Storie di donne: Enrica Calabrese, la zoologa antifascista che scelse la morte

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Qualche settimana fa, in concomitanza con la celebrazione del “Giorno della memoria”, fissato il 27 gennaio di ogni anno, è stata ricordata la storia della zoologa ferrarese Enrica Calabrese, la quale scelse il suicidio prima di essere deportata nel campo di concentramento di Auschwitz dove era destinata alla camera a gas e al forno crematorio perché ebrea.

Era una scienziata di origine ebraica, nata a Ferrara il 10 novembre 1891 da una famiglia di ebrei sefarditi, cioè di origini spagnole. La famiglia Calabrese era a Ferrara dal 1500, e, sebbene ebrea, non era praticante, tant’è che non aveva fatto circoncidere i figli maschi.

La famiglia Calabrese era numerosa, molto unita, colta e operosa, quasi tutti i suoi componenti erano laureati.

Enrica scelse di frequentare, all’Università di Firenze, dove poi si sarebbe laureata brillantemente nel 1914, la facoltà di Scienze Naturali, ma già durante gli studi era stata assunta come assistente, presso il Gabinetto di Zoologia e anatomia della stessa Università.

Era destinata ad una carriera promettente e densa di successi, ma la storia le si mise di traverso.

La Prima Guerra Mondiale la privò del suo primo e unico amore, un giovane studente conosciuto durante gli studi, Giovanni Battista De Gasperi, il quale era partito per il fronte come Tenente degli Alpini nel 1915, e morì il 16 maggio del 1916 a solo 24 anni durante un combattimento sull’altopiano di Folgaria: aveva già scritto oltre cento pubblicazioni scientifiche di geografia e geologia.

Enrica, che si era molto legata al giovane, rimase devastata dal dolore, e lasciò il lavoro per diventare Crocerossina e dare il suo contributo al paese che lei considerava la sua patria, ma che poi si sarebbe rivelato ostile e carnefice.

Nel 1924 le fu conferito il diploma di abilitazione alla docenza. Dal 1918 al 1921 fu Segretaria della Società di Entomologia Italiana

Negli anni 1936, 1937 e 1938 ebbe la cattedra di Entomologia Agraria presso l’Università di Pisa.

Purtroppo, però, il suo destino prese una brutta piega in quanto, nel 1938, a seguito della introduzione delle Leggi razziali fasciste, fu dichiarata decaduta dalla libera docenza perché ebrea.

Ciononostante, Enrica continuò ad esercitare la sua professione privatamente insegnando, dal 1939 al 1943, presso la Scuola Ebraica di Firenze.

La grande astrofisica Margherita Hack era stata sua allieva al Liceo Classico “Galileo” di Firenze, ed era stata testimone della cacciata della Calabrese dall’insegnamento per le Leggi razziali; successivamente avrebbe dichiarato: «L’ho vista cacciare dalla scuola da un giorno all’altro a causa delle leggi razziali. Questo mi ha aperto gli occhi su cosa può fare una dittatura e ha segnato in me una frattura: è allora che sono diventata antifascista».

Enrica Calabrese fu arrestata nel gennaio 1944 nella sua casa di Firenze e immediatamente deportata nell’ex convento di Santa Verdiana, trasformato in carcere; era consapevole che da lì sarebbe stata deportata al lager di Auschwitz, e per sottrarsi a questo destino ingoiò una bottiglietta di veleno, da lei stessa preparato, che da tempo portava sempre con sé: morì durante la notte fra il 19 e il 20 gennaio 1944.

Non ha lasciato diari e la sua vita non ha avuto la risonanza di quella di Anna Frank, tant’è che pochi ricordano questa grande figura di scienziata, che solo periodicamente riemerge dall’oblio grazie a opere di letteratura o ricostruzioni teatrali che le rendono l’onore dovuto, nonostante abbia lasciato importanti pubblicazioni, citate anche nell’Enciclopedia Treccani.

Prima di morire lasciò una sola lettera alle suore dell’ex convento che la ospitava durante la breve prigionia, chiedendo loro di prendere in consegna i suoi oggetti e non lasciarli cadere nelle mani dei tedeschi, e di utilizzarli per opere di bene, e concludeva chiedendo scusa a Dio per il suicidio.

Enrica Calabrese è stata una delle tante vittime di una follia che aveva pensato di dividere il genere umano in due categorie; quella della razza “superiore”, l’Ariana, e quella nella quale erano state emarginate tutte le altre, considerate “inferiori”, classificazione che fu la base delle leggi razziali alle quali, scelleratamente, anche il nostro paese si uniformò, auto-classificando anche noi italiani come “ariani”; una follia senza alcun fondamento che, fortunatamente, all’epoca venne spazzata via dagli eventi, ma che purtroppo oggi sembra riemergere: come se la storia non avesse insegnato nulla ai contemporanei “ducetti”, purtroppo sempre sulla cresta dell’onda.

Ma Enrica Calabrese è stata anche uno dei tanti luminosi esempi di rigore e coerenza femminile, ricordato in occasione della recente giornata della memoria a Ferrara, città che nel 2011 le ha dedicato una strada, come ha fatto anche il Comune di Pisa, e quello di Firenze che le ha intitolato il Reparto di Entomatologia del Museo La Specola.

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