale come alleata del lavoro: i nuovi modelli linguistici stanno trasformando processi, professioni e industrie. Non sostituiranno la creatività umana, ma ne potenzieranno le possibilità, aprendo scenari del tutto nuovi

Quando un insegnante incontra, anni dopo, uno dei propri ex studenti, la curiosità è inevitabile: che strada avrà preso? Quali passioni avrà coltivato? In questa occasione ho incontrato un mio ex alunno, Giovanni D’Arienzo oggi poco più che quarantenne, impegnato nello sviluppo di applicazioni basate sull’intelligenza artificiale. Mi ha mostrato un progetto ancora in fase di evoluzione, spiegandomi con parole semplici come funzionano i moderni modelli linguistici e quali scenari potrebbero aprirsi nei prossimi anni.

Lei mi ha parlato del modello Gemma 4. Di cosa si tratta?

«Gemma 4 è un modello di intelligenza artificiale sviluppato da Google. In pratica rappresenta il motore che permette al software di comprendere una richiesta e generare una risposta. Io lo descrivo come il “cervello” dell’applicazione: più il modello è potente, maggiore è la qualità delle risposte che riesce a produrre.»

Ha fatto un paragone tra diversi livelli di intelligenza del modello.

«Sì, naturalmente è una semplificazione. Direi che il modello gratuito che utilizzo oggi equivale, secondo la mia esperienza personale, a un livello cinque su dieci: è sufficiente per svolgere molti compiti, ma presenta ancora diversi limiti. Versioni più evolute consentono ragionamenti più articolati, risposte più naturali e prestazioni decisamente superiori.»

Il suo progetto, però, non si limita a una semplice chat.

«Esatto. L’obiettivo non è costruire un chatbot, ma un sistema composto da più agenti intelligenti che collaborano tra loro. Io lo definisco un orchestratore multiagente: ogni agente svolge un compito specifico e insieme riescono ad affrontare attività molto complesse.»

Può fare un esempio concreto?

«L’applicazione può leggere documenti, lavorare con file PDF, CSV e messaggi WhatsApp, effettuare ricerche sul web e interagire con il computer. Ad esempio, le posso chiedere di verificare quante applicazioni sono installate sul PC e il sistema genera automaticamente i comandi necessari per recuperare l’informazione.»

Quindi l’intelligenza artificiale non esegue tutto direttamente?

«No. Il modello ragiona e decide quale agente deve intervenire. Un agente può creare un comando PowerShell, un altro può analizzare documenti, un altro ancora può svolgere attività differenti. È la collaborazione tra questi componenti a rendere il sistema molto flessibile.»

Lei immagina applicazioni anche nel mondo dell’industria.

«Assolutamente sì. Oggi lo considero quasi un laboratorio personale, ma una piattaforma di questo tipo potrebbe coordinare macchinari industriali, stampanti 3D, saldatori, sistemi automatizzati e intere linee produttive. In futuro vedremo sempre più software capaci di organizzare il lavoro di molte macchine contemporaneamente.»

Che cosa la entusiasma maggiormente?

«La possibilità di creare applicazioni che, almeno in parte, siano in grado di svilupparsi autonomamente. Posso fornire al sistema il proprio codice sorgente e chiedergli di analizzarlo, suggerire modifiche o implementare nuove funzionalità. È un modo completamente diverso di concepire lo sviluppo software.»

Qual è la prospettiva futura?

«Siamo soltanto all’inizio. Ogni nuova generazione di modelli aumenta le capacità di questi sistemi. Se oggi riescono già a svolgere molte attività operative, domani potranno diventare strumenti sempre più utili per professionisti, aziende e pubbliche amministrazioni.»

Una rivoluzione appena iniziata.

Ascoltando il racconto del mio ex alunno Giovanni D’ Arienzo emerge con chiarezza quanto rapidamente stia evolvendo il settore dell’intelligenza artificiale. Al di là dell’entusiasmo personale, il progetto mostra una direzione ormai evidente: non si punta soltanto a ottenere risposte da un assistente virtuale, ma a costruire sistemi capaci di coordinare strumenti, applicazioni e processi complessi.

Le sfide restano numerose, soprattutto sul piano dell’affidabilità, della sicurezza e dell’utilizzo responsabile di queste tecnologie. Tuttavia, osservando il lavoro di chi sperimenta quotidianamente in questo campo, appare evidente che l’intelligenza artificiale non rappresenta più soltanto una promessa, ma una realtà destinata a trasformare profondamente il modo in cui lavoriamo e interagiamo con la tecnologia.

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