Sì al crocifisso in aula: non è un atto discriminatorio

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Il simbolo della nostra fede, il Crocifisso, è stato finalmente “autorizzato” ufficialmente a rimanere nelle aule scolastiche senza che nessuno lo possa più mettere in discussione o cacciare.

Sembra una cosa ovvia, addirittura banale, eppure per sancire questa legittimazione sono stati celebrati diversi processi che sono giunti, alla fine, alla Corte di Cassazione, la quale in data 10 settembre scorso, con sentenza 24414, finalmente si è pronunciata e ha riconosciuto come lecita la esposizione del Crocifisso nelle scuole.

Essendo la decisione presa a Sezioni unite, essa ha vigore di legge: ciò sta a significare che finalmente sulla questione non si tornerà più.

Limpida ed ineccepibile la motivazione: “L’affissione del Crocifisso nelle aule scolastiche -al quale si legano, in un Paese come l’Italia, l’esperienza vissuta di una comunità e la tradizione culturale di un popolo- non costituisce un atto di discriminazione del docente dissenziente per causa di religione”.

La questione esaminata riguardava la compatibilità tra l’ordine di esposizione del crocifisso, impartito dal dirigente scolastico di un Istituto Professionale statale sulla base di una delibera assunta a maggioranza dall’assemblea di classe degli studenti, e la libertà di coscienza in materia religiosa del docente che desiderava fare le sue lezioni senza il simbolo religioso appeso alla parete.

“L’aula può accogliere la presenza del crocifisso -prosegue la sentenza- quando la comunità scolastica interessata valuti e decida in autonomia di esporlo, eventualmente accompagnandolo con i simboli di altre confessioni presenti nella classe e in ogni caso ricercando un ragionevole accomodamento tra eventuali posizioni difformi”.

La Cassazione è stata anche molto equilibrata in quanto non ha escluso che, accanto al Crocifisso, possano essere esposti anche simboli di altre religioni, ma ha negato le motivazioni del docente che diceva di sentirsi a disagio, in quanto ha sentenziato che la sanzione pecuniaria che aveva chiesto alla scuola non era dovuta.

Secondo i Giudici della Cassazione nessuna delle due posizioni, quella della scuola e quella del docente, era corretta; la circolare che imponeva il Crocifisso non era «conforme al modello e al metodo di una comunità scolastica dialogante che ricerca una soluzione condivisa nel rispetto delle diverse sensibilità», ma comunque, secondo la Corte, il professore non è stato discriminato perché non è stata condizionata la sua libertà di espressione e di insegnamento.

Seguendo i principi costituzionali il docente va tutelato da discriminazioni per motivi fra cui c’è anche la religione, ma anche il Crocifisso non può essere eliminato per volontà di una persona che non ha potere di veto.

Sono decenni che l’opinione pubblica e le aule dei tribunali discutevano di questo argomento.

Sono due regi decreti degli anni Venti a regolamentare la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche, riconfermati da un parere del Consiglio di Stato del 1988.

Negli anni molti hanno fatto ricorso coltro l’esposizione del simbolo religioso e le risposte sono state alterne, ma sostanzialmente non hanno mai contrastato la esposizione del Crocifisso. La Consulta decise, nel 2002, che il crocifisso non contrastava con la laicità dello Stato e la decisione fu confermata dal Consiglio di Stato.

Anche la Corte Europea è intervenuta più volte sulla questione della esposizione dei simboli religiosi nelle aule scolastiche italiane decidendo che la esposizione del Crocifisso in aula non viola i diritti umani.

La Corte Europea per i diritti dell’uomo prima bocciò il crocifisso nel 2009, ma due anni dopo la Grande Camera ribaltò il verdetto della Corte.

Con 15 voti a favore e 2 contrari, la Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha assolto l’Italia da ogni accusa. Nella sentenza definitiva pronunciata nel caso “Lautsi e altri contro Italia”, la Corte ha stabilito la «non violazione dell’Articolo 2 del Protocollo n: 1 (diritto all’istruzione) alla Convenzione europea dei diritti dell’Uomo.

Il caso “Lautsi contro l’Italia” riguarda proprio gli aspetti giuridici di una controversia aperta tra Soile Tuulikki Lautsi, cittadina italiana di origini finlandesi, e lo Stato italiano relativamente alla sua richiesta di rimozione del crocifisso dalle aule scolastiche italiane.

Secondo la Corte, “se è vero che il crocifisso è prima di tutto un simbolo religioso, non sussistono tuttavia nella fattispecie elementi attestanti l’eventuale influenza che l’esposizione di un simbolo di questa natura sulle mura delle aule scolastiche potrebbe avere sugli alunni”.

Il procedimento era giunto a Strasburgo il 27 luglio del 2006 a seguito del ricorso della Lautsi. Il 3 novembre del 2009, una prima sentenza della Corte aveva dato ragione alla Lautsi. Di qui la decisione del governo italiano di chiedere il rinvio alla Grande Camera della Corte, che ha pronunciato ora la sua sentenza definitiva.

Comprensibile la soddisfazione della Chiesa. “Si tratta di una sentenza assai impegnativa e che fa storia, si legge in una nota del Vaticano. La Grande Chambre ha infatti capovolto sotto tutti i profili una sentenza di primo grado che aveva suscitato non solo il ricorso dello Stato italiano convenuto, ma anche l’appoggio di numerosi altri Stati europei e l’adesione di non poche organizzazioni non governative”.

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